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giovedì 12 marzo 2026

STROZZI TITO VESPASIANO

 

STROZZI, Tito Vespasiano

Discendente da quel ramo dell'illustre famiglia fiorentina che si trasferì al principio del Quattrocento da Firenze a Ferrara, Tito Vespasiano nacque ivi nel 1424, e percorse rapidamente la carriera degli onori alla corte di tre principi successivi (Borso, Ercole, Alfonso I), raggiungendo la suprema magistratura civile, come giudice dei XII Savî, nel 1497. In tale carica era ancora il 30 agosto 1505, quando morì più che ottantenne. Le necessità fiscali, per provvedere ai bisogni di un erario esausto, lo avevano obbligato a gravare la mano sul popolo; sicché fu oggetto di vivissime ostilità, e morendo lasciava al figlio Ercole (v.) un'eredità tutt'altro che facile. 

Sebbene egli abbia per così lungo tempo tenuto un luogo eminente a corte, la fama che ancora oggi circonda il suo nome è dovuta alle sue qualità di poeta, non a quelle di cortigiano e governatore. Lo Strozzi, cresciuto nel clima umanistico suscitato alla corte estense dagli sforzi concordi di un grande erudito e di un principe geniale, Guarino da Verona e Leonello d'Este, si dedicò subito alla poesia latina, nella quale trattò l'egloga, l'elegia, l'epigramma, il carme encomiastico, il sermone, perfino il poema epico: ci resta infatti il frammento di una sua Borsiade, che avrebbe dovuto celebrare le glorie di Borso. Ma nell'imboccare la tromba epica lo Str. si mostrava impacciato e pesante; sono invece squisite di eleganza le elegie, nelle quali molto spesso rivela un sentimento profondo, sia che si lamenti dei dolori cagionatigli dalle infedeltà di Anzia, sia che pianga con delicatissimi accenti la morte di Filliroe, sia che vagheggi nella culla il primo risvegliarsi alla vita dell'erede. Assai prossima al vero dunque la definizione del Carducci: "il più bel verseggiatore del rinnovato latino" prima del Poliziano e del Pontano.

 Egloga: Componimento poetico ispirato alla visione idealizzata della vita operosa in mezzo ai campi e ai boschi o in riva al mare.

Elegia: è un genere lirico classico (greco-latino) e moderno, caratterizzato da toni malinconici, amorosi o di lamento, spesso scritto in distici elegiaci. Nata come canto d'occasione con aulos, si evolve nell'elegia romana (Tibullo, Properzio, Ovidio) come espressione soggettiva di amore-sofferenza. Sinonimi comuni sono malinconico, mesto, triste o, in senso figurato, lamento.

Breve componimento diretto a fissare, per lo più in modo ironico o satirico, l’interpretazione personale di un fatto: gli epigrammi di Callimaco, di Marziale, dell’Alfieri.

Carmen encomiastico: il Carmen saeculare di Orazio è il più celebre esempio di carmen encomiastico (inno di lode) dell'antica Roma. Composto nel 17 a.C. per celebrare la grandezza di Roma e il principato di Augusto, l'inno di 19 strofe saffiche invoca Apollo e Diana per proteggere la città e garantire prosperità.

Sermone: Il sermone è undiscorso solenne, solitamente di natura religiosa (predica o omelia), incentrato sull'esposizione di passi scritturali o su temi morali, tipico delle celebrazioni cristiane. In senso esteso, indica un lungo ammonimento, una paternale o un discorso noioso e moraleggiante.

lunedì 9 marzo 2026

MATILDE SERAO


 

 

 Matilde Serao (1856-1927) è stata una pioniera, capace di fondere talento narrativo e impegno civile in un'epoca in cui le donne raramente trovavano spazio nei luoghi del potere culturale. Giornalista, scrittrice, imprenditrice e prima donna in Italia a fondare e dirigere un quotidiano, Serao ha attraversato i confini della letteratura e del giornalismo con opere che raccontano la realtà più autentica.

Nacque nel 1856 a Patrasso, in Grecia, da madre greca e padre napoletano, esule antiborbonico. Con il ritorno della famiglia in Italia, si stabilì prima a Carinola e poi a Napoli, dove il padre riprese l'attività giornalistica. Nonostante l'apprendimento tardivo della lettura e della scrittura, all'età di quindici anni Serao ottenne l'ammissione alla Scuola Normale "Eleonora Pimentel Fonseca", dove conseguì il diploma nel 1874. Il bisogno di sostenere la famiglia la portò a lavorare ai Telegrafi di Stato, ma la vocazione letteraria emerse presto con la pubblicazione di brevi articoli e novelle, firmate talvolta con pseudonimo.

Nel 1882 fu assunta al quotidiano Capitan Fracassa a Roma. Lì scrisse articoli di cronaca rosa e critica letteraria, imponendosi per vivacità e osservazione. I primi successi letterari arrivarono con Dal vero e Cuore infermo, raccolte che la collocano nell'ambito del Verismo pur senza dichiararne un'adesione ideologica. 

Il primo incontro tra Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio avvenne proprio durante la collaborazione al Capitan Fracassa. Un legame, nato dall'ammirazione reciproca, si consolidò nel 1885 con il matrimonio e con la nascita di un intenso sodalizio professionale e umano. Insieme fondarono il Corriere di Roma, esperienza che si tradusse anche nel romanzo Vita e avventure di Riccardo Joanna, definito da Benedetto Croce "il romanzo del giornalismo".

Dopo la chiusura del Corriere di Roma, Serao e Scarfoglio si trasferirono a Napoli, dove parteciparono alla fondazione del Corriere di Napoli e successivamente, nel 1892, de Il Mattino. Serao, co-direttrice del quotidiano, seppe equilibrare l'attenzione alla cronaca mondana con una vivace osservazione dei costumi cittadini. La rubrica Api, mosconi e vespe — più tardi semplicemente Mosconi — accompagnò il suo percorso giornalistico per decenni, raccontando con ironia e acume la vita quotidiana napoletana.

Tuttavia, il legame personale e professionale tra Serao e Scarfoglio venne spezzato da una crisi dolorosa. Durante un'assenza di Matilde, Scarfoglio intraprese una relazione con la cantante Gabrielle Bessard, che sfociò in uno scandalo pubblico: la donna, dopo aver dato alla luce una figlia, fu respinta da Scarfoglio e, disperata, si tolse la vita sull'uscio di casa della coppia nell'agosto del 1894. La bambina venne accolta e cresciuta dalla Serao.

A questa tragedia personale si aggiunse il coinvolgimento di Scarfoglio e de Il Mattino nello scandalo amministrativo emerso dall'inchiesta della Commissione Saredo, che sollevò accuse di corruzione anche nei confronti della stessa Serao. Sebbene difesa pubblicamente da Scarfoglio, Matilde fu profondamente ferita nell'onore e nella carriera.

Nel 1904, chiusa definitivamente la stagione de Il Mattino, Matilde Serao trovò la forza di ricominciare fondando Il Giorno insieme al giornalista Giuseppe Natale, con cui intrecciò anche un nuovo legame affettivo. Questa nuova fase si caratterizzò per un giornalismo meno polemico e più sobrio, ma senza rinunciare all'impegno civile che aveva sempre guidato la sua penna. Con la determinazione che l'aveva resa una pioniera nel panorama editoriale italiano, Serao continuò a esplorare e raccontare la vita urbana, documentando con precisione le trasformazioni sociali di Napoli e mantenendo viva l'attenzione verso le condizioni dei ceti più umili.

Tra i libri di Matilde Serao che più incisivamente hanno segnato la letteratura italiana, Il ventre di Napoli occupa un posto centrale. Nato dagli articoli pubblicati nel 1884 sul Capitan Fracassa, il libro è un'analisi minuziosa delle condizioni dei quartieri più poveri della città, in seguito all'epidemia di colera che causò 6.000 morti.

Nel clima di emergenza, il presidente del Consiglio Agostino Depretis pronunciò la celebre frase: "Bisogna sventrare Napoli", riferendosi alla necessità di demolire i quartieri insalubri. A questa visione drastica, Serao rispose con lucidità e ironia, scrivendo: "

Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, perché voi siete il Governo e il Governo deve sapere tutto."

  

venerdì 28 novembre 2025

CARETTI LANFRANCO

 


 

 


Lanfranco Caretti 

(Ferrara, 3 luglio 1915 – Firenze, 4 novembre 1995) è stato un filologo, critico letterario e italianista italiano.  

Ottenne la maturità presso il Regio Liceo Ginnasio "L. Ariosto" di Ferrara e conseguì la laurea in Lettere presso l'Università di Bologna. Si dedicò ad un'intensa attività di ricerca, che gli valse la cattedra di Letteratura italiana all'Università degli Studi di Pavia. L'impegno come docente proseguì, dal 1964, all'Università degli Studi di Firenze. Il suo metodo critico, nel quale la filologia e la storia si incontrano con rigore, è caratterizzato in particolare dalla variantistica, ovvero dall'esame del lavoro dello scrittore attestato dalle correzioni o dai cambiamenti che si desumono dai manoscritti e dalle diverse edizioni.

Caretti dedicò studi di grande interesse all'ambiente umanistico-rinascimentale della corte estense (come dimostrano i saggi e le edizioni dedicati ai due maggiori poeti del tempo, Ariosto e Tasso).

Molti saggi furono dedicati all'approfondimento filologico e critico dell'opera di autori classici, da Dante a Manzoni, da Giuseppe Parini a Vittorio Alfieri. Non mancano studi sui poeti contemporanei Eugenio Montale, Sergio Solmi e Vittorio Sereni.

Uno degli archivi culturali più importanti sul Novecento letterario è rappresentato dalla biblioteca e dalle carte di Lanfranco Caretti e si trova presso la Biblioteca comunale Ariostea. Prima della sua scomparsa, Caretti dispose di lasciare all'Ariostea tutti i suoi libri. A partire dal 2000 i suoi tre figli cominciarono a consegnare anche l'archivio, rappresentato da documenti di famiglia, carte frutto dell'attività di studio e di lavoro, lettere e fotografie. 

 

p.s.: sempre grazie a Wikipedia

domenica 10 agosto 2025

GIOVANNI PASCOLI

 

GIOVANNI PASCOLI nacque nella casa materna di San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855. Figlio quartogenito di Caterina Vincenzi Alloccatelli e di Ruggero Pascoli, ebbe come fratelli Margherita, Giacomo, Luigi, Raffaele, Giuseppe, Ida e Maria (altre due sorelle, Ida e Carolina, morirono in tenera età). Visse felicemente i primi anni della sua vita nella casa natale di San Mauro, trascorrendo giorni spensierati nella tenuta dei Principi Torlonia chiamata “La Torre” che il padre Ruggero amministrava.

Nel 1862, all’età di sette anni, Giovanni cominciò a frequentare, insieme ai fratelli maggiori Giacomo e Luigi, il collegio dei Padri Scolopi di Urbino, dove resterà fino ai sedici anni.

L’omicidio di Ruggero Pascoli

Il 10 agosto 1867, il padre venne ucciso in un agguato (il mandante non verrà mai incriminato) mentre ritornava da Cesena col suo calesse trainato dalla fedele cavallina storna. Questo lutto ed altre disgrazie familiari lasciarono profondamente il segno nella vita e nell’opera del poeta. Dopo la morte del padre, la famiglia si raccolse nella casa nativa di San Mauro; l’anno dopo morì la sorella Margherita e pochi mesi dopo anche la madre. Seguirono lunghi periodi di grandi ristrettezze. Giovanni ritornò nel collegio di Urbino, ma nel 1871, a causa dei debiti della famiglia, fu costretto a lasciarlo.

Proseguì gli studi liceali a Rimini, poi a Firenze, conseguendo la maturità a Cesena.

Nel 1873 vinse una Borsa di studio presso l’Università di Bologna, guadagnandosi la stima e la protezione del Carducci. In seguito, perse il sussidio per aver partecipato ad una manifestazione politica e dovette trascorrere 107 giorni in carcere, non potendosi iscrivere al terzo anno di studi. Uscì dal carcere con una visione diversa del mondo e della vita, rinnovata nel sentimento del destino comune di infelicità, che rende inutile l’odio tra gli individui.

Il giovane Pascoli

Nel 1876, dopo la morte del fratello Giacomo, conobbe Andrea Costa e si avvicinò al Socialismo.

Nel 1880, nuovamente ottenuto il sussidio, riprese gli studi e nel 1882 si laureò con una tesi su Alceo. Iniziò quindi la sua carriera di insegnante e di letterato. Insegnò ai licei di Matera, Massa e Livorno; ebbe un incarico straordinario all’Università di Bologna, poi fu professore alle Università di Messina, Pisa e Bologna.

Nel 1885, realizzando il desiderio delle sorelle di ricostruire il “nido” di San Mauro, portò con sè a Massa Ida e Maria, che si trovavano a Sogliano presso la zia Rita.

Nel 1892 partecipò al concorso di poesia latina di Amsterdam con il poemetto Veianius, vincendo il primo premio (una medaglia d’oro massiccio): la prima di altre dodici, sempre dello stesso premio olandese. Più tardi acquistò una villa a Castelvecchio Barga, dove visse con la sorella Maria fino alla fine dei suoi giorni.

Nel 1905 fu chiamato a succedere al Carducci nella Cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Bologna.

Morì a Bologna il 6 aprile 1912. Con lui si spegne una delle sensibilità umane più complesse ed una delle voci poetiche più singolari del Novecento.

FROM:

https://www.accademiapascoliana.it/vita-di-giovanni-pascoli/ 

domenica 3 agosto 2025

UGO FOSCOLO

 UGO FOSCOLO

 

 


 

Niccolò Foscolo, detto Ugo (Zante, 6 febbraio 1778 – Londra, 10 settembre 1827), è stato un poeta, scrittore, drammaturgo, traduttore, critico letterario e patriota italiano, uno dei principali letterati del neoclassicismo e del preromanticismo.

Fu uno dei più notevoli esponenti letterari italiani del periodo a cavallo fra Settecento e Ottocento, nel quale si manifestarono e cominciarono ad apparire in Italia le correnti neoclassiche e romantiche, durante l'età napoleonica e la prima Restaurazione.

Costretto fin da giovane ad allontanarsi dalla sua patria (l'isola greca di Zacinto/Zákynthos, oggi nota in italiano come Zante), allora territorio della Repubblica di Venezia, si sentì esule per tutta la vita, strappato da un mondo di ideali classici in cui era nato e cresciuto, tramite la sua formazione letteraria e il legame con la terra dei suoi antenati (nonostante un fortissimo legame con l'Italia, che considerava la propria madrepatria). La sua vita fu caratterizzata da viaggi e fughe, a causa di motivi politici (militò nelle forze armate degli Stati napoleonici, ma in maniera molto critica, e fu un oppositore degli austriaci, a causa del suo carattere fiero, dei suoi sentimenti italiani e delle sue convinzioni repubblicane), ed egli, privo di fede religiosa e incapace di trovare felicità nell'amore di una donna, avvertì sempre dentro di sé un infuriare di passioni.

Come molti intellettuali della sua epoca, si sentì però attratto dalle splendide immagini dell'Ellade, simbolo di armonia e di virtù, in cui il suo razionalismo e il suo titanismo di stampo romantico si stemperavano in immagini serene di compostezza neoclassica, secondo l'insegnamento del Winckelmann.

Tornato per breve tempo a vivere stabilmente in Italia e nel Lombardo-Veneto (allora ancora parte del Regno d'Italia napoleonico) nel 1813, partì presto in un nuovo volontario esilio e morì povero qualche anno dopo a Londra, nel sobborgo di Turnham Green. Dopo l'Unità d'Italia, nel 1871, le sue ceneri furono riportate per decreto del governo italiano in patria e inumate nella basilica di Santa Croce a Firenze, il Tempio dell'Itale Glorie da lui cantato nei Sepolcri (1806). 

 

Per approfondire e per maggiori informazioni visita il sito: 

https://it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Foscolo

domenica 20 novembre 2022

SOLDATI di Giuseppe Ungaretti

 

Soldati

 

Si sta come 

d'autunno

sugli alberi

le foglie

 

Per saperne di più:

https://library.weschool.com/lezione/soldati-testo-ed-analisi-2823.html


 

Video su Youtube

https://www.youtube.com/watch?v=r7bvYklLWLk




mercoledì 12 agosto 2020

SAN LORENZO di Giovanni Pascoli

 San Lorenzo , io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.


Ritornava una rondine al tetto :
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.


Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.


Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono ;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.


Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.


E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male! 


Giovanni Pascoli 

 

Link:

https://www.studenti.it/x-agosto-pascoli-testo-parafrasi.html 

 

sabato 18 luglio 2020

PER CHI SUONA LA CAMPANA - FOR WHOM THE BELL TOLLS

PER CHI SUONA LA CAMPANA
FOR WHOM THE BELL TOLLS

Nessun uomo è un' Isola, intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente, una
parte della Terra. Se una zolla viene portata
dall' onda del Mare, l' Europa ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica, o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce, perchè io 
partecipo dell'umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi
suona la campana: Essa suona per te.

                               John Donne  (1573-1651)

No man is an island, whole in itself.
Each man is a piece of the Continent, one
part of the Earth. If a sod is brought
from the wave of the Sea, Europe has diminished,
as if a Promontory had been in its place,
or a friendly mansion, or your own house.
Every human death diminishes me, because I do
I participate in humanity.
And so never send to ask for whom
the bell rings: It rings for you.

giovedì 17 gennaio 2019

IL MULINO DEL PO - RICCARDO BACCHELLI

PROVERBI, FILASTROCCHE, CANZONETTE...........E QUALCHE FRAMMENTO DI STORIA.....................

Ferrara, Ferrara
La bella città.
Si mangia, si beve,
E allegri si sta.
Si mangia, si beve,
L'amore si fa:
Un giorno di qua,
Un giorno di la,
Tarà, taratà, tarà, rataplà!
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.....il Mazzacorati l'udì cantare verso il villaggio, riconobbe la canzone:

Se può venir il tempo della foglia
Mi voglio innamorar, venga chi voglia.

Era uno stornello delle giovani contadine dei suoi posti, sotto gli argini di Po e di Reno e di Panaro, quando i prati secchi e i pascoli esausti nei mesi del gran caldo le mandavano sugli alberi a far la foglia per il bestiame. Continuava la canzone:

Il tempo della foglia l'è venuto,
Io avevo un bell'amante, e l'ho perduto.
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 A Ferrara in Piazza Nuova c'era, e c'è tuttavia adesso che si chiama Piazza Ariostea, una gentil colonna di marmo antico: dovevano essere due, gemelle, a reggere la statua d' Ercole duca di Ferrara, sul cavallo modellato già da Leonardo per il genero di lui, per Ludovico il Moro. Ma la gemella andò a picco in Po, e il cavallo, nel cortile del Castello di Milano, seguì la sorte ch'ebber tutte le cose del malavventurato genero del duca savio, e tante del divino Leonardo.
Passata la città dall'aquila bianca d'Este sotto le chiavi pontificie, sulla colonna fu messo un papa che aveva voluto bene ai ferraresi, e che vi stette pacifico fino 1796, quando i giacobini lo tirarono giù colle corde, incollonnando una Libertà, che durò fino la reazione del '99 e  agli austro-russi. Ma la Libertà di marmo non ritrovo più la via e il tempo di risalire sulla colonna, poichè vi fu messo nel 1810, ed era tardi, l'imperatore dei francesi e re d'Italia. La piazza si chiamò "Napoleone", il quale sulla colonna, in toga romana, resse il  mondo in palma di mano non molto più, a conti fatti, di quel che vi aveva durato la Libertà giacobina: fino ai 14 di maggio del 1814. E dopo che il' Nugente, generale austriaco, in nome del Papa e per mandato della Santa Alleanza, ebbe preso possesso della padana città dei poeti, la colonna restò vuota parecchi anni, bianca tra il verde dell'erba delle belle piante, quasi nessuno avesse più l'animo di mettercisi, pensando a

quella che di noi fa come il vento
D'arida polve, che l'aggira in volta,
La leva fino al cielo, e in un momento,
A terra la ricaccia onde l'ha tolta.

Adesso v'è sopra il poeta, e non ha più padroni, nè Ippolito cardinale nè duca Alfonso, a farlo, tanto mal suo grado , "cavallaro" "per monti e balze",  e castellano di Garfagnana, lontano da Ferrara e  dagli studi e dalla donna.
..........................................

Alla fine del 1807 si ripeterono gli stenti del 1801, e proprio ad Ariano, che aveva chiesto daccapo sgravi di tasse, si replicò più penoso e più odioso il rifiuto. Le leve sempre più gravi e frequenti spopolavano di braccia valide un paese di bocche affamate. I parroci erano stati costretti dal governo  a redigere le odiatissime liste di coscrizione. Passarono in proverbio e in canzone coteste leve. E il ricordo toccava i cent'anni in una canzone, in un compianto delle ragazze abbandonate, nella melanconia d'un verso che noi abbiamo ancora udito cantare dalle nostre nonne in quelle terre di Po e di Reno:

Napoleone,
La bella gioventù per te la vuoi.
.............................................................

 Morirò, morirò, non dubitare!
E allor contenterò chi mi vuol male. 
.............................................................
Tacete o voi che non sapete il canto:
L'asnein dal mulinar v'ha tolt il vanto.
t'ha tolto il vanto e messo ti ha l'anello:
L'asinin del mugnaio è tuo fratello.
 
.............................................................
Per Santa Lucia,
La più lunga notte che ci sia.
 
Madonna Candelora,
O che nevichi o che piova,
D'inverno siamo fuora;
O piovere o nevare,
Quaranta dì son da passare.
.............................................................

........Non aveva inteso senza una strana, improvvisa tristezza, il ragazzetto dell'arrotino, il "moletin", cantare nel suo dialetto trentino:
E sin e son, la mola
E' un arte che consola;
E sin e son e san,
E' un buon mestier in man.
--------
 Me pare fa 'l moleta,
Mi fago 'l moletin;
Quand sarà mort me pare,
Farò 'l moleta mi;
E sin e son e san,
L'è un bon mistier in man.

- Sentite padrone, -aveva detto allora l'arrotino fermando il piede sulla stanga per regolare lo zipolo dell'acqua, - che cosa canta questo gaglioffo?  Metteteli poi al mondo! È mio figlio, padrone ,- e rideva:-  tocca a lui  cantare e a me ascoltare, come toccò mio padre.................
 .............................................................

 Epifania, ogni festa porta via.

Polvere in gennaio,
Fai di rovere il granaio.

San Giovanni mietitore
E San Pietro sgranatore,
Porta la spiga al mulino
A far farina e fiore e semolino.

.............................................................

Di fatto, nei vari paesi, usavano diverse frasche, a seconda che il maio voleva significare amore, o gelosia, o disprezzo e ripudio. E, fra genti sempre state inclini alle burle e ai detti mordaci, usava anche il maio da burla, per castigo o vendetta delle ragazze superbe o dispettose o vane, o per semplice derisione, come aveva temuto Princivalle.
Al dì dell' Ascensa, portan maio a chi non se 'l pensa;- Il detto, non ché a sperare amore, dunque dava anche a temere odio. 

Il ben che ti ho voluto sia un cortello.

Ma certo nessuno odiava Dosolina. Donata si  intestardiva a cercare chi si fosse arrrischiato a tentarle la figliuola, e nei grami casolari sparsi della Diamantina stava diventando una favola davvero, da farle cantare davanti casa qualche quartina satirica:

Dosolina, non far tanto la granda,
Perché 'l tuo padre non è 'l re di Francia,
E la  tua madre non è la regina:
Non far tanto la granda, o Dosolina!
.............................................................

La mia amorosa fa la contadina,
Quando che va al mulino s'infarina;
La s'infarina di farina bianca,
La mia amorosa l'è quella che canta. 

Sant'Antonio dal campanin, 
Qui non c'è pan, qui non c'è vin,
Qui non c'è legna da bruciar;
O Sant'Antonio,
Com' abbiamo da far ?


Din don campanon:
La campana - d' fra' Simon
La campana - d' fra' Simon;
Tri putin  sotto'una scrana,
Din don campanon:
La campana - d' fra' Simon
La cantava notti e dì
Che Gregori l'èe fallì,
L'è fallì coi franciscon
A la barba di mincion.


Di maggio, il sol  l'adorna,
 E chi è di bella forma ritorna.

Prima pioggia d'agosto
Pover' uomo ti conosco.

Il calor se ne va in fumo,
 prepara il sacco dei pomi.

Par Sant'Andrè
 Ciappa 'l busgat pr' al piè.

Se t'an al vo' ciapar,
Lass' l'andar  fin a Nadal.


  

venerdì 25 novembre 2016

LUDOVICO ARIOSTO - Poeta

LUDOVICO ARIOSTO - Poeta

Ludovico Ariosto è stato un poeta e commediografo italiano, autore dell' Orlando furioso.
È considerato uno degli autori più celebri ed influenti del suo tempo. 

L' 8 settembre 1474, nasceva, a Reggio Emilia, da Nicolò, di nobile famiglia ferrarese, e da Daria Malaguzzi Valeri, reggiana. Il padre, allora capitano della cittadella, al servizio di Ercole I d'Este, fu, a varie riprese, accusato di prepotenze e di malversazione e soggetto a trasferimenti: nel 1481 dovette andare a Rovigo, da dove però la guerra per il commercio del sale, tra Venezia e Ferrara 1482/1484 lo indusse ad allontanarsi, cercando rifugio di nuovo a Reggio; nel 1484 poteva stabilirsi ancora Ferrara e vi occupò le cariche di Collaterale dei soldati, e poi di Giudice dei dodici savi.

Data di morte: 6 luglio 1533, Ferrara

Luogo di sepoltura: Biblioteca comunale Ariostea, Ferrara

Coniuge: Alessandra Benucci

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Nell' ottobre 1515  l' Orlando furioso era compiuto, come risulta da una petizione dell'Ariosto  al doge di Venezia per ottenere privilegi di stampa per il poema, scritto "per spasso et  recreatione de Signori et persone di anime gentili et madonne»: la prima edizione, in 40 canti, usciva nel 1516 in Ferrara, presso la tipografia di Giovanni Mazzocco di Bondeno , ed era dedicata al cardinale Ippolito.

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Ludovico Ariosto in un ritratto disegnato da Tiziano e inciso da F. Marcolini nell'edizione dell'Orlando furioso (Ferrara 1532)

Finito di stampare il 29 ottobre 1985 dalla Garzanti Editore s.p.a., Milano. Collana "i grandi libri Garzanti", " 2 volumi - In copertina: particolare di "Angelica, Rodomonte e l'orca" dipinto attribuito a Gerolamo da Carpi. El Paso (Texas), Museum of Art (Kress Collection).



Casa dell'Ariosto a Ferrara.
 


(nel fregio tra pianterreno e primo piano; testo dettato dal poeta quando la casa fu costruita)

PARVA SED APTA MIHI SED NULLI OBNOXIA SED NON SORDIDA PARTA MEO SED TAMEN AERE DOMUS
(Casa piccola, ma adatta a me, su cui nessuno può vantare diritti, decorosa e comprata con denaro mio)

(in una targa posta più in alto; testo dettato in seguito dal figlio del poeta, Virginio)
SIC DOMUS HAEC
AREOSTA
PROPITIOS
DEOS HABEAT
OLIM UT
PINDARICA

(Così, questa casa degli Ariosti abbia propizi gli dei come, un tempo, quella di Pindaro).