martedì 7 luglio 2015

Renata Viganò - frammnenti di storia








Renata Viganò era nata a Bologna, in pieno centro, in via Broccaindosso, il 17-6-1900, figlia unica di estrazione borghese ma da radici combattive: sua bisnonna Caterina, insieme al figlio sedicenne, aveva seguito Garibaldi nelle valli di Comacchio in marcia verso Venezia nel 1849.

Molto miope e non bella, Renata crebbe con un forte istinto di autonomia e ribelle agli schemi di vita borghesi; già da adolescente scrisse e pubblicò due libri di versi: Ginestre in fiore, nel 1913, e Piccola Fiamma nel 1916. Intanto il patrimonio famigliare era andato disperso e il cambiamento di condizione fu radicale: Renata dovette interrompere gli studi alla terza liceo rinunciando al progetto di laurearsi in medicina (progetto comunque molto “all’avanguardia” per una donna a quel tempo) e, diventata infermiera, dal 1922 lavorò al Brefotrofio di Bologna in via D’Azeglio, mentre si prendeva cura dei genitori – entrambi ammalati – che morirono poi tra il 1926 e il 1928. 

Renata restò al lavoro fino all’autunno del 1943, a contatto quotidiano con la sofferenza, la miseria dei bambini abbandonati e malati; lei stessa vivendo duri anni di sacrifici e di solitudine, riuscì solo nel 1928, morti i genitori, a comprare casa dove vivere, in via Mascarella 63/2 (diventerà un luogo importante per la Bologna intellettuale e resistente). Negli anni di giovinezza e maturità per lei così difficili e solitari scrisse un altro libro, Il lume spento, 1933, oggi ormai introvabile. Fra le compagne di lavoro di estrazione proletaria, Renata conobbe aspetti di realtà che ignorava; una di esse in particolare, Bianca Fontana di cui divenne amica, aveva fidanzato e fratello in carcere perché comunisti e, tramite lei, Renata conobbe antifascisti come Aurelio Fontana, Mario Peloni (in seguito segretario del PCdI di Ferrara)e Maria Baroncini. La colpì molto il gesto nobile e coraggioso del prof. Bartolo Nigrisoli che si dimise dall’Ospedale di Bologna per non iscriversi al Partito Fascista. Lei stessa allora, insieme a Bianca Fontana, non ritirò la tessera fascista. 

Era ormai pronta per gli incontri e le vicende del destino; il 5 dicembre 1935 un comune amico - Donino Roncarà - chiese a Renata di ospitare a casa sua, almeno quella prima notte dopo la liberazione dal carcere, un giovane scrittore autodidatta, antifascista e comunista, senza famiglia: Antonio Meluschi, il futuro comandante della brigata partigiana “Mario Babini”. Da allora, restarono insieme per quarant’anni, fino alla morte, condividendo tutto: esperienze, scrittura e letteratura, lotta partigiana, ristrettezze economiche, il bello e il brutto del dopoguerra.
La loro casa - si sposarono il 6 settembre 1937 - divenne punto di riferimento per gli antifascisti, che vi si ritrovavano di nascosto dalla vigilanza poliziesca. Quello stesso anno Renata volle accogliere in famiglia un neonato del brefotrofio, dove lei continuava a lavorare; lo adottarono e lo amarono come figlio proprio: Agostino. Mentre Renata lavorava, Meluschi scriveva e pubblicava con discreto successo. La casa di Renata dal ’39 era frequentata da giovani intellettuali, divenne luogo di discussioni che aprivano le coscienze; lì si affinavano sensibilità e cultura di uomini come Roberto Roversi, Francesco Leonetti, PierPaolo Pasolini, Luciano Serra, Enzo Biagi (allora redattore del Carlino) Federico Zardi, Giorgio Bassani, i fratelli Arcangeli, qualche volta anche Galvano Della Volpe e Achille Ardigò.

Con la guerra, quei preziosi ma precari spazi di vita finirono: la casa perquisita e razziata, poi lesionata dai bombardamenti, nel luglio del ’43 Renata, Antonio e Agostino dovettero andarsene, e il 26 luglio - dopo la caduta e l’arresto di Mussolini - Renata aveva già organizzato la Commissione interna con gli operai dell’ospedale. Non era la pace, ma l’inizio della Resistenza. Il coprifuoco dalle 20 alle 6 del mattino rendeva tutto più difficile, Renata a Bologna forniva abiti civili ai soldati in fuga e insieme al bimbo subì il tremendo bombardamento del 25 settembre, mentre Meluschi era già in clandestinità altrove. Da ottobre anche Renata col bimbo iniziò una vita pericolosa, ufficialmente da sfollata col bambino e in realtà preparando una rivista clandestina “La Comune” il cui primo numero uscì il 15 gennaio 1944 e che durò fino a novembre. Da Viserbella a Imola a Campotto a Filo d’Argenta, Renata e Antonio passarono fra i partigiani della Resistenza armata, e coprivano le loro attività insegnando e dando ripetizioni ai ragazzi di Mulino di Filo. Renata prima fu staffetta, poi divenne responsabile sanitario di brigata, fra mille difficoltà e totale penuria di mezzi; il Comando della brigata Babini le diede poi la direzione del comparto e a marzo ’45 Renata costituì una rete di presidi ben diffusa nel territorio, oltre a tre ospedaletti clandestini, che riusciva a dare anche all’ospedale di Alfonsine viveri e medicinali per l’assistenza di civili e famiglie in fuga dalla prima linea del fronte.

Quando finalmente arrivò la Liberazione, dopo una fase di passaggio di consegne e di attività a disposizione del CLN, Renata e i suoi tornarono a Bologna a inizio 1946, dove la loro casa riprese ad essere ritrovo di giovani intellettuali come Tobino e D’Agata, e ambedue ripresero a scrivere mentre Agostino cresceva. Renata collaborava anche all’Unità (per es.fu inviata a Mosca nel marzo 1950 per le elezioni del Soviet Supremo), a Rinascita e a Noi Donne (per questo periodico fino al 1955.)
Renata trasferì la testimonianza e le esperienze a contatto con tanti umili eroi della Resistenza nel libro di una vita: L’Agnese va a morire, che vinse il Premio Viareggio nel 1949 e fu tradotto in ben 14 lingue e Paesi in pochi anni. Renata scrisse e pubblicò ancora negli anni ’50 Storie di ragazze che trattò con molto anticipo il tema dell’aborto. Scrisse ancora, più tardi, Matrimonio in Brigata che fu pubblicato postumo.
Nel 1975 mentre L’Agnese va a morire veniva trasposto al cinema da Giuliano Montaldo e la stessa Renata Viganò collaborava alla sceneggiatura, la salute la stava abbandonando e non riuscì a vedere il film ultimato; morì infatti il 24 aprile 1976 assistita amorevolmente dal figlio Agostino e la moglie, che ospitarono nella loro casa di Casalecchio di Reno Renata e Antonio nei loro ultimi anni.

Ferrara ha dedicato una via a Renata Viganò:
Via Renata Viganò è nella zona sud-est di espansione della città, fra via Giuseppe Fabbri all’incrocio con via Eva e Adamo e la via Grazia Deledda (fra il Po Morto di Primaro e la ferrovia Ferrara-Ravenna).
Poco lontano in linea d’aria c’è via Antonio Meluschi, suo compagno di vita e di lotte.




Notizie tratte dal sito:
http://associazioni.comune.fe.it/2790/via-renata-vigan


 Dal sito dell'ANPI:

Nata a Bologna il 17 giugno 1900, deceduta a Bologna il 23 aprile 1976, infermiera e scrittrice.
Aveva la passione della medicina e sognava di fare il medico, ma per le difficoltà economiche che la sua famiglia aveva incontrato, aveva dovuto interrompere il liceo. Fu così che Renata, prese un "posto nella classe operaia", facendo prima l'inserviente e poi l'infermiera negli ospedali bolognesi. Ma questo suo lavoro al servizio di chi aveva bisogno, non le impediva di scrivere, l'altra sua passione, che già si era manifestata quando, a 13 anni, era riuscita a pubblicare "Ginestra in fiore", una raccolta di poesie. Sino all'8 settembre del 1943 la Viganò aveva continuato lavorare in ospedale e a scrivere, per quotidiani e periodici, elzeviri, poesie, racconti. Con l'armistizio, un'altra svolta esistenziale: con il marito, Antonio Meluschi, e il figlio, l'infermiera-scrittrice partecipa alla lotta partigiana ("la cosa più importante nelle azioni della mia vita", com'ebbe a dire), nelle valli di Comacchio e in Romagna, facendo, sino alla Liberazione, di volta in volta l'infermiera, la staffetta garibaldina, la collaboratrice della stampa clandestina. Di questa esperienza è pervasa la produzione letteraria di Renata Viganò. La sua opera più famosa, L'Agnese va a morire, edita nel 1949 da Einaudi e vincitrice del Premio Viareggio, è stata tradotta in quattordici lingue. Ne è stato tratto un film da Giuliano Montaldo ed è stata ristampata nel 1993 sempre da Einaudi. Ma vale la pena di ricordare, tra la copiosa opera della scrittrice, almeno altri due libri sul tema della Guerra di liberazione: Donne della Resistenza, ventotto affettuosi ritratti di antifasciste bolognesi cadute (Mursia, 1955) e Matrimonio in brigata, una raccolta di significativi racconti partigiani (Vangelista, 1976), uscito proprio l'anno in cui la scrittrice è scomparsa. Due mesi prima della morte, a Renata Viganò è stato assegnato il premio giornalistico "Bolognese del mese", per il suo stretto rapporto con la realtà popolare della città.


mercoledì 24 giugno 2015

Meluschi Antonio - frammenti di storia





Antonio Meluschi nacque il 22 dicembre 1909 a Vigarano Mainarda, da padre ignoto e da madre non nominata, figlio di NN insomma, a quei tempi bollato come figlio di nessuno. Raccolto dalle suore e trasferito il giorno stesso della nascita al brefotrofio “Pio Luogo degli Esposti” di Ferrara, visse fino all’adolescenza fra illusioni di adozione e affidamenti a tempo. Si affezionò alla famiglia Zanardi di Imola che lo ospitò da bambino ed ebbe un vero amico in Emilio Zanardi, che da adulto gli fu compagno di lotta antifascista e “coprì” col suo negozio di barbiere una base della rivista clandestina La Comune. Negli anni d’infanzia Meluschi si legò anche ad un ragazzo ferrarese esterno al brefotrofio, Carlo Zaghi, con un’amicizia che fu per la vita e nella lotta per la libertà.

Quasi bambino iniziò a lavorare da un ombrellaio, e intanto si appassionò da autodidatta alla poesia leggendo furiosamente e scrivendo lui stesso, tanto che cercò contatti con autori famosi del tempo come Papini e D’Annunzio per averne guida e confronti, ma senza successo. Scrisse poi su tali vicende nei romanzi
autobiografici Adamo Secondo e La fabbrica dei bambini. A 14 anni lasciò il lavoro e il brefotrofio, arrangiandosi con mille mestieri: arrotino, cantante di strada, guardiano di pecore, imbonitore di circo...oggi diremmo “on the road”. Ribelle alla condizione di miseria sua e di gran parte del popolo, una notte incontrò un comunista (ambedue fuggivano dai gendarmi), si interessò alle idee che fervevano in Europa e negli ambienti ribelli ferraresi conobbe Otello Putinati; così ad appena 15 anni, nel 1923, fu arrestato mentre affiggeva volantini sovversivi. Seguì una lunga sequenza di arresti e durante uno di essi – maggio 1927 a Regina Coeli a Roma – conobbe Ilio Barontini e Antonio Gramsci che lo soprannominò curiosamente “struzzo”.

 Negli anni e con le esperienze Meluschi rafforzò le idee comuniste e, di nuovo in carcere nel 1932 e 1935, coltivava il sogno di un’Italia libera e giusta. Rilasciato il 5 dicembre 1935 si trovava solo, senza famiglia né casa e l’amico Donino Roncarà gli procurò un tetto per la notte: in via Mascarella a Bologna, in casa di un’infermiera antifascista che viveva da sola: Renata Viganò. Fu invece l’incontro per la vita: diversi per temperamento e origini, avevano in comune la solitudine, l’amore per la scrittura e la letteratura, la ribellione alla dittatura e all’ingiustizia. Stettero insieme per quarant’anni, fino alla morte, con un rapporto vivace e fertile. Lei lavorava e lui iniziò subito a scrivere il suo primo libro Pane, mentre collaborava col Resto del Carlino e col Corriere Padano. Il libro uscì a inizio del 1937, ebbe un discreto successo e una recensione positiva da Marino Moretti; iniziò così fra loro un’amicizia che durò tutta la vita nonostante le tante diversità.
Meluschi e Renata si sposarono il 6 settembre 1937, anno in cui accolsero in famiglia un neonato del brefotrofio che divenne il loro amato figlio Agostino. La loro casa intanto era un punto di riferimento per gli antifascisti che vi si recavano nonostante la vigilanza poliziesca. Dal ’39 la casa era frequentata da giovanissimi intellettuali, come Roberto Roversi, Francesco Leonetti, Pierpaolo Pasolini, Luciano Serra, Enzo Biagi (allora redattore del Carlino), Federico Zardi, Giorgio Bassani... Le discussioni facevano aprire ad ognuno nuovi orizzonti.


Nel ’39 Meluschi pubblicò il primo romanzo autobiografico, Strada, che passò la censura nonostante i contenuti in sostanza rivoluzionari (forse per l’ignoranza dei censori) ed ebbe un discreto successo di vendita, specie fra i giovani desiderosi di autenticità. La guerra sconvolse quei precari spazi di vita: la casa di via Mascarella fu perquisita, razziata, lesionata dai bombardamenti, e così andò distrutto il manoscritto del terzo libro ormai pronto di Meluschi, L’ombrello del cane, mentre si salvò fortunosamente il quarto, Adamo Secondo, quasi finito. Lui e la famigliola erano sfollati come tanti in città, quando avvenne l’arresto di Mussolini il 25 luglio ’43. Il 26 luglio in piazza San Petronio piena di gente che sperava nella fine della dittatura e della guerra, Meluschi fu oratore per il partito comunista, parlando di libertà, uguaglianza e dell’Italia nuova che stava per nascere. Invece era l’inizio della Resistenza e Meluschi dovette subito entrare in clandestinità; le prime missioni come “dottor Morri”, poi divenne “Il Dottore”. Con altri compagni montò una radio trasmittente su un camioncino lanciando proclami antifascisti per la Romagna, poi fu incaricato di organizzare la resistenza armata nel riminese. Mentre era ufficialmente sfollato con la famiglia a Imola, da dicembre ’43 preparava con Aldo Cucchi, Carlo Nicoli, Guido Gualandi e Claudio Montevecchi una rivista clandestina, La Comune, che uscì da gennaio a novembre ’44. Intanto Antonio Meluschi fu assegnato al CUMER (la struttura militare dei partigiani per la lotta armata) e dopo una breve tappa fra Massalombarda e S. Biagio d’Argenta fu mandato in missione a Belluno. 


Arrestato e torturato dalle SS, riuscì fortunosamente a fuggire pur ferendosi gravemente. Soccorso e curato alla meglio, tornò poi a piedi da Belluno a Ferrara, in due settimane. Di lì a poco era di nuovo in campo, nelle Valli, come “dottor Morri” a comandare il battaglione “Agida Cavalli” della 35 brigata “Mario Babini”. Copriva la sua attività, insieme alla moglie, insegnando e dando ripetizioni ai ragazzi di Mulino di Filo. La Resistenza era particolarmente dura e difficile nei territori di pianura e di valle, con le bonifiche allagate dai tedeschi e gli Alleati fermi sulla riva destra del Senio che invitavano i partigiani a “tornare a casa” (il proclama del generale Alexander). Meluschi nella lotta era audace e a volte provocatorio, sfidando i nemici e beffandosi di loro, un po’ come Silvio Corbari, e operava a volte in autonomia; tuttavia teneva nel battaglione disciplina rigidissima e grande rettitudine. Dopo gli ultimi terribili mesi venne finalmente la Liberazione e Meluschi smobilitò il battaglione consegnando le armi e perfezionando i vari passaggi organizzativi con i liberatori e con le Giunte popolari che si stavano creando. Restò con la moglie Renata a disposizione del CNL finché tornò normale cittadino, di nuovo a Bologna, in via Mascarella, a inizio del ’46.
Battaglie, rastrellamenti, fame e freddo, incendi e malattie e triboli di ogni tipo avevano segnato quegli umili eroi, di cui Meluschi scrisse nel 1948 in Epopea partigiana. Già nel ’46 pubblicò un libro molto forte, dal titolo La morte non costa niente, mentre lavorava al suo Adamo Secondo che uscì nel 1952, dopo essere stato rivisto da Marino Moretti. Intanto riprese l’attività di giornalista come direttore dell’Indicatore partigiano e collaborando con L’Unità e il Progresso d’Italia. La casa di via Mascarella riprese ad essere un punto di ritrovo di intellettuali, operai, partigiani, letterati e politici.
 

A fine ’49, nel clima ormai da guerra fredda in Europa e di sospetto verso i comunisti in Italia, Meluschi fu arrestato fino a primavera 1950 con l’accusa di non aver controllato che tutte le armi partigiane fossero state consegnate alle autorità; l’accusa era falsa ed egli ne uscì completamente assolto e innocente ma l’episodio rese evidente che i tempi erano cambiati, che Meluschi – come altri - rappresentava un momento della storia importante sì ma passato, mentre lo stalinismo deformava e sviliva l’ideale internazionalista per cui si era battuto. Nel 1955 pubblicò La fabbrica dei bambini, sulla sua tragica esperienza di trovatello, e poco dopo iniziarono problemi di salute; nel ’58 un infarto gli impose una vita tranquilla a cui mal si rassegnava. Tutto ciò e le scarse risorse economiche portarono Antonio Meluschi e Renata Viganò a vivere dal 1965 a Casalecchio di Reno ospiti della casa del figlio Agostino che li sostenne e li curò. Negli ultimi anni Meluschi scrisse ancora un libro di testimonianza sulla Resistenza, L’armata in barca pubblicato nel 1976. Il 2 maggio 1977, un anno dopo la moglie, anche lui morì.


Via Antonio Meluschi si trova nella zona sud-est della città, ultima traversa a sinistra di via Capodistria, nel lotto di strade “nuove” fra via Ravenna e via Comacchio, a nord della ferrovia Ferrara-Codigoro.






Il testo soprariportato è tratto da:
http://associazioni.comune.fe.it/2819/via-antonio-meluschi

 ANPI - BIOGRAFIA DI

Antonio Meluschi

Nato a Vigarano Mainarda (Ferrara) il 22 dicembre 1909, deceduto a Bologna il 2 maggio 1977, pubblicista e scrittore.
Era il critico teatrale del Corriere Padano e, subito dopo l'8 settembre 1943, entrò nella Resistenza nel Bolognese. Dall'inizio del 1944, con la moglie Renata Viganò ed altri antifascisti, Meluschi fece parte della redazione del foglio clandestino La Comune, che veniva stampato ad Imola. Nell'aprile del '44 Meluschi dovette allontanarsi dalla cittadina per sottrarsi alla caccia dei nazifascisti, ma finì egualmente per cadere nelle loro mani. Torturato dalle SS, Meluschi riuscì fortunosamente a sfuggire ai suoi aguzzini e a riparare in provincia di Ferrara. Qui assunse il comando di un gruppo di formazioni partigiane operanti, fino alla Liberazione, nelle valli di Campotto, di Argenta e di Comacchio. Nell'immediato dopoguerra, Meluschi ha pubblicato due volumi dedicati alla Resistenza: La morte non costa niente (Milano 1946) ed Epopea partigiana(ANPI Bologna 1949). Sempre dedicato alla Resistenza, nel 1976 è uscito L'armata in barca. Nella città natale di Antonio Meluschi gli è stata intitolata una strada. A lui e alla moglie, a Casalecchio di Reno, hanno dedicato una "Saletta seminariale".

domenica 24 maggio 2015

24 maggio 1915 - 24 maggio 2015

Giuseppe Ungaretti.


San Martino del Carso
Valloncello dell'Albero Isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato


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Soldati
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie 

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Un blog molto bello:

frammenti di natura, vita, colori, luce.....

da vedere.  

Foto impressionanti di una
strage inutile.....

per non dimenticare

venerdì 22 maggio 2015

Ferrara - frammenti di storia - Palazzo Bevilacqua Costabili.

Palazzo Bevilacqua Costabili

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Facciata del palazzo
Il Palazzo Bevilacqua Costabili è un edificio storico di Ferrara, ubicato in via Voltapaletto 11.
È stato inaugurato nel 2006 dopo i nuovi restauri atti ad ospitare la nuova sede della Facoltà di Economia dell'Università di Ferrara.

Cenni storici

Il palazzo è stato fatto erigere dalla famiglia Bevilacqua-Aldobrandini nel 1430 dopo che la famiglia Bevilacqua si trasferì da Verona a Ferrara in occasione delle nozze fra Cristin Francesco Bevilacqua e Lucia Ariosti.
Dopo che il palazzo fu battezzato ufficialmente come "palazzo Bevilacqua" nel 1602 su concessione del pontefice, il Cardindale Bonifacio Bevilacqua ne fece modificare la facciata ornandolo con trofei militari per essere poi completato e modificato, nel 1710, da Ercole Bevilacqua, nominato da poco Giudice dei Savi, il quale fece erigere una scalinata monumentale e ne modificò il cortile interno.
Nel 1830 il palazzo passa nelle mani del marchese Giovan Battista Costaibili Containi che lo acquistò, ne modificò i soffitti del piano nobile e ci trasferì la propria collezione di codici antichi, libri e dipinti. Alla morte del Costabili Containi il palazzo viene ereditato nel 1841 da Giovanni Costabili Containi insieme all'intera collezione il quale a sua volta lo cede ai figli nel 1871 che, censensdo tutti i beni che il palazzo conteneva, decisero di vendere gli oggetti più preziosi al fine di sanare i debiti di famiglia.
Nel 1916 il conte Francesco Mazza acquista il palazzo dalla famiglia Costabili Containi adibendolo a convitto femminile il quale divenne poi clinica privata per malattie mentali fino ad essere adibito a supermercato, cinema, residenze e uffici fra il 1930 e il 1979 fino a divenire la sede della Facoltà di Economia dell'Università di Ferrara.

Architettura

La facciata del palazzo viene attribuita a Giovan Battista Aleotti il quale eseguì in precedenza un lavoro ornamentale sulla facciata di palazzo Bentivoglio a Ferrara e dal quale il Cardinale Bevilacqua trae ispirazione desiderando che fosse ornato e abbellito allo stesso modo. La parte centrale del prospetto è caratterizzata dal portone di ingresso sormontato da un balcone sorretto da mensole a voluta tra le quali si collocano le sculture ritraenti la "Concordia" e la "Verità".
Particolare del portone d'ingresso con le statue raffiguranti la Concordia e la Verità
Le finestre sono disposte su due ordini regolari mentre il resto della facciata è decorato con nicchie rotondeggianti ritraenti busti di imperatori romani e antichi filosofi, da decorazioni plastiche in arenaria raffigurante armature e trofei militari sostenuti da teste leonine oltre che da tabelle incise con motti latini decorate in oro.
Superato l'androne di ingresso, decorato con soffitto a volta e sormontato da lunette sorrette da peducci in stucco, si accede alla loggia interna del cortile costituita da cinque arcate sorrette da colonne con capitelli e ghiere. La loggia dà accesso alla "Sala dei canestri di fiori e frutti" ubicata al piano terra la quale presenta un soffitto cassettonato ad incavi esagonali diviso in nove campi con composizioni centrali di fiori, frutti e verdure e decorato con pitture risalenti al XVII secolo. Alla fine del loggiato si accede allo scalone d'onore fatto erigere nel 1710, costituito da tre ordini di arcate sorrette da colonne e da un pianerottolo con balaustra, che dà accesso al piano nobile del palazzo, in prevalenza decorato con interventi risalenti al XIX secolo.
Salito lo scalone d'onore si accede all'antico "Saloned'Onore" del quale oggi non rimane nessuna traccia storica. Il grande ambiente nel XVIII secolo era suddiviso nel gabinetto decorato a scagliola con attiguo retrè ed ospitava importanti pezzi della collezione del marchese Giovan Battista Costabili. Segue il "Salone degli antichi" il cui soffitto a volta è stato dipinto da Francesco Saraceni con la simbologia araldica delle più importanti signorie italiane tra cui gli Este, gli Sforza, gli Scaligeri, i Gonzaga e i Visconti.
Segue la "Sala della mitologia" la cui volta ritrae alcune scene a carattere mitologiche le quali mostrano Giove intento a scacciare dall'Olimpo le Furie Aletto e Megera. Alla destra di Giove siede Minerva e alla sua sinistra la Vittoria. Una seconda scena ritrae Mercurio che impugna il caduceo mentre è intento a trasmettere un messaggio di Giove a Venere in compagnia di due ninfe mentre Amore assiste alla scena.
Nell'adiacente "Sala di Amore e Psiche" sono decorati al soffitto quattro tondi che illustrano alcuni momenti della storia di Amore e Psiche. Infine si accede all'ultima stanza del palazzo, la "Stanza della biblioteca".













venerdì 15 maggio 2015

Monumento a Kesserling

Albert Kesselring, che durante il secondo conflitto mondiale fu il comandante delle forze armate germaniche in Italia, a fine conflitto (1947) fu processato e condannato a morte per i numerosi eccidi che l'esercito nazista aveva commesso ai suoi ordini (Fosse ArdeatineStrage di Marzabotto e molte altre). Successivamente la condanna fu commutata in ergastolo, ma egli venne rilasciato nel 1952 per le sue presunte gravi condizioni di salute. Tale gravità fu smentita dal fatto che Kesselring visse altri otto anni libero nel suo Paese, ove divenne quasi oggetto di culto negli ambienti neonazisti della Baviera.
Tornato libero, Kesselring sostenne di non essere affatto pentito di ciò che aveva fatto durante i 18 mesi nei quali tenne il comando in Italia ed anzi dichiarò che gli italiani, per il bene che secondo lui aveva loro fatto, avrebbero dovuto erigergli un monumento. In risposta a queste affermazioni Piero Calamandrei scrisse la celebre epigrafe, dedicata a Duccio Galimberti, "Lo avrai, camerata Kesselring...", il cui testo venne posto sotto una lapide ad ignominia di Kesselring stesso, deposta dal comune di Cuneo, e poi affissa anche a Montepulciano, in località Sant'Agnese, a Sant'Anna di Stazzema, ad Aosta, ai piedi del faro di Prarostino, all'ingresso delle cascate delle Marmore e a Borgo San Lorenzo, sull'antico palazzo del Podestà.

Lo avrai, camerata Kesselring...
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA


Camminata per il cuore, con foto












13 aprile 2015
°°°°
°°
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Ferrara - ombrelli in Via Mazzini

Ferrara, Via Mazzini, 9 maggio 2015