Visualizzazione post con etichetta S.Bartolomeo in Bosco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta S.Bartolomeo in Bosco. Mostra tutti i post

domenica 11 dicembre 2022

SAN BARTOLOMEO IN BOSCO (Ferrara) , storia di.........

Dal sito: 

www.sanbartolomeoinbosco.wordpress.com

ho scaricato (gratuitamente) 

…e adesso parliamo di
S. Bartolomeo in Bosco!
Seconda edizione riveduta e ampliata. 

a cura di Carlo D'Onofrio.

mercoledì 17 ottobre 2018

IL TERRITORIO FERRARESE




IL TERRITORIO FERRARESE.
 
Come tutta la pianura padana, il territorio ferrarese  è formato dai sedimenti quaternari con i quali il Po ed i suoi affluenti hanno colmato il grande golfo marino di età  pliocenica (1).  Per effetto della ridotta energia dei corsi d’acqua, i depositi sono costituiti da sabbie e argille, dunque da sedimenti fini o finissimi: le prime depositate in enormi quantità in corrispondenza degli alvei, che sono dunque pensili, cioè sopraelevati sulla pianura circostante, e ai lati degli stessi dove hanno formato gli argini naturali dei corsi d’acqua; le seconde depositate, invece, dalle alluvioni dei fiumi nelle aree di pianure ad essi interposte. Queste ultime erano, inoltre, prima degli interventi di bonifica, in gran parte acquitrinose, non riuscendo le acque a trovare uno sfogo spontaneo a causa della natura pensile dei fiumi maggiori e per la marcata tendenza all’interrimento di quelli secondari. Il territorio ferrarese era un ininterrotto susseguirsi di acquitrini, con pochi lembi di pianura relativamente indenni dall’impaludamento e mai, comunque, al riparo dal rischio di rovinose esondazioni dei corsi d’acqua.
Sempre determinanti sono state le divagazioni del corso principale del Po. Agli inizi del primo millennio avanti Cristo il fiume sfociava nel mare Adriatico con due rami principali: quello più settentrionale corrispondeva pressappoco all’attuale corso del fiume Tartaro (2), mentre il ramo meridionale scorreva tra Bondeno e Ferrara per dividersi ulteriormente, poco a valle di quest’ultima, nei due rami di Olana e di Spina (detto anche Padòa o Padusa)
 Attorno all’VIII secolo a.C., il ramo settentrionale perse importanza in seguito ad una rotta presso Sèrmide che ne deviò le acque nell’alveo del ramo di mezzogiorno, dove confluivano poco a valle di Bondeno. Venne così a configurarsi una situazione destinata a durare, nelle sue linee essenziali, per molti secoli: quella di un Po che, piegando tra Sèrmide e Bondeno decisamente a sud e scorrendo poi verso il mare in direzione sud-est, veniva a limitare a meridione gran parte del territorio dell’odierna provincia di  Ferrara anziché a settentrione come avviene oggi. Presso la foce del fiume sorgeva la città greco-etrusca di Spina, importante centro di commerci tra le più avanzate civiltà dell’area mediterranea ed i popoli dell’entroterra, fiorente soprattutto tra il  VI ed il IV secolo a.C..
 La colonizzazione romana avviene in un periodo in cui l’idrografia si è relativamente assestata, senza grossi cambiamenti rispetto all’epoca etrusca; il costante apporto di sedimenti del Po ha da tempo causato l’interrimento del porto di Spina ed il suo definitivo tramonto, ed al tempo stesso ha portato alla formazione di un primo vero delta, all’incirca nella zona oggi compresa tra Comacchio e la foce del Reno, dunque molto più a sud del delta attuale. 
 
(1) -  Il Pliocene è un'epoca della scala delle ere geologiche, la seconda delle quattro che compongono il Neogene. Il nome deriva dal greco pléion ("più") e kainòs ("recente"), e ha un significato traducibile in grosso modo come "continuazione del nuovo". Il nome fu scelto da Charles Lyell e si riferisce alla natura già sostanzialmente moderna dei molluschi marini dell'epoca. Il Pliocene copre l'arco di tempo compreso fra 5,2 milioni di anni fa (fine del Miocene) e 1,8 milioni di anni fa (inizio del Pleistocene)
(2) -  Il fiume Tartaro è l'unico fiume che sbocca fra l'Adige ed il Po nel mar Adriatico. È uno dei pochi fiumi italiani che nasce in pianura da polle assieme ai suoi affluenti. Il tratto finale del suo corso è artificiale e prende il nome di Canalbianco o Canal Bianco.


Al I secolo d.C. risale il primo importante intervento dell’uomo sull’ecosistema deltizio, lo scavo della fossa Augusta, che univa il porto di Ravenna al Po di Spina. I Romani avevano anche tracciato, sin dal II secolo a.C., grandi vie di comunicazione attraverso il territorio ferrarese: lungo la costa la Via Popilia, in direzione sud-nord, e nell’interno, in diagonale, la Via Emilia Altinate, lungo la quale si trovava l’abitato di Vicus Varianus , oggi Vigarano Pieve.
Il più importante insediamento romano di cui abbiamo conoscenza non sorgeva però lungo queste arterie, ma in corrispondenza di uno snodo di vie d’acqua: conosciuta sia con il nome di Vercellae che con quello di Vicus Habentia, l’attuale Voghenza, frazione del comune di Voghiera (Vicus Iriae), fu centro fiorente in epoca imperiale, quindi sede della prima diocesi ferrarese dal 330 al 657, quando fu distrutta dai Longobardi e iniziò a levarsi l’astro del capoluogo Ferrara.
Nell’alto Medioevo l’assetto idrografico del territorio tornò a cambiare. L’Olana, uno dei due rami in cui si divideva il Po a valle di Ferrara, abbandonò il vecchio tracciato orientato verso nord-est per riversarsi in un ramo fino ad allora secondario che defluiva sinuosamente da ovest ad est e che diventerà il Po di Volano; lungo il suo corso sorgerà Caput Gauri (Codigoro), così detta perché situata nel punto in cui si staccava dal Volano la diramazione del Gaurus o Po di Goro, e presso la foce si insedierà l’abbazia di Pomposa, destinata ad esercitare un ruolo di primaria importanza nella civiltà dell’occidente cristiano. Intanto, nel 709, l’esarca di Ravenna, Felice, fa aprire un varco nel corso principale del Po, subito a valle di Ferrara: le acque defluiranno verso sud, quindi verso Argenta ed il mare, creando il corso detto di Primaro. Il Po, dunque, continuava a defluire verso il mare lungo due direttrici principali, ma queste non erano più l’Olana e e il Padòa o Padusa, bensì i due rami del Volano e del Primaro, posti più a sud dei precedenti.
Ma un altro fenomeno, destinato ad avere ripercussioni fin quasi ai nostri giorni, si verificò in conseguenza del nuovo assetto idrogeologico: il Panaro ed il Reno, che fino al tempo dei Romani scaricavano le proprie acque nel Po, non riuscirono più a trovare sfogo nel grande fiume, che in conseguenza del volume particolarmente ingente di acque e di sedimenti si era costruito un alveo pensile e quai inviolabile, e formarono pertanto estesi impaludamenti sulla sua destra idrografica. Gli interventi dell’uomo che si succederanno nel corso dei secoli nel tentativo di risolvere il problema non saranno coronati da successo che nei prima anni del novecento.
Un aumento del regime delle precipitazioni determinò, attorno al 1152, una serie di rotte rovinose del Po a monte di Bondeno e precisamente nei pressi di Ficarolo. La furia delle acque aprì un nuovo corso nella pianura a nord di Ferrara, corso che diventerà più importante di quello vecchio che lambiva la città capoluogo e che da questo momento fu detto appunto di Ferrara. La città estense veniva così ad essere difesa a nord dal Po Grande (come sarà chiamato per l’ingente volume d’acqua)  e a sud dagli impaludamenti che si estendevano sulla destra idrografica del Po di Ferrara che si biforcava nei rami di Volano e Primaro.
I fronti verso i quali si rivolgono le attenzioni dapprima della Signoria Estense e poi del Governo Pontificio, sono in sostanza due: la bonifica delle terre basse o polesini, interposte ai terrapieni degli alvei pensili dei maggiori corsi d’acqua, e la questione del Reno, fonte di plurisecolari attriti con i bolognesi, che non riusciva più a trovare uno sfogo naturale nel Po. Ma è soprattutto con la necessità di ripopolare il contado ferrarese, flagellato dalla Peste Nera (1) del 1348 ed in stato di abbandono, che vengono avviate da Borso d’Este (2) e dai suoi successori le prime sistematiche bonifiche del territorio. I polesini che circondavano il capoluogo al di qua del corso del Po di Ferrara-Primaro erano tre: quello di Casaglia ad ovest, quello di San Giorgio a sud-est, nel cuneo di campagna interposto tra il Primaro ed il Volano, e quello di San Giovanni Battista, detto anche di Ferrara, a nord-est, tra il Volano ed il Po Grande. Altri grandi appezzamenti di terreno paludoso furono bonificati nelle “possessioni” della Sammartina a sud-ovest di Ferrara, per iniziativa di Ercole I (3).
Per tali bonifiche si ricorse in genere al sistema dello scolo naturale delle acque, scavando un canale collettore delle acque del comprensorio da bonificare, che doveva essere previamente delimitato da un argine circondario artificiale. L’impresa era impegnativa soprattutto perché il livello dei terreni, più basso delle quote di piena dei fiumi circostanti, imponeva un tracciato molto lungo del canale stesso, affinché potesse riversare per gravità le acque di scolo in un corpo idrico posto ad una quota inferiore. Precari furono i risultati della bonifica della Sammartina il cui collettore dovette essere prolungato addirittura sino a Traghetto, dove si riversava nel Primaro; la bonifica era però sempre esposta alla minaccia di inondazione del Reno il Governo Pontificio tentò anche di sfruttare i volumi di piena del fiume, fatto esondare di proposito nella possessione, al fine di aumentare la quota di livello del suolo per colmata, facendovi cioè depositare l’abbondante detrito in sospensione.


(1) - Con il termine di Peste nera (o Grande morte o Morte nera) ci si riferisce normalmente alla         epidemia che imperversò in tutta Europa tra il 1347 e il 1352 uccidendo almeno un terzo della popolazione del continente.


(2) -  Borso d'Este (1413 – 20 agosto 1471) fu un figlio illegittimo di Niccolò III d'Este, marchese di Ferrara, duca di Modena e Reggio, e della favorita del marchese, Stella de' Tolomei, nota anche con il nome di Stella dell'Assassino. Borso il 18 maggio 1452 ricevette i feudi di Reggio e Modena dall'Imperatore Federico III come duca. Il 14 aprile 1471 il papa Paolo II lo nominò duca di Ferrara.


(3) -  Ercole I d'Este (Ferrara, 26 ottobre 1431 – Ferrara, 15 giugno 1505) fu duca di Ferrara dal 1471 al 1505 e uno dei principali mecenati e uomini di cultura del Rinascimento. Dopo la morte del fratellastro Borso, nel 1471 divenne duca e sposò Eleonora d'Aragona, figlia di Ferdinando I di Napoli. 


domenica 11 marzo 2018

SAN BARTOLOMEO IN BOSCO - CHIESA e altre notizie





















Cronotassi:
Grossi Alessio           (2007-2015)
Di Pascale Antonio   (1978-2007)
Paparelli Lorenzo      (1921-1978)
Manzoli Giuseppe     (1913-1920)
Pieri Francesco          (1885-1913)
Cavallazzi Carlo        (1840-1840)
Baglioni Luigi           (1832-1840)
Zappoli Achille         (1829-1832)
Tacchi Antonio          (1826-1826)
Tacchini Antonio       (1817-1829)
Drappieri Giovanni    (1812-1817)
Pellagatti Gaspare      (1800-1812)
Botti Ferdinando        ( 1783-1799)


(Sostantivo
cronotassi - f inv
- elenco ordinato cronologicamente di persone succedutesi in una carica. Usato specialmente nelle successioni di vescovi)







San Bartolomeo in Bosco è una frazione di Ferrara di 2.041 abitanti, facente parte della Circoscrizione 2, il cui territorio dista da Ferrara 14 km e si sviluppa fra Gaibana, Montalbano e Marrara. Il borgo è sorto all'incirca verso il 1735, si ricorda la vecchia chiesa parrocchiale risalente al 1783, distrutta nel 1945 e la nuova inaugurata il 20 dicembre 1959. È inoltre sede del Centro di documentazione del mondo agricolo ferrarese. Vi si trovano un asilo, una scuola elementare, una scuola media, alcuni ristoranti e bar e annualmente vi si reca un piccolo luna park.
 
Potremmo racchiudere la storia di San Bartolomeo in Bosco in un racconto di poco meno di trecento anni … prima solo valli, paludi, qualche sparso casone di canne e fango. Con i primi coloni nelle nuove terre emerse in località ‘li Boschi’ sorge nel 1737 un oratorio nelle possessioni dei conti Masi. Un piccolo borgo che presto si popola e diviene, ‘dismembrato’ dalla chiesa di S. Egidio, la parrocchia (1783) di San Bartolomeo in Bosco, con una nuova chiesa (1786) e un suo parroco, don Botti. La storia (la Legazione Pontificia, i giacobini, la Restaurazione, il regno sabaudo) sfiora il paese, che vive del lavoro dei suoi contadini con la coltivazione della canapa, del mais e, in epoche più recenti, della barbabietola e infine con la frutticoltura. La guerra nel 1945 distrugge la vecchia chiesa, ricostruita nel 1959 grazie alla tenacia del parroco don Lorenzo Paparelli. Delle epoche passate, oltre qualche antica casa e la scuola elementare (1912) dell’ing. Duprà, la storia si manifesta con il bel monumento ai Caduti della Grande Guerra di Edgardo Simone (1927) e l’interessante Casa Littoria dell’ing. Ugo Marti (1939), ora caserma dei Carabinieri. Guerre e alluvioni non hanno tolto a San Bartolomeo in Bosco il piacevole aspetto di tranquillo e agiato borgo contadino alle porte di Ferrara.
 
Bibliografia
    •    Guida della Circoscrizione Sud di Ferrara, 2007
    •    In quel giorno si raccapitolò tutto l'inverno, diario del primo parroco di S.Bartolomeo don Ferdinando Botti, con introduzione storica di Adriano Franceschini, Gruppo Culturale in Nemore 1983
    •    Deo Gratias! Mezzo secolo della nuova Chiesa di San Bartolomeo in Bosco, Liberty House 2009
    •    Segnali dal passato, Lucio Scardino
    •    Carlo D'Onofrio, ...e adesso parliamo di San Bartolomeo in Bosco, stampato in proprio, 2016. La storia completa di San Bartolomeo in Bosco in 50 pagine ricche di illustrazioni. Prefazione della storico ferrarese Francesco Scafuri. L'opera è rinvenibile presso vari istituti culturali cittadini (la biblioteca Ariostea di Ferrara, l'archivio storico del comune di Ferrara, la biblioteca di Architettura ecc.) e, fino a esaurimento, presso l'edicola del paese.

Da:
https://it.wikipedia.org/wiki/San_Bartolomeo_in_Bosco

 °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

 Il paese, sorto nel sec. XVIII su terreno di recente bonifica, nella sua breve storia ha conosciuto ore tristi e drammatiche a causa delle rotte del Reno negli anni 1774 e 1896 e del terremoto nel 1887. 
Nel 1738 fu costruito dal conte Bartolomeo Masi Pasini un oratorio, che ampiamente strutturato, fu elevato a chiesa parrocchiale dal card. Alessandro Mattei con suo decreto del 18 dicembre 1783; il primo parroco don Ferdinando Botti prese possesso il 30 dicembre. 
Nell’ultimo conflitto la zona fu sottoposta a bombardamenti, riducendo nel 1945 la chiesa parrocchiale ad un cumulo di rovine ed il campanile ad un tronco. 
L’attuale chiesa, ricostruita più ampia e spaziosa, fu consacrata il 20 novembre 1959 dall’arcivescovo mons. Natale Mosconi. 
Due lapidi marmoree poste all’entrata principale ricordano la costruzione della nuova chiesa e la celebrazione bicentenaria fatta alla presenza dell’arcivescovo mons. Luigi Maverna il 18 dicembre 1986.

Da:



lunedì 11 dicembre 2017

SAN BARTOLOMEO IN BOSCO - SUOR LUIGINA SILVERA





Il 24 ottobre 1917, con la disfatta di Caporetto, gli Austriaci invasero buona parte del Veneto. Questa terra diventò perciò teatro di numerosi scontri che costrinsero la popolazione a lasciare le loro terre per riparare in luoghi più sicuri.
In un baleno più di cinquanta comunità, appartenenti all'istituto delle Sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, vennero spazzate  dalla raffica nemica.
Le Suoeriore e le suore chiesero consiglio alla madre generale, allora suor Angela Ghezzi, la quale rispose: " Seguite i vostri poveri, i vostri bambini, i vostri malati".
Fu così che numerose suore si unirono alla folla di profughi per raggiungere la Toscana, l'Emilia-Romagna e tutta quella parte dell'Italia che meno risentiva degli eventi bellici.
Le stazioni delle città colpite dalla guerra vennero prese d'assalto. I treni non erano sufficienti per evacuare tanta popolazione, perciò si usarono anche i carri merci. Così si legge nella storia dell'Istituto scritta da suor Antonietta Prevedello (Vol. 3° pagina 312): " da Venezia a Ferrara quasi trena ore di treno. La tradotta aveva il compito di procedere il più lentamente possibile, di fermarsi ad ogni tratto, di sostare a lungo su binari morti. Nessuno può dire i disagi di quel viaggio; la tradotta barcollante pareva una nave abbandonata a sè: mancavano l'aria, il cibo, il soccorso"……
A Ferrara
Un gruppo di sfollati venne ospitato in Seminario e presso l'Istituto delle suore Orsoline. Poiché i posti non erano sufficienti per tutti, afferma Don Lorenzo Paparelli nel 1° libro delle sue memorie:
 " una piccola falange di suore fu caritatevolmente accolta dall'Arciprete di Gaibana nella propria canonica. Ma questa sistemazione precaria non poté durare a lungo.
Il Conte Gulinelli, che possedeva una villa disabitata a poca distanza dal paese, offrì ospitalità alle suore profughe che, grate a Dio per tanta generosità, soffrivano per lo smembramento delle loro comunità e anche per l'impossibilità di prodigarsi nelle opere di carità consuete. 
Nel 1917 reggeva la parrocchia di San Bartolomeo in Bosco, Don Gaetano Calura il quale viveva presso la famiglia dei suoi genitori e un fratello. Egli pensò di inviare una parte di quelle religiose nella canonica vuota. Così avvenne. Il 21 novembre 1917, la popolazione accorse favorevolmente le suore; si diede premura di offrire non solo generi alimentari, ma anche le suppellettili più urgenti e necessarie per alleviare il disagio e lo sconforto dell'esilio".
Dalle memorie orali di suor Luigina Silvera, che è vissuta nella comunità di San Bartolomeo in Bosco per quasi sessant'anni, si sa che la canonica rispecchiava le case più povere del paese, perciò mancava di luce, di riscaldamento, di soffitto; era abitata da numerosi e grossi topi…… Le suore non avevano nulla appena le vesti che indossavano.
Ma esse non si persero d'animo, iniziarono subito la loro attività apostolica: scuola materna per i bambini e scuola per il lavoro per le ragazze. Le prime giovani che frequentarono questa scuola furono: Linda Vaccari, Lucia Gottardi, Aniceta Minarello, Maria Cavicchi, ecc....... Vista tanta buona volontà da parte delle suore e del paese, si formò comitato, il cui animatore fu Don Gaetano Calura, per studiare la possibilità di rendere più sicura quest'opera iniziata per volontà di una misteriosa Provvidenza Divina che pensa i suoi figli anche nelle notti più oscure. Dopo qualche tempo la scuola materna si trasferì nella casa di proprietà del signor Tommaso Volta, situata all'angolo tra via Sgarbata e la via Masi. Solo nel 1925, superate non poche difficoltà, la scuola passò definitivamente nell'attuale abitazione dando così stabilità ad un'opera che continua ancora oggi, da oltre settant'anni, con la  stessa dedizione al servizio del paese per il bene del prossimo.
 -------------------------------------
 Testo e foto tratte da:


°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Indicatore generale per l'Archidiocesi di Ferrara 1943:

---------------------------------------------------------------

Cimitero di San Bartolomeo in Bosco:


SUOR LUIGINA MARIA SILVERA
20/9/1886
2/9/1978


***************************************


Ricordi di Nonno Kucco:

Un giorno la Superiora mi disse:
" Tu non sei grande, sei alto; Napoleone era grande, anche se basso di statura"

domenica 10 luglio 2016

Gottardi Luciano

Dei 19 gerarchi  che avevano votato sì il 25 luglio n'erano stati arrestati sei: Galeazzo Ciano; il generale De Bono; Giovanni Marinelli; Tullio Ceronetti, già sottosegretario al ministero delle corporazioni dal 1939 al 1943 e ministro delle stesse negli ultimi tre mesi; Carlo Pareschi, già ministro dell'Agricoltura dal 1941 1943; Luciano Gottardi, già della Confederazione dei lavoratori dell'industria. 
Il Tribunale speciale si riunì a Verona il giorno 8 gennaio 1944 e il processo  si concluse dopo due giorni con la condanna morte dei gerarchi detenuti, eccettuato Ceronetti che ebbe trent'anni di reclusione, e dei 13 contumaci. 
L'accusa era "di avere inteso a provocare, tradendo l'idea, mediante la prevista e voluta eliminazione del duce del fascismo e capo del governo della suprema direzione della cosa pubblica, la flessione della resistenza del paese e delle sue forze armate, e così pure di aver inteso ad attentare alla indipendenza dello Stato". 
Gli imputati si difesero dicendo che la legge su Gran Consiglio attribuiva ai membri di questo il compito di dare il proprio giudizio sulle più alte e gravi questioni del regime, e che perciò essi avevano adempiuto il loro dovere ed esercitato il loro diritto. Essi non avevano voluto tradire nè l'idea nè il  "duce" nè la patria; l'intenzione espressa dal voto era stata di apportare rimedi alla dolorosissima situazione del paese nell'ambito delle istituzioni del regime. Non potevano essere imputate a tale atto le sventure militari e politiche della patria. 
Il tribunale motivò le condanne con questi argomenti: il voto del Gran Consiglio tendeva ad estromettere il fascismo, attraverso l'estromissione del suo capo, dalla vita nazionale che dalla condotta della guerra; quel voto era stato una deliberazione, e non un parere come voleva la legge; l'interrogatorio e le testimonianze avevano dimostrato che negli animi degli imputati prevaleva, durante l'adunanza del gran Consiglio, il desiderio di pace e di resa, a cui il voto, attraverso la estromissione del "duce", doveva portare. L'idea fascista -  sicurezza e grandezza della patria, giustizia sociale, indipendenza totale -  aveva richiesto, per essere realizzata, la guerra "contro ai superbi egoismi dei detentori del predominio marittimo": i gerarchi l'avevano tradita, perché volevano la resa, e quindi la perdita dell'indipendenza, "presupposto essenziale alla finalità dell'idea fascista, tradottasi ad opera del suo creatore e massimo apostolo, nel regime dello Stato fascista". 
La fucilazione di De Bono, Ciano, Marinelli, Pareschi e Gottardi ebbe luogo la mattina del giorno 11 gennaio 1944.

Cfr.: Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira
        Storia d'Italia nel periodo fascista
         -vol. 2° - pagg. 554 e segg.




mercoledì 22 giugno 2016

Gottardi Luciano

GOTTARDI Luciano.

Nacque il 19 febbraio 1899 a San Bartolomeo in Bosco, presso Ferrara, da Antonio ed Elvira Volta.
Il padre, un piccolo agricoltore, aveva diretto per molti anni a Ferrara un'azienda agricola di proprietà dei conti Minutoli di Lucca.

Da documenti ufficiali risulta che partecipò alla prima guerra mondiale nel genio telegrafisti, come soldato semplice, poi in cavalleria, col grado di sottotenente di complemento. Ma, molti anni dopo, nel memoriale che inviò ad Alessandro Pavolini per aderire alla Repubblica sociale italiana (RSI),  Gottardi sostenne di aver partecipato alla guerra al comando di "un plotone di Arditi ed una sezione di lanciafiamme".

Diplomato in ragioneria, dopo la guerra si iscrisse alla facoltà di scienze economiche e commerciali dell'Università di Trieste, dove si era trasferito nell'agosto 1920, ma la passione per la politica gli fece interrompere anzitempo gli studi universitari, che non terminò mai. Nel settembre del 1920 si iscrisse al fascio triestino, partecipando a tutte le azioni più rilevanti condotte dal fascismo giuliano, allora diretto da F. Giunta.
Fu anche tra i protagonisti delle manifestazioni di protesta, a Trieste particolarmente accese, per gli eventi che portarono alla caduta della Reggenza del Carnaro, il cosiddetto "Natale di sangue", nel corso delle quali Gottardi venne lievemente ferito, arrestato e trattenuto per alcune settimane nel penitenziario di Capodistria, insieme con Giunta e gli altri dirigenti del fascismo triestino.
Nel 1921 si occupò presso la prefettura di Trieste (già commissariato civile) al Servizio ricostruzioni danni di guerra, dove rimase fino al 1925, quando venne chiamato all'Ufficio provinciale dei sindacati fascisti di Trieste.

Ebbe così inizio la sua carriera di burocrate e uomo di apparato, che, con una lenta ma sicura ascesa, lo portò a ricoprire, alla fine del ventennio fascista, le massime cariche delle organizzazioni sindacali e corporative del regime.
A Trieste rimase fino al 1927. Nel 1927-28 fu vicesegretario dei sindacati fascisti di Caltanissetta, la stessa carica ricoprì nel biennio 1928-29 a Bari. Nel 1929-30 fu nominato vicesegretario della Federazione nazionale sindacati fascisti acqua gas ed elettricità. Nel 1931 si spostò a Treviso, dove ricoprì la carica di commissario dell'Unione provinciale dei sindacati fascisti dell'industria; l'anno successivo venne inviato a Firenze con le stesse mansioni. Nel 1933, e fino al gennaio 1934, fu di nuovo a Trieste come segretario generale dell'Unione dei sindacati dell'industria della città giuliana. Nel gennaio 1934 venne la nomina alla direzione degli Affari amministrativi e generali della Confederazione nazionale dei lavoratori del commercio. Quindi, dal 1935 al 1941, fu segretario della Federazione lavoratori del commercio alimentare e, in seguito, segretario dell'Unione provinciale lavoratori dell'industria di Genova.
Egli trascorse, quindi, buona parte della sua vita pubblica nelle organizzazioni sindacali; e quando per una volta il regime cercò di utilizzarlo altrove, l'esperienza risultò disastrosa.
Ciò accadde nel settembre del 1942, quando, mentre ricopriva la carica di segretario della Federazione nazionale dei lavoratori delle industrie estrattive, gli venne affidata la presidenza della Società mineraria carbonifera sarda (Carbosarda), che mantenne fino al 28 apr. 1943.
Per Gottardi la breve esperienza alla presidenza della Carbosarda fu traumatica, poiché si trovò presto in conflitto con la dirigenza dell'Azienda carboni italiana (ACaI) a causa di alcune scelte di fondo da questa operate - prese senza consultare la dirigenza della Carbosarda e che la penalizzavano - riguardo all'entità della produzione e ai criteri di distribuzione tra le diverse affiliate del naviglio adibito al trasporto del carbone.
In una lettera a  Mussolini, in data 16 febbraio 1943, con la quale chiedeva di essere sollevato dall'incarico, Gottardi poneva in modo esplicito la questione delle competenze dell'ACaI.
Scriveva Gottardi:
"O l'ACaI - sempreché debba continuare ad esistere - viene radicalmente riformata e trasformata in uno strumento puramente finanziario (per dare modo alle Società affiliate di esplicare autonomamente e con piena responsabilità la loro funzione, che non ammette interferenze, sovrapposizioni, mezzadrie e palleggiamenti) oppure deve conservare il governo totale - e relativa responsabilità - della produzione del carbone con, o meglio senza, il tramite artificioso delle predette affiliate" (Segr. particolare del duce, Cart. ordinario, f. 548.853).

Nel suo lungo periodo di impegno sindacale Gottardi collaborò a diverse riviste. Suoi lavori videro la luce sulla fiorentina Vita sindacale e, in particolare, su Il Lavoro fascista. Temi specifici del suo interesse di organizzatore sindacale furono quelli relativi agli uffici di collocamento e ai contratti collettivi di lavoro. Gottardi non fu particolarmente presente nel dibattito sindacale che pure, in diversi momenti della vita del regime, si sviluppò con vivacità e talvolta originalità, ma si può dire che egli, quando si espresse, manifestò sulla "questione operaia" posizioni di stampo "riformista", o comunque antagoniste delle posizioni più conservatrici.
A Firenze, nel 1932, Gottardi si era già reso protagonista di una iniziativa che aveva suscitato molte perplessità in campo fascista. In un articolo apparso su Vita sindacale, esaminando l'atteggiamento della classe imprenditoriale nei confronti dei contratti collettivi di lavoro, egli ne aveva denunciato in modo insolitamente esplicito la grettezza e l'eccessivo opportunismo. I toni dell'articolo erano talmente accesi che furono addirittura accolti dall'antifascismo in esilio come un segnale incoraggiante delle divisioni che stavano prendendo corpo nell'organizzazione sindacale fascista, investita da contraddizioni legate alla grave crisi economica mondiale che da tempo faceva sentire i suoi effetti anche in Italia.
Molti anni dopo, nel memoriale a Pavolini, Gottardi tornò sul valore e le finalità dei contratti collettivi, che, scrisse, si erano rivelati, a suo avviso, l'unico mezzo per sottrarre i rappresentanti sindacali "alle eventuali rappresaglie (quante sono state!) dei datori di lavoro". Infine, nell'ambito del dibattito suscitato, nel 1942, da V. Panunzio sulla crisi di rappresentatività del sindacato fascista, Gottardi, nel promemoria allegato agli atti del processo di Verona, affermava di aver preso posizione a favore del ritorno alla prassi elettiva delle cariche sindacali. Il suo sostegno alla elezione diretta da parte della classe operaia di fiduciari e dirigenti sindacali venne da lui ribadito anche dopo la nomina a presidente della Confederazione dei lavoratori dell'industria. Il suo memoriale del settembre 1943 è costellato di giudizi molto severi verso il capitale, che una volta arriva a definire "resistente e perfido".
Forse il più verosimile profilo di Gottardi è in una breve relazione anonima inviata al capo della polizia da un fiduciario della polizia politica, che così lo descriveva:
"È un vecchio fascista di fede. Troppo passionale. Difficilmente egli si adatta alla collaborazione con i datori di lavoro. Il Sindacalismo fascista più che istradarlo verso il corporativismo tende a portarlo sulla lotta di classe. Moralmente a posto. Buon oratore".
E, molto probabilmente, è proprio in questa sua genuina ispirazione "riformistica", che va colto il motivo della sua chiamata alla presidenza della Confederazione fascista dei lavoratori dell'industria (CFLI) il 29 aprile 1943, quando al regime occorreva recuperare, almeno parzialmente, il consenso delle masse operaie, dopo i grandi scioperi del marzo precedente. Egli giungeva alla presidenza della CFLI in sostituzione di G. Landi; con la nomina assumeva anche la direzione della Rivista del lavoro, organo della Confederazione.

L'incarico confederale comportava l'ingresso di diritto al Gran Consiglio del fascismo. Pertanto con la riunione del 24 luglio 1943, che determinò la caduta di Mussolini, Gottardi, come del resto diversi altri membri, partecipava per la prima volta al Gran Consiglio, in quanto tale organismo non si riuniva più dal 7 dicembre 1939.
È accertato che Gottardi non concertò la sua adesione all'ordine del giorno Grandi con i promotori dell'iniziativa. Nel più volte ricordato memoriale a Pavolini del settembre 1943, egli sostenne, anzi, di non aver mai avuto alcun contatto ("mai stretta la mano o parlato, durante 23 anni") con quelli che sarebbero stati i protagonisti della "notte del Gran Consiglio". Egli si recò alla riunione senza sapere di cosa si sarebbe discusso; cercò di raccogliere qualche informazione da T. Cianetti, ma questi non seppe o non volle dirgli nulla. Tuttavia, finì per aderire all'ordine del giorno Grandi, poiché, come spiegò nella deposizione al processo di Verona, si convinse che il documento presentato da Grandi, auspicando un ritorno nelle mani del re della conduzione della guerra, "sgravava il Duce di molte responsabilità" (Cianetti, p. 467).
Il 16 agosto, P. Badoglio sollevò Gottardi dall'incarico confederale; egli non si allontanò da Roma ma, appena seppe della liberazione di Mussolini e della costituzione della RSI, inviò a Pavolini, segretario del neonato Partito fascista repubblicano, la sua entusiastica adesione, accompagnando la richiesta con quel promemoria con cui intendeva in sostanza fornire spiegazioni circa il suo comportamento alla seduta del Gran Consiglio. Ma, evidentemente, le spiegazioni non sortirono l'effetto desiderato. Il nuovo regime lo considerava ormai, insieme con gli altri firmatari dell'ordine del giorno Grandi, un traditore.
Agli inizi di ottobre, venne arrestato dalla banda Pollastrini e rinchiuso a Regina Coeli, e successivamente trasferito nel carcere di Padova. Durante tutta la detenzione, il processo a Verona, e davanti al plotone d'esecuzione Gottardi mantenne un contegno sereno e coraggioso.
Il G. fu giustiziato a Verona la mattina dell'11 genn. 1944.

Fonti e Bibl.: Roma, Arch. centr. dello Stato, Ministero dell'Interno, Direzione generale di Pubblica Sicurezza, Divisione polizia politica, b. 620, f. G. L.; Segreteria particolare del duce, Carteggio ordinario, ff. 511.341, 548.853; Carte Cianetti; vedi anche: V. Cersosimo, Dall'istruttoria alla fucilazione, Milano 1949, pp. 118-150; T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona, Milano 1983, ad indicem; G. Parlato, La sinistra fascista, Bologna 2000, ad indicem.

Notizie tratte da:
Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 58 (2002)

Link su questo Blog:
http://nonnokucco.blogspot.it/2010/10/sbb.html

 Dal diario di Don Lorenzo Paparelli:
"........ma un fatto ben più grave e doloroso avveniva che gettava nel lutto più profondo parecchie famiglie del paese perché strette da parentela, e tutto il paese stesso. Alle 9.30 circa di oggi, a Verona, dopo un processo, seppure è degno di tal nome, durato parecchi giorni, veniva giustiziato mediante fucilazione alla schiena insieme con altri compagni di sventura il comm. Luciano Gottardi di Antonio, figlio non degenere di questa terra di San Bartolomeo in Bosco. Lascia nel pianto la moglie Elisa  Berretta e due teneri bimbi. L'ho conosciuto da ragazzo: retto, onesto e religioso di animo buono, di carattere faceto, si faceva tutto per tutti, era il Presidente effettivo del Comitato per l'esecuzione della nostra nuova Chiesa Parrocchiale, alla quale opera aveva dato con passione tutta la sua attività. Si era formata col suo ingegno aperto con la sua buona volta una posizione che gli valeva a vivere onestamente e con decoro per sempre per la famiglia alla quale dedicava tutto il tempo libero dalle sue occupazioni. Malaugurati eventi lo hanno coinvolto in una vicenda infelice e dolorosa ed a lasciare la vita a soli 45 anni quando le più belle speranze potevano aprirsi davanti a lui per la famiglia del paese che amava svisceratamente come la culla delle degli affetti più cari e più dolci. Signore! Accogliete lo spirito eletto e fate che sacrificio della sua vita porti a tempi migliori!
23 gennaio 1944 - oggi la salma trasportata al paese natio dopo le esequie nella Chiesa Parrocchiale ed un mesto corteo, di partecipare al quale erano stati proibiti gli iscritti al P.R.S., è stato tumulato nella tomba di famiglia. Parentesi nera questa nella storia del nostro paese!".

Cfr. Deo Gratias!, Liberty House, pagg.21/22









domenica 12 giugno 2016

San Bartolomeo in Bosco - Vittoria alata - caduti 1915/1918

San Bartolomeo in Bosco - Vittoria alata - caduti 1915/1918.





Notizie su caduti tratte dall'Albo d'oro:









lunedì 26 maggio 2014

Tortonesi Carlo

Tortonesi Carlo.

Vezzalini appena venne nominato capo della provincia di Ferrara per meglio realizzare i suoi aberranti disegni politici si diede una polizia personale, la famigerata banda dei TUPIN che affidò al capitano della Guardia Nazionale Repubblicana Carlo Tortonesi il più fedele dei suoi scherani.
La compagnia dei TUPIN, formalmente inquadrata nella Guardia Nazionale Repubblicana, di fatto era autonoma ed era alle dirette dipendenze dello stesso Vezzalini che se ne servì per perpetrare i crimini più efferati. 
Incerto è l'origine del nome Tupin: più di uno storico ha ipotizzato che Tupin altro non sia che l'espressione dialettale dei piccoli topi di campagna. Nel secondo processo Tortonesi si legge invece che Tupin sta ad indicare il motto "Tutti uniti per l'Italia nostra". Motto che in teoria aveva delle forti connotazioni ideali e patriottiche che vennero però tradite da ignobili comportamenti.
Per l'assoluta obbedienza al loro capo, i Tupin venivano chiamati i "Moschettieri di Vezzalini". Erano considerati un corpo di agenti scelti armati di mitra e bombe a mano, che scorazzavano per la provincia, ponendo in essere ogni forma di nefandezze. Quando non riuscivano giustificare i loro efferati delitti ne attribuivano la colpa ai "ribelli".



Ma chi era Tortonesi? 
Nato a Fossanova San Marco (Ferrara) il 5 dicembre 1916 e coniugato con due figli, Tortonesi era il figlio naturale di Olga Tortonesi. Meccanico industriale, fu richiamato alle armi nel settembre 1939 ed assegnato al 32º reggimento carristi. Partecipò alle azioni di guerra sui fronti francese e jugoslavo ed infine nell'Africa settentrionale dove in seguito a varie ferite venne rimpatriato.

Con Regio Decreto del 14 novembre 1941 gli fu conferita la Croce di Guerra al valor Militare con la seguente motivzione:
"Motocicletta battaglione carri durante dieci giornate di combattimenti di giorno e nottetempo instancabile con disprezzo del pericolo porta a compimento numerose azioni. Esempio di alto senso del dovere. Ed Maddamur (Tobruch) 1° maggio 1941" .

Nel settembre 1943, mentre si trovava in convalescenza nella sua abitazione di San Bartolomeo in Bosco, Tortonesi allettato dalle proposte del federale di Ferrara Igino Ghisellini, sue ex comandante in Jugoslavia, aderì con entusiasmo alla proposta di continuare a combattere contro gli eserciti alleati e contro gli antifascisti.
Posto al comando di un gruppo di giovani fascisti, creò la famigerata compagnia dei "TUPIN" composta dagli elementi più fanatici ed esaltati.
Promosso capitano, collaborò prima con Ghisellini e poi con Vezzalini, che seguì fino alla cattura di quest'ultimo.
Si dimostrò sempre un convinto e attivo collaboratore dei nazi-fascisti e fedele interprete della volontà del Vezzalini, che gli affidò i compiti più ingrati e pericolosi.
Violento per temperamento, Tortonesi non rifuggì dall'usare la forza, come emerse dalle numerose testimonianze di persone da lui fatte arrestare.
Egi stesso, nei vari processi, ammise di avere inferto ceffoni alle sue vittime. Non rifuggì nemmeno dal partecipare e dall'ordinare rappresaglie ed uccisioni, come dimostrano l'eccidio di Goro, l'uccisione del partigiano novarese Giuseppe Fava e la spedizione punitiva di Cavezzo che si concluse con l'uccisione dei due partigiani Renzo Iemma e Giovanni Benatti.

Il primo processo alla banda dei "tupin" venne celebrato dal 7 all'11 ottobre 1946 presso la C.A.S. (Corte d'Assise Speciale)di Ferrara.
Il secondo, sempre a Ferrara, nei giorni 15, 16 e 17 aprile 1947 e la Corte d'Assise Speciale emise la seguente sentenza:


CONDANNA

TORTONESI CARLO alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena, nonostante il diverso avviso del P.M., per l'eccidio d Goro e per gli omicidi di Benatti e di Iemma e di collaborazionismo politico e militare ai sensi degli articoli............................

....omissis .............

§§§§§§§§§§§§§

La pena capitale nei confronti del Tortonesi non venne mai eseguita perchè la Corte di Cassazione con sentenza del 19 novembre 1948 tramutò la pena di morte in ergastolo.
In applicazione dei Decreti Presidenziali di amnistia ed indulto del 22 giugno 1946 n. 4 (amnistia Togliatti) e del 19 febbraio 1949 n. 930, la Corte d'Appello di Bologna, con declamatoria del 27 maggio 1950, ridusse la pena ad anni 19 di reclusione.
In applicazione del Decreto Presidenziale del 19 dicembre 1953 n. 922, la pena a carico del Tortonesi venne ulteriormente ridotta ad anni 10 di reclusione, ma di quest'ultima pena il Tortonesi non scontò che un anno, cinque mesi e 8 giorni, essendogli stata concessa la liberazione condizionale (libertà vigilata) con D.M. n. 06990/52 dl 23 luglio 1954.
Il Tortonesi, quindi, dopo avere scontato appena poco più di 9 anni e sei mesi di reclusione, chiudeva il proprio conto con la giustizia nonostante le sue mani si fossero macchiate di tanti efferati delitti.
Con sentenza dell'8 settembre 1967 della Corte d'Appello di Bologna, il Tortonesi, che nel frattempo si era trasferito a Milano, otteneva anche la riabilitazione.
Per la giustizia italiana, quindi, l'ex repubblichino, le cui mani grondavano ancora di sangue, poteva presentarsi agli occhi del mondo come una persona pulita, come se non avesse mai avuto a che fare con la giustizia.

§§§§§§§§§§§§

Queste notizie sono tratte dal libro

LA SCIA DI SANGUE LASCIATA DAI "TUPIN" (1943/1945)

di Rolando Balugani

Edizioni Sigem 



sabato 1 marzo 2014

San Bartolomeo in Bosco (Ferrara)

San Bartolomeo in Bosco (Ferrara)

Dati statistici 1784/1799.

La tabella sottostante riassume i dati tratti dai Libri dei Nati, dei Morti, e dei Matrimoni, redatti da Don Ferdinando Botti e conservati nell'Archivio Parrocchiale di San Bartolomeo.
Nella prima casella si trova l'anno a cui si riferiscono tutte le cifre a fianco; nella seconda il numero dei matrimoni celebrati a San Bartolomeo, nella seguente il numero dei nati e nella quarta il numero dei morti. In tutte le successive caselle i morti di quell'anno vengono divisi a seconda delle fascie d'età. Si inizia con i neonati morti nei primi 10 giorni di vita, poi da 11 giorni a 1 mese e così via fino ai morti in età superiore agli 80 anni. Nell'ultima casella i morti di cui non è stato possibile verificare l'età.



Notizie tratte da:
(pag. 90)
°°°°°°°
°°°°°
°°°
°

domenica 19 gennaio 2014

San Bartolomeo in Bosco (Ferrara) - Nanni Gaetano

San Bartolomeo in Bosco (Ferrara) - Nanni Gaetano


"......... mentre era in casa della fidanzata bussarono alla porta e, preso dalla paura che lo stessero cercando, corse alla finestra che dava sul retro, ma appena cercò di buttarsi nel cortile per fuggire fu colpito a morte....."
Questo è quanto raccontato tante volte dalla zia..............

L'uccisione di Gaetano Nanni è ricordata anche nel libro DEO GRATIAS! MEZZO SECOLO DELLA NUOVA CHIESA DI SAN BARTOLOMEO IN BOSCO,  uscito in occasione del 50° anniversario della consacrazione della nuova chiesa parrocchiale di San Bartolomeo in Bosco (20 dicembre 1959) contenente testi di Gian Paolo Borghi, Corrado Pocaterra, Lucio Scardino, Giuseppe Stagni, nonchè un estratto dai "Libri Parrocchiali" di Don Lorenzo Paparelli.
Edizioni Liberty House, Ferrara - 2009.

Pagina16:
".... Anche San Bartolomeo  paese di tradizioni pacifiche ebbe a subire l'onta dello spargimento di sangue fraterno. In una spedizione così detta punitiva d'ottobre lasciò la vita, ucciso da un colpo di pistola, il giovane Nanni Gaetano mentre fuggiva nell'ombra del cortile della casa posta in Via Masi di proprietà di Roda Ernesto. Ne sentì orrore di questo omicidio, forse avvenuto contro la volontà dell'uccisore, tutto il paese, il quale tributò alla vittima solenni onoranze. Il Parroco ebbe a soffrire assai per la giusta deplorazione da parte sua di simili fatti. "

###########

A San Bartolomeo è intitolata una via a Nanni Gaetano con queste motivazioni:
 
NANNI GAETANO
1891/1924
SINDACALISTA
SINDACALISTA DI SAN BARTOLOMEO IN BOSCO, SOCIALISTA, PERSEGUITATO E UCCISO DA AVVERSARI POLITICI NEL 1924.

 ############

Nanni Gaetano: dal data base dell’Amsefc risulta sepolto nel Cimitero di San Bartolomeo in Bosco; la data del decesso è 22 marzo 1922. (verificare in loco e fotografare)

Nel libro DEO GRATIAS è riportata la notizia dell’uccisione di Nanni Gaetano senza un preciso riferimento alla data ma è collocata fra una notizia del 1923 ed una del 1925. Questo può avvalorare la data  del 1924.

############


Foto e piantina by Google Maps





Foto e dati sui defunti by Amsefc Spa Ferrara
-------------

Qual'è la data di morte esatta?

Sarei grato a chi mi volesse fornire ulteriori informazioni su Nanni Gaetano. 
-------------
 Posted 19 gennaio 2014
------------------------------




San Bartolomeo in Bosco (Ferrara) - Vittoria alata.

San Bartolomeo in Bosco - Vittoria alata. 

" Una volta, vicino alla scuola, fecero il Parco della Rimembranza.
Le sorelle Gottardi, Carolina e Antonietta, donarono il terreno e i paesani collaborarono per la spesa. Fecero una bella statua che rappresenta una donna incoronata che semina fiori. Era di bronzo massiccio e aveva un grande valore. Una mattina si accorsero che non c'era più. Le spie non mancarono e si seppe da loro che la statua della Vittoria era nascosta in un sotterraneo. Forse le spie erano uno di loro, che per non essere scoperto faceva la figura di spia. La tennero nascosta più di un mese poi i ladri, che commerciavano in bronzo, si arresero per paura di essere condannati" 

(Cfr. Maria Calura, Andavo a scuola con le scarpe di mia mamma,  Tipografia Giari - Codigoro, pag.94)





 



(lato sinistro)




(fronte)
S. BARTOLOMEO
IN BOSCO
AI
SUOI EROI
CHE
OLOCAUSTO FECERO
DELLA
LORO VITA
PER LA GRANDEZZA
DELLA
PATRIA


(retro)
TERMINATO IL
4 NOVEMBRE1924
INAUGURATO IL
20 DICEMBRE
1927
ANNO VI°




N. 18 targhe in metallo riportanti:
" Guerra 1915-1918
grado
Cognome e nome
Resurges"



N. 18 targhe in metallo riportanti:
" Guerra 1915-1918
grado
Cognome e nome
Resurges"

Foto by Google Maps
L'artefice del bronzo è Edgardo Simone , come è scritto sul lato sinistro in alto della stele marmorea: "Edgardo Simone Fece".
Notizia segnalata da "Carletto".



#################
Revisione: 18 gennaio 2014
Se non diversamente indicato, le foto sono di N.K.


venerdì 28 giugno 2013

San Bartolomeo in Bosco (Fe) - settembre 1984


Hai ricevuto questo post per e-mail e vuoi entrate nel blog? CLICCA QUI.
Have you received this post by e-mail and you wish to entry in my blog? CLICK HERE


Se ricevere i miei post  per te è un disturbo
rispondimi con " sospendi invio". (nonnokucco@libero.it)
Nonno Kucco


------------------
La campagna nei dintorni di San Bartolomeo in Bosco (Ferrara)

- settembre 1984











Sono trascorsi quasi 29 anni da quando furono scattate queste foto; penso di non violare la riservatezza nel pubblicarle.
--------