giovedì 17 dicembre 2020

NATALE 2020

 NATALE 2020

TANTISSIMI AUGURI A TUTTI






VIDEO: LA NATIVITA' NELL'ARTE

domenica 15 novembre 2020

SAN MARTINO - 11 NOVEMBRE

 SAN MARTINO di Tours

Uno dei più illustri ornamenti della Chiesa nel secolo IV fu certamente S. Martino, vescovo di Tours e fondatore del monachismo in Francia.

Nato nel 316 in Sibaria, città della Pannonia, l'odierna Ungheria, da genitori nobili ma pagani, ancor bambino si trasferì a Pavia, ove conobbe la religione cristiana. A 10 anni all'insaputa dei genitori si fece catecumeno, e prese a frequentare le assemblee cristiane. Appena dodicenne deliberò di ritirarsi nel deserto; essendo però figlio d'un tribuno, dovette presto seguire il padre nella cavalleria e per tre anni militare sotto gli imperatori Costanzo e Giuliano.

Umile e caritatevole, aveva per attendente uno schiavo, al quale però egli puliva i calzari e che trattava come fratello. Un giorno nel rigore dell'inverno era in marcia per Amiens, incontrò un povero seminudo: sprovvisto di denaro, tagliò colla spada metà del suo mantello e lo copri. La notte seguente, Gesù, in sembianza di povero, gli apparve e mostrandogli il mantello disse: « Martino ancor catecumeno m'ha coperto con questo mantello ». Allora bramoso di militare solo  sotto la bandiera di Cristo, chiese e ottenne dall'imperatore stesso l'esenzione dalle armi.

Si portò a Poitiers presso il vescovo S. Ilario da cui fu istruito, battezzato e in seguito ordinato sacerdote. Visitò ancora una volta i genitori per convertirli; poi, fatto ritorno presso il maestro, in breve divenne la gloria delle Gallie e della Chiesa.

Desideroso di vita austera e raccolta, si ritirò dapprima in una solitudine montana, poi eresse la celebre e tuttora esistente abbazia di Marmontier (la più antica della Francia) ove fu per parecchi anni pddre di oltre 80 monaci. Però i suoi numerosissimi miracoli, le sue eccelse virtù e profezie lo resero così famoso, che, appena vacante la sede di Tours, per unanime consenso del popolo fu eletto vescovo di quella città. La vita di San Martino fu compendiata in questo epigramma: "Soldato per forza, vescovo per dovere, monaco per scelta".

Il nuovo Pastore non cambiò appunto tenore di vita, ma raccoltosi a meditare i gravi doveri che assumeva, si diede con sollecitudine ad eseguirli. Sedò contese, stabilì la pace tra i popoli, fu il padre dei poveri e più che tutto zelantissimo nel dissipare ogni resto di idolatria dalla sua diocesi e dalle Gallie.

Formidabile lottatore, instancabile missionario, grandissimo vescovo. sempre vicino ai bisognosi, ai poveri. ai perseguitati. Disprezzato dai nobili, irriso dai fatui, malvisto anche da una parte del clero, che trovava scomodo un vescovo troppo esigente, resse la diocesi di Tours per 27 anni. in mezzo a contrasti e persecuzioni.

Tormentato con querele e false accuse da un suo prete di nome Brizio. diceva: "Se Cristo ha sopportato Giuda, perché non dovrei sopportare Brzio?" Stremato di forze, malato, pregava: "Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non mi rifiuto di soffrire. Altrimenti, venga la morte". 

Per saperne di più:

https://www.santodelgiorno.it/san-martino-di-tours/ 

 

San Martino di Giosuè Carducci

La nebbia agl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
sull’uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,
com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.

 

Parafrasi 

La nebbia, lasciando una pioggerella leggera, sale verso i colli carichi di alberi spogli, e intanto il mare è in tempesta, pieno di schiuma e di onde, a causa del vento Maestrale. Per le vie del borgo, però, c’è festa e il mosto che fermenta nei tini, diffondendo un odore aspro per tutto il paese, rallegra gli animi.
Sulla brace accesa e scoppiettante gira intanto lo spiedo; mentre il cacciatore sta sull’uscio fischiettando, intento a guardare, tra le nuvole rosse del tramonto, uno stormo di uccelli neri che, come fossero pensieri vagabondi, si allontanano in direzione della notte.

 

Analisi del testo

Questa poesia si compone di quattro quartine, ognuna composta da settenari. Lo schema delle rime si ripete uguale per ogni strofa: il primo verso è libero, il secondo è il terzo rimano tra di loro e il quarto (sempre tronco) rima col verso finale di tutte le altre strofe (-ar). Questo schema si chiama anacreontico.
Questa poesia racconta, in pochi versi, un mondo intero: si tratta di un confronto tra il paesaggio malinconico di una natura tempestosa e grigia, tipica della stagione autunnale, e la felicità nel borgo che aleggia tutto intorno al poeta.

L’atmosfera festosa nel paesello maremmano (fatto coincidere o con Bolgheri o con Castagneto) deriva dalla giornata in corso, San Martino, che porta le strade a riempirsi del buon odore di vino e carne succulenta cotta allo spiedo. I pensieri di Carducci, però, volano lontano da questa atmosfera festosa e la figura del cacciatore riporta il lettore alla malinconia iniziale, caratteristica dell’ora del tramonto e del volo degli uccelli migratori, che in questo caso sono come pensieri che vagano, simbolo di irrequietezza, affanno e insoddisfazioni tipici della natura umana.

Nella prima strofa di San Martino, Giosuè Carducci descrive il paesaggio rurale, colmo di tristezza per la stagione in corso (nebbia, pioggia, tempesta), che si contrappone con la quieta festosità del borgo nel giorno di San Martino descritta dall’autore nella strofa successiva.
Il “ma” presente al primo verso della seconda strofa assume un valore doppio, segnando non solo il cambiamento di luogo, ma anche quello del sentimento suscitato.

Inoltre la lirica è piena di notazioni visive e di colori, che contribuiscono a rendere ancora più forte il contrasto nell’animo del poeta rispetto a ciò che vede. L’insistenza sugli aspetti sensoriali è particolarmente forte. La pioggerella della nebbia che fine si posa sui colli, il mosto che ribolle, il mare che “biancheggia” spumoso, lo spiedo che cuoce scoppiettando, le nubi rosse: non c’è riflessione diretta, è tutto affidato al dipinto, praticamente fisso e immutabile, di quanto accade. Questa fissità è ottenuta anche grazie alle scelte operate da Carducci con i tempi verbali: presente, gerundio e infinito, in assenza di alcuna coordinata spaziale o temporale precisa (se escludiamo il fatto che il tutto si svolge durante la festa di San Martino), trasmettono un senso di immobilità.

L’ultima strofa vede il paragone tra gli stormi di uccelli neri che volano all’orizzonte con i pensieri fuggenti dell’uomo, rivelando un partire dal concreto per arrivare all’astratto caratteristico del componimento.

 

Foto scattate l'11 novembre 2020

 






domenica 1 novembre 2020

WALDMANN MARIA

 

A 100 anni dalla morte di Maria Waldmann, la Amneris di Verdi

Artista di grande talento, ferrarese d'adozione dopo il matrimonio col conte Galeazzo Massari

 


 Voghenza. Il 6 novembre 2020 ricorre il centenario della morte di Maria Waldmann, voce verdiana per eccellenza. Maria Waldmann come la mitica Thule: conosciuta, ammirata e perduta, da molti incredibilmente dimenticata.

Artista di grande talento, ferrarese d’adozione dopo il matrimonio col conte Galeazzo Massari. in lei Giuseppe Verdi vide la sua ideale Amneris, tanto da chiamarla così anche nelle lettere amichevoli che Maria e Verdi si scambiarono per anni.

Maria Waldmann fu grande interprete dell’opera del Maestro di Busseto, in seguito contessa e duchessa Massari, grazie al matrimonio con Galeazzo Massari. Oggi esiste ancora un piccolo teatro che porta il suo nome a Villa Massari, a Voghenza, in via Provinciale 69.

Maria Waldmann nacque a Vienna il 19 novembre 1845, in una famiglia della buona borghesia dove la musica si faceva per diletto, per passione, dove il padre suonava il violino e la sorella Carina Catharina la cetra. Marie – divenne Maria quando si trasferì in Italia – a quindici anni si iscrisse al Conservatorio dell’Imperial Regia Società degli Amici della Musica di Vienna.

A diciassette anni, grazie alla splendida voce e alla cura meticolosa nella preparazione musicale, fu nominata membro dell’Opera di Corte. Non paga dei risultati raggiunti in patria, dopo aver conquistato il pubblico di Vienna e delle maggiori città tedesche e olandesi, Maria Waldmann decise di perfezionarsi al Conservatorio di Milano, sotto la direzione di Francesco Lamperti.

La voce e le doti interpretative di Maria Waldmann portarono l’artista a girare il mondo, eppure la sua carriera italiana partì da Ferrara, era il 24 aprile 1869. Quella sera interpretò Fede nel grand opéra Il Profeta di Giacomo Meyerbeer.

Quel successo le procurò numerosi contratti, e fu proprio Bartolomeo Merelli – impresario, librettista e sostenitore di Giuseppe Verdi fin dagli esordi come compositore – a scritturarla per i teatri di Mosca e Varsavia. E poi la Scala di Milano e il Comunale di Trieste, fino a divenire Amneris nella seconda rappresentazione europea dell’Aida, nel 1872.

L’ultima lettera di Giuseppe Verdi a Maria Waldmann è datata 22 dicembre 1900, alla morte del Maestro l’autografo di quella missiva fu donato dalla Waldmann in persona alla Biblioteca di Ferrara.

Nel 1876, dopo tanti successi, Maria Waldmann decise di lasciare le scene: nel settembre di quell’anno sposò infatti a Torino il conte ferrarese Galeazzo Massari Zavaglia, divenuto poi duca nel 1882 e senatore del Regno d’Italia nel 1891. I due forse si erano conosciuti proprio sette anni prima, al debutto italiano di Maria Waldmann al Teatro Comunale di Ferrara, dove i Massari – come gran parte delle famiglie più in vista – erano proprietari di un palco.

Nell’autunno del 1878 nacque il figlio Francesco. Maria Waldmann e il marito trascorsero la vita tra la casa di città – il palazzo in Corso Porta Mare a Ferrara – e la villa di campagna, a Voghenza, dove c’era il piccolo teatro nel quale continuò ad esibirsi in forma privata e in concerti di beneficenza. Il marito Galeazzo si spense nel 1902, lei lo seguì il 6 novembre 1920. Un secolo fa.

In occasione del centenario della sua morte, l’amministrazione comunale di Voghiera e la Filarmonica di Voghenza – da sempre legate a Villa Massari e alla cultura musicale del territorio – la ricordano con affetto. «Sono orgoglioso di essere un musicista e di vivere nel paese che ha accolto Maria Waldmann, il suo talento e la sua cultura musicale» spiega Emanuele Ganzaroli, assessore alla Cultura del Comune di Voghiera e clarinettista. «Già nel 2016 la Filarmonica di Voghenza, la Scuola di Musica di Tresigallo e gli alunni della Scuola Media di Voghiera – coadiuvati dall’amministrazione comunale di Voghiera e dall’assessore regionale Patrizio Bianchi – tennero un concerto verdiano a Villa Massari, riaffermando la stretta correlazione tra il compositore e la nostra comunità. Oggi tributiamo i giusti onori a Maria Waldmamm, con l’impegno di dedicarle in futuro un premio speciale rivolto ai nostri giovani: artisti di un Paese in cui l’arte e la cultura devono tornare a essere protagonisti».

Articolo tratto da:

https://www.estense.com/?p=880787 


 Maria Waldmann nei panni di Amneris nell'Aida, Parma, 1872
 


Palazzo Massari
Corso Porta Mare, 9 - Ferrara

 
VILLA MASSARI - VOGHENZA

Il duca Galeazzo Massari Zavaglia fece trasformare il complesso a destra della villa, ex scuderia, in teatro in omaggio alla moglie Maria Waldmann, celebre mezzosoprano austriaco molto apprezzata da Verdi, perché vi potesse esibire per familiari ed amici.

La trasformazione del teatro avvenne dopo il loro matrimonio celebrato nel 1877 in concomitanza del ritiro dalle scene della cantante, avvenuto all’età di appena trentuno anni. Il teatro è stato oggetto di restauro, completato nel 2008.

Decorato con preziosi affreschi raffiguranti la stessa Maria Waldmann, il teatro si presta come ambiente elegante e raccolto per eventi ricettivi, concerti e conferenze e rappresenta un’alternativa piacevole e raffinata dove svolgere l’aperitivo di nozze in caso di maltempo.

 
 
 
 


 
 
 




sabato 31 ottobre 2020

GIUSEPPE - ANNIVERSARIO

 

GIUSEPPE -  21° Anniversario

26 giugno 1920 - 7 novembre 1999


Grazie, Giuseppe.

Grazie per avermi accolto nella tua casa;
grazie per avermi sorriso quando ti dissi che saresti diventato nonno;
grazie per avermi aiutato senza bisogno che te lo chiedessi;
grazie per la fiducia che mi hai sempre accordato;
grazie per la tua disponibilità nei momenti del bisogno;
grazie per essere stato sempre un punto di riferimento per me, per tua figlia e per i tuoi nipoti.

Sono 21 anni che non sei più tra noi, ma sei sempre presente nei nostri ricordi.

7/11/1999 - 7/11/2020

SERGIO - ANNIVERSARIO

 

SERGIO - ANNIVERSARIO 1/11/2020

1 novembre 20202°Anniversario

SERGIO

9/3/1939  - 1/11/2018
Ciao, ti ricordiamo così.



lunedì 5 ottobre 2020

ITALO BALBO - A PROPOSITO DI UNA MOSTRA A FERRARA E DELL' IPOTESI DI INTITOLARE UNA VIA AL GERARCA FASCISTA

 

Una via per Balbo? “Fuori luogo e sviante”

Oggi ho iniziato la mia giornata con due momenti importanti. Il primo è la lettura di uno splendido articolo-blog del prof. De Michele su questo giornale  dedicato a Italo Balbo come era in realtà. Chiunque leggesse tale intervento, che merita da me il “Chapeau!”, capirebbe perché la idea sgarbiana di dedicare una via di Ferrara al quadrumviro è fuori luogo e pure sviante per il clamore partigiano che suscita.

Ferrara invece ha una grande occasione nel 2022, cento anni dalla cd marcia su Roma,per fare i conti con la pars construens del Fascismo Mussoliniano, in un grande workshop che descriva nel bene e nel male la eredità in materia di Codificazioni, istituti sociali, architettura e industria, arti…Non perdetevi in commemorazioni e dediche di singoli personaggi del resto totalmente ininfluenti sul corso del movimento Mussoliniano: vi svierebbero nei contrasti di parte. Tra l’altro vi sono personaggi del regime assai più costruttivi di Balbo: Grandi, Rossoni, tutti morti in pace.

L’altro momento del mio inizio giornata è osservare sul mio tavolo di studio una scultura di Francesco Spanghero, artista vicino alle idee del fascismo, ma non militante: scaraventato dai responsabili del CLN di Bergamo  dominati da un ufficiale dei servizi inglesi, a morire giù dalla Rocca di Bergamo nel 1945. Questo ricordo mi è caro perchè la scultura apparteneva a mio nonno Bortolo Belotti, uomo colto e pacifico morto in esilio nel 1944 e la cui bara fu portata in una cerimonia pubblica a Zogno nell’immediato dopoguerra. Inorridisco al pensiero che quella bara sia stata toccata o avvicinata da qualcuna delle mani assassine che precipitarono Spanghero.

Per dire che troppi ricordi sanguinano ancora e che è saggio non celebrare ora buoni e cattivi. Tanto meno con dediche stradali.

Gianluca La Villa

Italo Balbo: quadri per un’esposizione

 


 

Questo blog aderisce alla proposta di una mostra celebrativa su Italo Balbo che “colga tutti gli aspetti del personaggio”, e con spirito costruttivo avanza una proposta di testi e immagini per 6 cartelloni introduttivi.

1. Il conte e il leccaculo

Nel suo Diario 1922, alla data del 5 febbraio Balbo scrive: “Ho conosciuto il conte Volpi a Venezia. È un tipo. Me lo presentò la scorsa estate l’amico ferrarese Vittorio Cini”. Questa annotazione è la prova provata del fatto che il Diario 1922 è un falso, scritto a posteriori e spacciato per l’agenda del ’22. Basterebbe un confronto fra lo stile di scrittura dell’autore (una sequenza di periodi elementari collegati dal solo punto, forse per il sospetto che le subordinate siano sovversive) e i testi dei comizi di Balbo riportati sui giornali locali (la classica prosa del piccolo-borghese di inizio secolo con aspirazioni alte, pomposa e infarcita di carduccismi). Ma qui casca l’asino: perché nel ’22 (anzi, nel ’21) Balbo non avrebbe potuto chiamare Volpi “conte”, titolo che gli fu conferito solo nel 1925. Giuseppe Volpi è una figura decisiva nel rapporto fra industriali e fascismo: il suo ingresso nel governo, nel pieno della crisi seguita all’assassinio di Matteotti, fu un chiaro segnale di come si schieravano i padroni. Sicché, quando Balbo (o il suo ghost-writer, probabilmente Nello Quilici) scrive, a posteriori, queste pagine non riesce a non chiamarlo “conte”. Balbo era ardito ed eroico, in dieci armati contro uno (se disarmato: quando incontra chi gli risponde armi in pugno, come gli Arditi del Popolo di Parma, il Balbo fegato di leopardo si muta in coniglio, e scappa); era eroico, grazie alla “complicità dei pubblici poteri, inerti o plaudenti dinanzi al ‘dinamismo’ fascista quanto solerti e zelanti dinanzi alle reazioni provenienti dal campo proletario” (così Alessandro Roveri): davanti a un padrone come Volpi, Balbo si rivela un prono giullare pronto a nettargli le terga. In definitiva, la quintessenza del fascismo e dei fascisti.

2. Le polveri di Balbo

 

Un’indiscussa, anche se misconosciuta, protagonista del fascismo, prima e durante il Ventennio, è madama Sleppa: la cocaina. Balbo ne è letteralmente circondato. La cocaina si diffonde fra i fascisti estensi dopo essere arrivata col ritorno degli arditi fiumani – fra i quali Balbo non c’era: come testimonia Guido Torti, fascista della prim’ora, nel dicembre del ’20 Balbo “combatteva il bolscevismo giocando a poker” nei bar di piazza Ariostea. Cocaina e cherry brandy (da cui, per deformazione, “Celibano”) sono il carburante dello squadrismo: drogati e pieni di cocaina (vedi le testimonianze raccolte da Sitti e Previati), con buona pace del cuore di dinamo e fegato di leopardo. È un cocainomane (lo segnala anche Franzinelli) Beltrami, il braccio destro di Balbo: quando, messo da parte assieme ai fascisti delle origini (dopo una spedizione di squadristi perugini contro i dissidenti ferraresi), renderà pubbliche le malefatte di Balbo, i fascisti non esiteranno a denunciarne il vizietto sulla prima pagina del “Balilla”, senza accorgersi dell’effetto-boomerang, giacché era stato uno di loro. Circola a fiumi la polverina nel giro bolognese di Arpinati, dove Balbo è di casa, ma anche nelle feste galanti in Versilia, dove Balbo arriva ammarando in aereo per farsi servire il Negroni dai camerieri sul pattino, in un giro di amanti che non si perita di nascondere, benché difenda fascisticamente, con Dio e la Patria, la Famiglia; e dove dà spettacolo la figlia del Duce, Edda, anche lei aspirante, che non si priva di alcun piacere, in barba alle spie che il padre le mette alle calcagna. Frequentano madama Sleppa il camerata Muti, ma soprattutto l’intimo amico Magnani, il centese che Gian Carlo Fusco definisce “amico di latte della cocaina”. Non stupisce, dunque, che fra le imprese aviatorie di Balbo ci sia un evocativo atterraggio sulla neve. Balbo è morto, madama Sleppa invece se la passa ancora bene: la sua persistente popolarità nelle stanze del potere e nei piani alti della buona società spiega molte cose.

3. Il sangue dei giusti

 

Della condotta gangsteristica di Balbo non dovrebbe esserci bisogno di parlare: eppure qualcosa bisognerà pur sottolineare, contro la mitologia creata dallo stesso Balbo. Ad esempio, la sua dedizione alla causa della prim’ora: Balbo abbandona il Bar Estense, il poker e il whisky dopo una vera e propria trattativa conclusasi con un assegno mensile di 1.500 lire, la nomina a segretario, la garanzia di un impiego bancario “alla fine della battaglia”; ma anche, un giornale, e una cassa con 200 rivoltelle di provenienza militare (il comandante del distretto militare di Ferrara, denunciò Matteotti il 1 febbraio 1921 alla Camera, era un noto fascista). L’acquisto di Balbo segna la svolta del fascio ferrarese, che diventa “la guardia del corpo del pescecanismo” (sono parole di Gaggioli riportate da Corner), l’esercito personale degli agrari e degli industriali, terrorizzati dalla pretesa dei contadini e degli operai di giustizia sociale e politica. Balbo è responsabile diretto, morale o politico di omicidi premeditati (la consegna di somministrare “bastonate di stile” significava frattura del cranio), o causati dal mix di cocaina e alcool che portava gli “arditi” fascisti a trascendere dalla bastonatura all’omicidio. Basta citarne due, i più emblematici: Natale Gaiba e don Minzoni. Natale Gaiba viene assassinato per vendicare l’offesa, compiuta quando il sindacalista argentano era assessore al comune, di aver fatto sequestrare l’ammasso illegale di grano al Molino Moretti. Di avere, cioè, preteso che il grano imboscato per farne salire il prezzo venisse strappato agli agrari e restituito al popolo che lo aveva prodotto coltivando la terra, e che faceva la fame. Don Minzoni viene assassinato dai fascisti locali: lo sappiamo con certezza, dopo che don Romano Fiorentini, il parroco di Boccaleone ha confessato di essere figlio del mezzadro Gaetano, ras del fascio locale, che diede alloggio ai sicari; mezzadro sulla terra di una delle famiglie di agrari che figurano fra i sottoscrittori del fascio argentano (Giovanni Bedeschi, nella sua biografia di don Minzoni, lascia intendere di conoscere il nome di Fiorentini, ma non avendo ancora la prova non può dirlo). Balbo non può ammettere che siano stati individuati e arrestati i fascisti che organizzarono l’assassinio, fra i quali Raul Forti “il più bel fascista di Ferrara”: e interviene in molti modi, anche con la costante presenza in aula, a condizionare le indagini e il processo. Più infame ancora dell’appoggio politico e morale ai bastonatori, la diceria che don Minzoni avesse un’amante, costruita a partire da una colletta fatta dal parroco per consentire a una contadina povera di andare a nozze con un vestito degno: diceria propagata anche dal “Corriere Padano”, il giornale che Balbo dirige assieme al fido Quilici.

Gli esaltatori delle trasvolate atlantiche non mancano di citare le manifestazioni organizzate a Chicago in onore del trasvolatore: chissà perché omettono sempre di citare lo striscione che recitava “Balbo, don Minzoni ti saluta”. Gaiba e don Minzoni, assieme a molti altri (per citarne tre, dallo studente partigiano Ludovico Ticchioni al professor Francesco Viviani caduto a Buchenwald, al magistrato Pasquale Colagrande), prima, durante e dopo la marcia su Roma, testimoniano col loro sacrificio o la loro lotta sotterranea, che i ferraresi non erano, e non sono, tutti uguali.

4. La tribù di Levi

 

Balbo protettore degli ebrei, dice la vulgata. Ma davvero? Che Balbo abbia offerto protezione alla borghesia ebraica, che era filofascista (un’infamia che non ha mai cessato di ricordarci Bassani), è un fatto. Così come è un fatto che l’opposizione di Balbo alle leggi razziali non andò oltre qualche urlo in Gran Consiglio, senza che gli passasse per la testa di mettere sul tavolo le sue dimissioni, o di mandare a scoreggiare nella crusca quel Quilici che, pur di mantenere le proprie posizioni, aveva scritto La difesa della razza in appoggio alle leggi razziali. Ma la protezione agli ebrei fascisti non significa protezione verso gli ebrei tout court, come testimonia un articolo del 15 luglio 1925. Il giorno prima, a Firenze, all’uscita da un processo erano stati inseguiti e bastonati dai fascisti locali Gaetano Salvemini e alcuni antifascisti che lo accompagnavano. Fra questi, i professori Alessandro Levi e Pintor Luzzato. Nell’articolo di fondo in prima pagina del “Corriere Padano” (in alto a sinistra, non firmato: che dunque esprime l’opinione del direttore) Balbo, che di Salvemini scrive che “vi sono faccie [sic!] al mondo, portate in giro qualche volta anche da persone per bene, che attirano gli schiaffi , come la sputacchiera gli sputi”, afferma, commentando l’agguato:

La commedia è finita come doveva finire, cioè con la comparsa improvvisa di Fasulèn, che ha crocchiato di santa ragione sulle teste di legno, con l’arte e lo stile che gli sono consueti. Alcuni personaggi – tra i quali vediamo con piacere qualche rappresentante della tribù di Levi – sono finiti a un certo punto dentro un negozio.

Qualche rappresentante della tribù di Levi, teste di legno, della cui bastonatura Balbo si compiace: non serve altro commento. Se non per ricordare che il vicedirettore, e di fatto il vero direttore (lo sarebbe diventato anche formalmente a breve) era quel Nello Quilici che non alzò un sopracciglio a fronte di queste parole. Ma bisogna capirlo: si era nel pieno della crisi aventiniana, innescata dall’assassinio di Matteotti compiuto nell’auto che era nella disponibilità dello stesso Quilici al “Corriere Italiano”, e che dal garage del giornale i sicari hanno prelevato chiavi in mano. La chiamata a Ferrara al “Corriere Padano”, sotto la protezione di Balbo, aveva sottratto Quilici all’attenzione della magistratura romana: poteva l’eroico scrivano mettere a repentaglio il suo buon rifugio ferrarese, in giorni così incerti?

5. Stormi in volo sull’oceano

Il Balbo aviatore e le trasvolate atlantiche sono un capolavoro di marketing: un esempio di come, e a quale prezzo, funzionava la macchina propagandistica del Regime. Trasvolate e gare di velocità aeree erano, negli anni Venti, un laboratorio di sperimentazioni nello sviluppo aereo, e una palestra di addestramento dei piloti, in anni pionieristici per l’areonautica. Ma quando, nella seconda metà del decennio, l’areonautica italiana è colta da una vera e propria frenesia di record e trasvolate, queste sperimentazioni sono in declino: tutto quel che c’era da ricavarne è stato conseguito da paesi più avanzati del nostro, e lo sviluppo dell’areonautica è ora saldamente affidato alle industrie, non ai pionieri spericolati. Balbo, insomma, può farsi grosso perché manca la concorrenza: un po’ come se la Ferrari tornasse a primeggiare perché McLaren-Mercedes si sono ritirate (fermo restando che un pilota solitario francese vola da Parigi a Pechino nello stesso anno della trasvolata atlantica: ma è un’impresa individuale, senza battage propagandistico). E può fare il grosso perché usa il suo peso politico per far fuori prima Nobile, e poi, dopo averlo sfruttato e vampirizzato, De Pinedo, il vero artefice delle imprese aeree cui Balbo va a rimorchio, salvo prendersene il merito. Ma il prezzo delle “imprese” aeree di Balbo è pesante. Ogni anno decine di piloti morivano nelle esercitazioni: manca una cifra totale, ma per dare un’idea nel solo 1927 Claudio G. Segre conta 581 incidenti con 58 piloti morti; nel 1932 i piloti morti sono 30, due dei quali, uno all’andata e uno al ritorno, proprio nella trasvolata atlantica. Balbo concentra tutte le risorse in aerei che sono veloci perché alleggeriti di tutto, anche dell’essenziale, invece di investire nella sperimentazione e nell’innovazione: buoni per vincere una coppa, non certo per fare la guerra. Le risorse sono concentrate sulle futili gare che tanto piacevano a Balbo: in compenso, le ore di addestramento effettivo per la restante aviazione sono la metà di quelle dell’aviazione francese e della R.A.F, un terzo dell’aviazione statunitense. Balbo bara anche con le cifre, nasconde le spese e tarocca i bilanci effettivi: e mente sul reale stato della flotta aerea. Quando, nel 1933, Mussolini gli toglie il giocattolo e fa ispezionare i velivoli, scopre che su asseriti (da Balbo) 3.125 aerei in organico, solo 911 sono in grado di volare. Da questo sfacelo l’aeronautica italiana non si riprenderà: gli aerei italiani da guerra, in assenza di progressi nelle costruzioni e di un’industria che ne supporti la costruzione (per effetto del monopolio di fatto garantito a FIAT e Savoia-Marchetti) resteranno privi di corazzature, costruiti prevalentemente in tela alluminizzata e tubi innocenti, con il pilota allo scoperto (e quindi senza poter raggiungere la tangenza massima) e senza apparecchi radio, più lenti di quelli inglesi (il CR 42 Falco non superava i 470 km/h, mentre gli Spitfire inglesi raggiungevano i 570 km/h). Con queste bare volanti, o “vacche” (come i piloti chiamavano i Savoia-Marchetti), i nostri piloti andranno al macello in guerra. Apparecchi al livello di una nazione arretrata, con un’industria arretrata, governata da un Regime che, dopo aver raccolto l’aspirazione futurista alla modernizzazione e alla velocizzazione, ha bloccato il paese nella stagnazione produttiva e invoca la riruralizzazione dell’Italia. Nel triennio 1940-43 l’industria italiana produrrà 11.508 aerei, contro i 74.113 inglesi e i 63.189 tedeschi. Ancora una volta, Balbo è l’emblema del fascismo, nel male e nel peggio: e senza saperlo, con le sue sboronate aeree sta cominciando a piantarsi i chiodi sulla bara.

6. Il postino suona sempre due volte

 

Sulla morte di Balbo in Libia c’è poco da congetturare: persino Folco Quilici, nel suo bel libro d’inchiesta sull’incidente di Tobruk, non è riuscito a dimostrare che ci fu intenzione nei colpi di mitraglia italiani che abbatterono il suo Sparviero. E del resto, chi sparò non poteva sapere che su quell’aereo c’era Balbo. Partito alle 17 da Derna con due SM 79 e un corteo di una decina di ospiti per andare a catturare qualche veicolo britannico (“Non abbiamo autoblindo? Andiamo a prenderle agli inglesi!”), convinto che la guerra sia una guasconata, Balbo non si preoccupa di consegnare un piano di volo: con un aereo in tela e tubi, più lento di quelli inglesi e per di più appesantito da qualche centinaio di chili (gli ospiti della gita, fra i quali il fido Quilici, i proiettili delle mitraglie e le bombe per l’impresa), per non dire dei 2000 litri di carburante, crede di poter dare battaglia. Ha un’età, e un giro vita, che consiglierebbero meno spavalderia: ma Balbo, bugiardo incorreggibile, ha bisogno di mentire anche a se stesso e di credersi più giovane di quel che è: amanti indigene e una panciera che lo strizza lo aiutano nella finzione. Pochi minuti dopo, mentre è in volo col suo SM, una squadriglia di Bristol Blenheim della R.A.F. giunge inattesa su Tobruk e per dieci lunghissimi minuti martella il campo T2 con le sue mitragliatrici Browning colpendo, danneggiando, ferendo, uccidendo, infierendo sui soldati italiani privi di una credibile contraerea – di radar neanche a parlarne, men che meno del fantomatico “raggio della morte” che Marconi stava senz’altro inventando, anzi già sperimentando, col quale avremmo senz’altro vinto la guerra. Balbo si dirige su Tobruk e fa la sua ultima pirlata: nel doppio senso di curvare a mancina, e di fare una manovra da pirla, perché non si cura della direzione di svolta, non si chiede qual è la differenza fra arrivare a Tobruk dal deserto o dal mare, mentre il sole va a tramontare.
Balbo esegue lo sbloccaggio dei deflettori e la regolazione del dispositivo di stabilizzazione dell’aereo, che va a planare a 200 chilometri orari, per poi ridurre progressivamente la velocità con l’azione della cloche, finché, allertato dall’allarme acustico e dalla spia che s’accende sul rosso, sposta la leva che comanda l’uscita del carrello. I soldati italiani, ancora terrorizzati dal raid inglese e in attesa di un possibile secondo passaggio, con la sabbia sottile del deserto nell’aria sollevata dal Ghibli, vedono arrivare col sole basso sulla linea dell’orizzonte alle spalle un aereo: con le mani sulla Breda 20mm che arriva a una gittata di 5500 metri in orizzontale, il sole negli occhi e la sabbia che fa tremolare l’aria, un soldato friulano preme il grilletto puntando all’aereo in volo discendente, senza sapere che è quello di Balbo. I gà rustì como dordei, dichiarerà con la sua parlata di Ronchi. Sulla San Giorgio, una nave semiaffondata davanti a Tobruk per fare da presidio antiaereo, cioè da bersaglio per gli aerei britannici (che la centreranno un anno dopo), si festeggia l’abbattimento del presunto aereo inglese. Nel giro di dieci minuti arriva la notizia: era uno dei nostri. No, non era solo uno dei nostri: era l’aereo di Balbo. E, dopo un attimo di sbigottimento, parte il primo evviva!, seguito dal boato di tutta la nave: Buffone! Cialtrone! Fascista di merda! E mentre gli ufficiali brindano alla fine del pagliaccio che credeva di vincere la guerra da solo: Savoia! Viva il Re!

Chissà se, mentre il serbatoio dell’aereo veniva colpito e il fuoco avvolgeva il SM 79, a Balbo è apparso don Minzoni, a salutarlo.

Bibliografia minima utilizzata:

Italo Balbo, Diario 1922, Mondadori 1932
Lorenzo Bedeschi, Don Minzoni. Il prete ucciso dai fascisti, Bompiani 1973
Paul R. Corner, Il fascismo a Ferrara, Laterza 1974
Giovanni Fasanella, Mario José Cereghino, Le carte segrete del duce, Mondadori 2014
Mimmo Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922, Mondadori 2003
Gian Carlo Fusco, Mussolini e le donne, Sellerio 2006
Folco Quilici, Tobruk 1940, Mondadori 2006
Alessandro Roveri, Le origini del fascismo a Ferrara 1918/1921, Feltrinelli 1974
Claudio G. Segre, Italo Balbo, il Mulino 1988
Renato Sitti, Lucilla Previati, Ferrara, il regime fascista. Documenti e immagini del fascismo ferrarese, La Pietra 1976

 Post tratto da:

https://www.estense.com/?cat=55987 

---------------------

Caro Vittorio, su Balbo ti sbagli

Ciao Vittorio,

Ci siamo già incontrati un paio di volte, e ti ho sempre portato il rispetto che devo sia a un Deputato della RI che come uomo di cultura. Ma ritengo che tra tutte le azioni; che tu puoi compiere, per definire Ferrara una città di cultura e di apertura, quella di intitolare una via a Italo Balbo sia una di quelle meno apprezzabili sia come Ferrarese che come Antifascista.

Non vado a giudicare la figura che Balbo ha avuto all’interno dell’aviazione, tant’è che tutti né hanno pianto la morte “accidentale” specialmente gli avversari, ma non posso e non puoi nemmeno tu scordare che Balbo era un Gerarca Fascista. Quel Balbo a cui vuoi dedicare una via di Ferrara non si scompose di fronte all’Abolizione degli altri partiti, di fronte allo squadrismo (fu comandante nel ‘24 della stessa milizia) che nacque dagli anni ’20 e che imperverso fino al 25 di Aprile, all’uso di gas in Etiopia.

Stai liberamente e volontariamente dando una revisione storica ponendo un gerarca Fascista in un’accezione positiva, quasi come se non avesse mai partecipato al Consiglio dei ministri di Mussolini o che si fosse battuto per il mantenimento della democrazia – quella che ti permette di parlare, anche quando commenti più gaffe in parlamento o dalla Durso –.

Mi spiace ma a Ferrara, in Italia, non c’è posto per revisionismi.

Vittorio, nulla esclude che tu sia un professionista nel campo dell’Arte, ma non può sputare sulla memoria di chi si è opposto al regime fascista sia con queste proposte che con l’insistenza nella apoteosi di una figura che nonostante fosse un eccellente aviatore ha contribuito in una forma determinante al periodo più buio del XX secolo che l’Italia ha vissuto.

Sergio Echamanov, cittadino di Ferrara

 Post tratto da:

 https://www.estense.com/?p=876786

 

venerdì 2 ottobre 2020

ITALO BALBO

 ITALO BALBO

Nato a Quartesana (Ferrara) il 6 giugno 1896, morto a Tobruk il 28 giugno 1940.

Negli anni delle origini del fascismo fu certamente uno dei massimi rappresentanti, insieme a Roberto Farinacci nelle campagne cremonesi, Dino Grandi a Bologna, Giuseppe Caradonna in Puglia, dell'ala più arretrata, intransigente e violenta della società agraria ferrarese. Presto al vertice della gerarchia del partito fascista, anche per il ruolo assunto durante la marcia su Roma, prese, pur senza conseguenze, posizioni discordanti da quelle ufficiali sulla emanazione delle leggi razziali e sull'alleanza con la Germania nazista.

Impegnato nella creazione di un corpo aereo moderno, guidò alcune trasvolate intercontinentali che gli portarono numerosi successi e una grande popolarità, anche internazionale, tale da creargli intorno gelosie e diffidenze, rivalità e profonde inimicizie. Venne allora emarginato e, in un certo senso isolato, con la nomina a governatore della colonia libica.

Italo Balbo nasce da genitori entrambi insegnanti elementari molto devoti alla monarchia sabauda e pieni di rispetto per le istituzioni militari. La famiglia, poco dopo la nascita del piccolo, si trasferisce a Ferrara e qui, anni più tardi, frequentando un caffè dove si scontrano in forti dispute i sostenitori della repubblica e quelli della monarchia, il giovane Balbo assume una posizione repubblicana. Tanto da fuggire di casa, è il 1911, per raggiungere Ricciotti Garibaldi che, a capo di una spedizione militare, vuole liberare l'Albania dal dominio turco. L'impresa non riesce e Balbo viene bloccato dalla polizia. Nel 1914 partecipa a Milano a un raduno di fautori dell'interventismo italiano nella guerra mondiale e in quell'occasione conosce Mussolini. È forse l'adesione al movimento interventista a determinare in Balbo la scelta definitiva dell'attività politica, alla quale si darà completamente dopo la guerra.

Assegnato all'inizio del conflitto a un reggimento di alpini, appena si apre la possibilità di partecipare a un corso per piloti aeronautici si trasferisce a Torino, ma è subito richiamato al fronte, dove resterà fino alla fine della guerra, che termina con il grado di capitano, una medaglia d'argento e una di bronzo.

Alla fine della guerra, Balbo si sposa e si laurea in scienze sociali all'Università di Firenze. Intende la politica come violenza e di ciò avrà modo di fornire parecchi esempi dopo l'iscrizione e la rapida ascesa gerarchica nelle file del fascismo, al quale aderisce prestissimo, quando è ancora il movimento fondato nel 1919. Balbo inizia subito la sua attività di "ras" dell'area ferrarese, con continue spedizioni contro uomini e cose del movimento di sinistra, assaltando, picchiando selvaggiamente, distruggendo Camere del lavoro e sedi del Partito socialista e delle leghe contadine.

Presto, a lui e alle sue bande di rozzi picchiatori, il territorio ferrarese non basta più. Dopo l'assalto al Castello Estense di Ferrara, la violenza, protetta dalle forze dello stato, delle squadre di Balbo si rivolge contro Bologna, Ravenna, Modena. E poi a Parma, con ventimila uomini venuti da tutto il nord per dare una lezione a chi resisteva ancora nell'agosto del 1922. Proprio qui, tuttavia, Balbo e i suoi trovano una resistenza tale che, dopo due giorni di assalti ai quartieri dell'Oltretorrente, devono desistere e ritirarsi. La città ha riportato numerosi danni, e tra gli assalitori vi sono trentanove vittime. Italo Balbo non è più soltanto il capo squadrista che semina terrore con le sue squadracce, è ormai un gerarca nazionale affermato che fa parte del vertice più ristretto del partito fascista e che partecipa a tutte le decisioni importanti.

Il mese di ottobre 1922 diventa determinante per la politica fascista: è infatti il 16 ottobre quando Mussolini riunisce a Milano i maggiori gerarchi – tra cui Balbo – e alcuni generali dell'esercito per decidere l'atto di forza che lo porterà al governo, dopo aver circondato di squadristi la capitale. In quella riunione, tra le altre cose, si decide di sciogliere la direzione del partito e di affidare tutte le responsabilità a un quadrumvirato composto da Italo Balbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon. È uno degli atti di quella strategia congegnata per superare gli ultimi tentennamenti di Vittorio Emanuele III e far aprire a Mussolini le porte del governo. È, in sostanza, la decisione di compiere l'atto di forza finale schierando decine di migliaia di fascisti della "prima ora" intorno a Roma, nelle località di Santa Marinella, Monterotondo e Tivoli, e da lì far partire l'ultima tappa della marcia su Roma, incontrastata dagli ambienti politici e militari nei quali si sono annidate le forti complicità che hanno facilitato, se non addirittura sollecitato, l'atto di forza di Mussolini.

A Balbo non tardano ad arrivare i riconoscimenti per la sua azione: nel 1923 viene nominato comandante generale della milizia ed entra a far parte del Gran Consiglio (contestualmente, lascia la Massoneria, alla quale aveva aderito nel 1920). Anche se nel 1924 è costretto a rassegnare le dimissioni da console della MVSN, dato il suo diretto coinvolgimento nell'assassinio di don Giovanni Minzoni, la carriera di Balbo non si arresta, e nel 1925 diviene sottosegretario all'economia. D'altra parte, Balbo gode dell'appoggio degli agrari padani e della borghesia medio-alta, fortemente compenetrate nel fascismo e tanto potenti da preoccupare lo stesso Mussolini. Il salto di qualità, tuttavia, Balbo lo compie il 6 novembre 1926 quando gli viene affidato, con la carica di sottosegretario al ministero dell'Aeronautica, il compito di creare una vera forza aerea militare, compito che assume con grande impegno data la sua passione per il volo. Un ulteriore riconoscimento arriva nel 1928 con la promozione a generale di squadra aerea, seguita qualche mese dopo dalla nomina a ministro dell'aviazione.

Nel periodo tra il 1930 e il 1933 è egli stesso a cimentarsi come trasvolatore, guidando dapprima una squadra di idrovolanti da Orbetello a Rio de Janeiro e, successivamente, un'altra squadra dall'Italia al Canada e poi negli Stati Uniti, dove è accolto trionfalmente, viene ricevuto dal Presidente Roosevelt, ha intitolato un viale a New York e in onore suo e dei suoi equipaggi viene organizzata una grande parata. È il secondo italiano a ricevere simili onori dopo quelli attribuiti ad Armando Diaz alla fine della guerra del '14-18. Il riconoscimento che Mussolini non può non tributargli è la promozione a Maresciallo dell'Aria.

Ripreso il suo lavoro di ministro, si concentra sugli aspetti militari dell'aeronautica, ma la sua posizione non è più così solida. I successi e la popolarità gli si ritorcono contro e Mussolini decide di “ricollocarlo”, assegnandoli un incarico apparentemente prestigioso come quello di governatore generale di Tripolitania e Cirenaica, che nel dicembre 1934 vengono unite, rendendo Balbo il primo governatore generale della Libia. In realtà, Mussolini ha relegato il gerarca ai confini dell'impero, forse perché Balbo non ha mai lesinato giudizi negativi su Mussolini stesso e la sua politica. Il duce, da parte sua, non ha mai esitato a compiere ritorsioni contro i suoi stessi uomini, ad esempio dicendo a Galeazzo Ciano che Balbo sarebbe rimasto sempre "il porco democratico che fu oratore della Loggia Girolamo Savonarola di Ferrara" (Diario di Galeazzo Ciano, nota del 21 marzo 1939, edizione a cura di U. D'Andrea, Milano, Rizzoli, 1950, vol. I, p. 63). Successivamente, Balbo non avrebbe nascosto la propria contrarietà rispetto a due decisioni fondamentali del fascismo: le leggi razziali e l'alleanza con la Germania, che avrebbe portato alla seconda guerra mondiale (Ciano avrebbe annotato: "Balbo non discute i tedeschi: li odia". Diario di Galeazzo Ciano, nota del 2 giugno 1940, edizione citata, vol. I, p. 274).

Balbo muore volando il 28 giugno 1940, colpito dalla contraerea italiana nel cielo di Tobruk, al ritorno da un volo di esplorazione. Muore, come nel mito della Nemesi, colpito dalla violenza della guerra, un alto gerarca fascista che aveva iniziato la sua carriera "politica" con la violenza e che in una politica di sola violenza aveva creduto.

20 Agosto 2010 — aggiornato il 4 Febbraio 2016

Link:

https://www.anpi.it/storia/2/italo-balbo 

 






 

domenica 20 settembre 2020

BRECCIA DI PORTA PIA - 20 SETTEMBRE 1870

Breccia di Porta Pia.

  Apertura attraverso la quale l’esercito piemontese entrò a Roma determinando la fine dello Stato della Chiesa. Il 20 settembre 1870, il tratto di mura aureliane tra Porta Pia e Porta Salaria fu l’obiettivo dell’attacco principale sferrato, durante le operazioni per l’occupazione di Roma, dalle truppe italiane guidate dal generale R. Cadorna. Dopo che i primi colpi di artiglieria colpirono le mura, il papa ordinò al generale in capo delle truppe pontificie H. Kanzler di limitare la difesa al tempo necessario per affermare la protesta della Santa Sede e di aprire le trattative di resa ai primi colpi di cannone. Tuttavia Kanzler preferì rinviare le sue decisioni e le truppe pontificie si arresero a Porta Pia solo dopo un assalto del 40° reggimento di fanteria, nel momento in cui i reparti italiani più prossimi all’ampia breccia che nel frattempo era stata aperta nelle mura dall’artiglieria, cioè il 35° battaglione bersaglieri e il 39° e il 40° reggimento di fanteria, davano inizio all’entrata degli italiani in Roma. 

 

Link:

https://www.treccani.it/enciclopedia/porta-pia-breccia-di_%28Dizionario-di-Storia%29/ 

martedì 8 settembre 2020

8 SETTEMBRE 1943

 

Date cruciali: 25 luglio e 8 settembre 1943

MAMMA- ANNIVERSARIO

 

 21° ANNIVERSARIO

MAMMA - ANNIVERSARIO

12 marzo 1923
18 settembre 1999

18/9/1999 - 18/9/2020


Ciao mamma.

ANNA - ANNIVERSARIO

 

1° ANNIVERSARIO

8 settembe 2019

8 settembre 2020




13 maggio 1922
8 settembre 2019

Ciao Nonna

giovedì 13 agosto 2020

S.ANNA DI STAZZEMA - 12 AGOSTO 1944

 

Per non dimenticare

Gli orrori di una guerra, di tutte le guerre

A Sant’Anna di Stazzema, la mattina del 12 agosto 1944, si consumò uno dei più atroci crimini commessi ai danni delle popolazioni civili nel secondo dopoguerra in Italia.

La furia omicida dei nazi-fascisti si abbattè, improvvisa e implacabile, su tutto e su tutti. Nel giro di poche ore, nei borghi del piccolo paese, alla Vaccareccia, alle Case, al Moco, al Pero, ai Coletti, centinaia e centinaia di corpi rimasero a terra, senza vita, trucidati, bruciati, straziati.

Quel mattino di agosto a Sant’Anna uccisero i nonni, le madri, uccisero i figli e i nipoti. Uccisero i paesani ed uccisero gli sfollati, i tanti saliti, quassù, in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Anna, l’ultima nata nel paese di appena 20 giorni, uccisero Evelina, che quel mattino aveva le doglie del parto, uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario, scagliò il suo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle, uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente, uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. 560 ne uccisero, senza pietà in preda ad una cieca furia omicida. Indifesi, senza responsabilità, senza colpe. E poi il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, gli animali, le masserizie. A Sant’Anna, quel giorno, uccisero l’umanità intera.

La strage di Sant’Anna di Stazzema desta ancora oggi un senso di sgomento e di profonda desolazione civile e morale, poiché rappresenta una delle pagine più brutali della barbarie nazifascista, il cancro che aveva colpito l’Europa e che devastò i valori della democrazia e della tolleranza. Rappresentò un odioso oltraggio compiuto ai danni della dignità umana. Quel giorno l’uomo decise di negare se stesso, di rinunciare alla difesa ed al rispetto della persona e dei diritti in essa radicati.
 
 
Per approfondire:

ROSSONI EDMONDO

Tresigallo (Ferrara) -  6 maggio 1884 

Roma - 8 giugno 1965

Al Gran Consiglio del 25 luglio 1943 votò a favore dell’ordine del giorno Grandi. Dopo l’8 settembre si nascose ancora, questa volta nella procura romana dei suoi antichi educatori salesiani, e la neonata Repubblica sociale italiana (RSI) lo privò della dignità di ministro di Stato (decreto del duce, 30 novembre). Il 10 gennaio 1944 fu condannato a morte – in contumacia – dal tribunale speciale per la difesa dello Stato della RSI, in febbraio il capo della Provincia di Ferrara segnalò un’ingente quantità di valori interrata dalla sorella in Tresigallo e così nel marzo si trasferì nel monastero di Grottaferrata e dal 21 luglio nel santuario benedettino di Montevergine (Avellino). Il 6 dicembre anche le autorità del Regno d’Italia spiccarono un ordine di cattura nei suoi confronti.

Finito il conflitto, nell’ambito dell’epurazione per i crimini fascisti fu condannato all’ergastolo con sentenza n. 9 del 28 maggio 1945. Rimase contumace presso i benedettini, che gli fecero assumere l’identità di un religioso, a fine novembre lo ricondussero in un convento romano e poi, il 30 agosto 1946, riuscirono a fargli raggiungere la nunziatura apostolica di Dublino, da dove proseguì per il Canada. La fuga ebbe vasta risonanza di stampa, ma il 6 dicembre 1947 la sentenza n. 14 della Cassazione, in sezioni riunite speciali, annullò la condanna, permettendogli di rientrare in Italia.

Visse nella sfera privata a Roma e vi morì l’8 giugno 1965. 

Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/edmondo-rossoni_%28Dizionario-Biografico%29/ 

 https://nonnokucco.blogspot.com/2014/07/rossoni-edmondo-tresigallo.html

 

PARESCHI CARLO

 

PARESCHI, Carluccio, poi Carlo.

 Poggio Renatico (Ferrara) - 19 agosto 1898 

Verona - 11 gennaio 1944

Diplomatosi perito agrimensore presso l’istituto tecnico di Ferrara, nel 1916 Carlo si iscrisse alla Scuola superiore di agraria dell’Università di Bologna. Chiamato alle armi nel marzo 1917, prestò servizio come tenente di complemento nel 6° reggimento di artiglieria pesante e venne decorato con la medaglia di bronzo.

Si avvicinò alle idee del combattentismo e del nazionalismo e, dopo il ritorno a casa, nell’aprile 1920 contribuì a fondare dapprima la sezione dell’Associazione nazionale combattenti di Poggio Renatico, e poi il fascio locale allineandosi alle posizioni di Italo Balbo, del quale divenne amico. Nel frattempo, il 2 dicembre del 1920, completava gli studi laureandosi in scienze agrarie. 

Il 23 marzo 1939 fu designato membro della Camera dei fasci e delle corporazioni (dove rimase in carica fino al 2 agosto 1943) e, negli stessi giorni, fu chiamato da Vittorio Cini a ricoprire la carica di segretario generale dell’E42, l’ente organizzatore dell’Esposizione universale che si sarebbe dovuta tenere a Roma nel 1942, di cui l’industriale ferrarese era diventato commissario. 

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, nell’ultima seduta del Gran Consiglio del fascismo anche Pareschi votò a favore dell’ordine del giorno presentato da Dino Grandi, probabilmente nell’intento di contrastare l’evidente sbando degli ordinamenti nazionali.

Rimasto a Roma fra la caduta del fascismo e il sopraggiungere dell’armistizio, il 4 ottobre 1943 venne arrestato a casa sua dai militi del neonato Partito fascista repubblicano (PFR), incarcerato a Regina Coeli e successivamente trasferito a Padova. Processato e condannato per tradimento, fu fucilato – insieme a Emilio De Bono, Galeazzo Ciano, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli – a Verona, presso il poligono di tiro di Forte S. Procolo, l’11 gennaio 1944. 

 Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/pareschi-carluccio-poi-carlo_(Dizionario-Biografico)/ 

MARINELLI GIOVANNI

Adria (Rovigo) - 18 ottobre 1879

Verona - 11 gennaio 1944

Nacque ad Adria (Rovigo), da Rinaldo e da Angelina Raule, il 18 ottobre1879. La famiglia, di media borghesia agraria, aveva conosciuto dissesti economici, tanto che  dovette abbandonare gli studi alla seconda ginnasiale. Iniziò presto a occuparsi di politica su posizioni socialiste.

Già nel 1898  era controllato dalle autorità per la sua attività sindacale nelle zone più povere del Polesine; collaboratore di giornali della sinistra socialista e sindacalista, era attivo in polemica con le frange riformiste del sindacato oscillando tra posizioni sindacaliste e anarchiche.

Ormai schierato sulle posizioni della sinistra socialista, proseguì nell’attività sindacale e dal 1914 fu membro della presidenza della Camera del lavoro di Milano; attivo durante la settimana rossa del giugno 1913, allo scoppio della prima guerra mondiale seguì la scelta interventista di Mussolini, si dimise polemicamente dal PSI e, nel dicembre, fu tra i fondatori del Fascio rivoluzionario interventista.

Dal gennaio del 1915 nel comitato centrale dei fasci d’azione rivoluzionaria, all’entrata dell’Italia nel conflitto si presentò volontario, ma fu riformato per un grave difetto alla vista, probabilmente dovuto al diabete; fu poi attivo a Milano con le forze interventiste e protagonista di incidenti con i neutralisti. Tra i fondatori dei Fasci italiani di combattimento, già nella riunione di piazza S. Sepolcro, il 23 marzo 1919, fu inserito nella giunta esecutiva e il 1° aprile entrò a far parte della commissione esecutiva.

Fino alla firma dell’ordine del giorno Grandi, il 25 luglio 1943,  si mantenne fedele a Mussolini, come attestano numerose testimonianze di protagonisti.

Grandi stesso, prima della riunione, non solo non considerava Marinelli a favore del suo ordine del giorno, ma lo includeva tra i decisamente contrari; oltre a sottolineare che questi era giunto alla seduta del Gran Consiglio «assolutamente ignaro», egli aggiunge di aver accolto «non senza stupore» la sua firma nella tarda nottata del 25 luglio (25 luglio quarant’anni dopo, p. 212). Anche  Bottai nel suo diario definisce «inaspettata» l’adesione di Marinelli all’ordine del giorno e il 14 gennaio 1944, dopo l’esecuzione seguita alla condanna a morte dei firmatari, ha queste parole pesanti nei suoi confronti: «fosco d’occhio e d’anima. Che egli abbia voluto “tradire” Mussolini non è immaginabile. Se non altro la sua cattiva coscienza di gerarca prepotente gliel’avrebbe impedito, ché solo un Mussolini poteva essere il suo degno protettore. Marinelli, piovuto per caso nella compagnia dei 19, dimostra da un punto di vista negativo l’inesistenza del tradimento, poiché egli era di quelli che non tradiscono se non le persone dabbene» (p. 486).

Arrestato a Roma,  entrò nel carcere veronese degli Scalzi il 4 novembre 1943. Durante il processo, nel quale fu difeso dall’avvocato C. Bonari di Verona, interrogato dal giudice istruttore V. Cersosimo  spiegò che aveva aderito all’ordine del giorno Grandi in quanto certo che tutto fosse stato concordato con Mussolini, come era sempre avvenuto in altre votazioni al Gran Consiglio.

Cianetti, suo compagno di prigionia per tre mesi, fornì particolari drammatici sulla situazione di Marinelli., che appariva abbattuto e quasi incapace di comprendere quanto stava avvenendo intorno a lui: alla lettura della sentenza, Marinelli non la capì e fu Ciano a dovergliela scandire. Estremamente prostrato, al momento dell’uscita dalla cella, prima dell’esecuzione, dovette essere sorretto da due agenti.

Il M. morì a Verona l’11 genn. 1944, fucilato alla schiena nel poligono di tiro della fortezza di S. Procolo.


 Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-marinelli_(Dizionario-Biografico)/ 

GRANDI DINO

 Mordano (presso Imola) - 14 giugno 1895

Bologna - 21 maggio 1988

Uomo politico italiano (Mordano 1895 - Bologna 1988). Combattente della prima guerra mondiale, dirigente del fascismo emiliano (deputato dal 1921), passò da posizioni rivoluzionarie a posizioni più moderate e filocostituzionali. Membro del Gran Consiglio del fascismo dal 1923, sottosegretario agli Interni (1924-25) e agli Esteri (1925-29), ministro degli Esteri (1929-32), ambasciatore a Londra (1932-39; notevole la sua politica di riconciliazione con l'Inghilterra), ministro guardasigilli (1939; riforma fascista dei codici) e presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni.

 La seduta del Gran Consiglio del 24 luglio 1943 e l'ordine del giorno che vi trionfò furono opera di Grandi (che era stato contrario all'entrata in guerra), il quale fu pertanto condannato a morte in contumacia dal tribunale di Verona (1944). Nel dopoguerra visse all'estero e trascorse in Italia gli ultimi anni. Pubblicò volumi di memorie: 25 luglio. Quarant'anni dopo (1983); Il mio paese. Ricordi autobiografici (1985).

 Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/dino-grandi/ 

http://www.treccani.it/enciclopedia/dino-grandi_%28Dizionario-Biografico%29/ 

mercoledì 12 agosto 2020

GOTTARDI LUCIANO

San Bartolomeo in Bosco (Ferrara) - 19 febbraio 1899

Verona -11 gennaio 1944

Nacque il 19 febbraio 1899 a San Bartolomeo in Bosco, presso Ferrara, da Antonio ed Elvira Volta.

Il padre, un piccolo agricoltore, aveva diretto per molti anni a Ferrara un'azienda agricola di proprietà dei conti Minutoli di Lucca.

Diplomato in ragioneria, dopo la guerra si iscrisse alla facoltà di scienze economiche e commerciali dell'Università di Trieste, dove si era trasferito nell'agosto 1920, ma la passione per la politica gli fece interrompere anzitempo gli studi universitari, che non terminò mai. Nel settembre del 1920 si iscrisse al fascio triestino, partecipando a tutte le azioni più rilevanti condotte dal fascismo giuliano, allora diretto da F. Giunta.

E, molto probabilmente, è proprio in questa sua genuina ispirazione "riformistica", che va colto il motivo della sua chiamata alla presidenza della Confederazione fascista dei lavoratori dell'industria (CFLI) il 29 aprile 1943, quando al regime occorreva recuperare, almeno parzialmente, il consenso delle masse operaie, dopo i grandi scioperi del marzo precedente. Egli giungeva alla presidenza della CFLI in sostituzione di G. Landi; con la nomina assumeva anche la direzione della Rivista del lavoro, organo della Confederazione.

L'incarico confederale comportava l'ingresso di diritto al Gran Consiglio del fascismo. Pertanto con la riunione del 24 luglio 1943, che determinò la caduta di Mussolini, Gottardi, come del resto diversi altri membri, partecipava per la prima volta al Gran Consiglio, in quanto tale organismo non si riuniva più dal 7 dicembre 1939.

È accertato che  non concertò la sua adesione all'ordine del giorno Grandi con i promotori dell'iniziativa. Nel più volte ricordato memoriale a Pavolini del settembre 1943, egli sostenne, anzi, di non aver mai avuto alcun contatto ("mai stretta la mano o parlato, durante 23 anni") con quelli che sarebbero stati i protagonisti della "notte del Gran Consiglio". Egli si recò alla riunione senza sapere di cosa si sarebbe discusso; cercò di raccogliere qualche informazione da T. Cianetti, ma questi non seppe o non volle dirgli nulla. Tuttavia, finì per aderire all'ordine del giorno Grandi, poiché, come spiegò nella deposizione al processo di Verona, si convinse che il documento presentato da Grandi, auspicando un ritorno nelle mani del re della conduzione della guerra, "sgravava il Duce di molte responsabilità" (Cianetti, p. 467).

Il 16 agosto, P. Badoglio lo sollevò dall'incarico confederale; egli non si allontanò da Roma ma, appena seppe della liberazione di Mussolini e della costituzione della RSI, inviò a Pavolini, segretario del neonato Partito fascista repubblicano, la sua entusiastica adesione, accompagnando la richiesta con quel promemoria con cui intendeva in sostanza fornire spiegazioni circa il suo comportamento alla seduta del Gran Consiglio. Ma, evidentemente, le spiegazioni non sortirono l'effetto desiderato. Il nuovo regime lo considerava ormai, insieme con gli altri firmatari dell'ordine del giorno Grandi, un traditore.

Agli inizi di ottobre, venne arrestato dalla banda Pollastrini e rinchiuso a Regina Coeli, e successivamente trasferito nel carcere di Padova. Durante tutta la detenzione, il processo a Verona, e davanti al plotone d'esecuzione Gottardi mantenne un contegno sereno e coraggioso.

Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/luciano-gottardi_(Dizionario-Biografico)/

https://nonnokucco.blogspot.com/2016/06/gottardi-luciano.html

https://nonnokucco.blogspot.com/2016/07/gottardi-luciano.html