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giovedì 31 luglio 2025

IL MORO DELLA CIMA di Paolo Malaguti

 IL MORO DELLA CIMA





giovedì 10 luglio 2025

LEGGERE di CORRADO AUGIAS

 LEGGERE  di CORRADO AUGIAS


 

giovedì 13 febbraio 2025

PIERO FA LA MERICA di PAOLO MALAGUTI

PIERO FA LA MERICA di PAOLO MALAGUTI


 

 
 

 

domenica 17 novembre 2024

FUMANA - IL NUOVO LIBRO DI PAOLO MALAGUTI

FUMANA - IL NUOVO LIBRO DI PAOLO MALAGUTI

 


 









giovedì 17 gennaio 2019

IL MULINO DEL PO - RICCARDO BACCHELLI

PROVERBI, FILASTROCCHE, CANZONETTE...........E QUALCHE FRAMMENTO DI STORIA.....................

Ferrara, Ferrara
La bella città.
Si mangia, si beve,
E allegri si sta.
Si mangia, si beve,
L'amore si fa:
Un giorno di qua,
Un giorno di la,
Tarà, taratà, tarà, rataplà!
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.....il Mazzacorati l'udì cantare verso il villaggio, riconobbe la canzone:

Se può venir il tempo della foglia
Mi voglio innamorar, venga chi voglia.

Era uno stornello delle giovani contadine dei suoi posti, sotto gli argini di Po e di Reno e di Panaro, quando i prati secchi e i pascoli esausti nei mesi del gran caldo le mandavano sugli alberi a far la foglia per il bestiame. Continuava la canzone:

Il tempo della foglia l'è venuto,
Io avevo un bell'amante, e l'ho perduto.
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 A Ferrara in Piazza Nuova c'era, e c'è tuttavia adesso che si chiama Piazza Ariostea, una gentil colonna di marmo antico: dovevano essere due, gemelle, a reggere la statua d' Ercole duca di Ferrara, sul cavallo modellato già da Leonardo per il genero di lui, per Ludovico il Moro. Ma la gemella andò a picco in Po, e il cavallo, nel cortile del Castello di Milano, seguì la sorte ch'ebber tutte le cose del malavventurato genero del duca savio, e tante del divino Leonardo.
Passata la città dall'aquila bianca d'Este sotto le chiavi pontificie, sulla colonna fu messo un papa che aveva voluto bene ai ferraresi, e che vi stette pacifico fino 1796, quando i giacobini lo tirarono giù colle corde, incollonnando una Libertà, che durò fino la reazione del '99 e  agli austro-russi. Ma la Libertà di marmo non ritrovo più la via e il tempo di risalire sulla colonna, poichè vi fu messo nel 1810, ed era tardi, l'imperatore dei francesi e re d'Italia. La piazza si chiamò "Napoleone", il quale sulla colonna, in toga romana, resse il  mondo in palma di mano non molto più, a conti fatti, di quel che vi aveva durato la Libertà giacobina: fino ai 14 di maggio del 1814. E dopo che il' Nugente, generale austriaco, in nome del Papa e per mandato della Santa Alleanza, ebbe preso possesso della padana città dei poeti, la colonna restò vuota parecchi anni, bianca tra il verde dell'erba delle belle piante, quasi nessuno avesse più l'animo di mettercisi, pensando a

quella che di noi fa come il vento
D'arida polve, che l'aggira in volta,
La leva fino al cielo, e in un momento,
A terra la ricaccia onde l'ha tolta.

Adesso v'è sopra il poeta, e non ha più padroni, nè Ippolito cardinale nè duca Alfonso, a farlo, tanto mal suo grado , "cavallaro" "per monti e balze",  e castellano di Garfagnana, lontano da Ferrara e  dagli studi e dalla donna.
..........................................

Alla fine del 1807 si ripeterono gli stenti del 1801, e proprio ad Ariano, che aveva chiesto daccapo sgravi di tasse, si replicò più penoso e più odioso il rifiuto. Le leve sempre più gravi e frequenti spopolavano di braccia valide un paese di bocche affamate. I parroci erano stati costretti dal governo  a redigere le odiatissime liste di coscrizione. Passarono in proverbio e in canzone coteste leve. E il ricordo toccava i cent'anni in una canzone, in un compianto delle ragazze abbandonate, nella melanconia d'un verso che noi abbiamo ancora udito cantare dalle nostre nonne in quelle terre di Po e di Reno:

Napoleone,
La bella gioventù per te la vuoi.
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 Morirò, morirò, non dubitare!
E allor contenterò chi mi vuol male. 
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Tacete o voi che non sapete il canto:
L'asnein dal mulinar v'ha tolt il vanto.
t'ha tolto il vanto e messo ti ha l'anello:
L'asinin del mugnaio è tuo fratello.
 
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Per Santa Lucia,
La più lunga notte che ci sia.
 
Madonna Candelora,
O che nevichi o che piova,
D'inverno siamo fuora;
O piovere o nevare,
Quaranta dì son da passare.
.............................................................

........Non aveva inteso senza una strana, improvvisa tristezza, il ragazzetto dell'arrotino, il "moletin", cantare nel suo dialetto trentino:
E sin e son, la mola
E' un arte che consola;
E sin e son e san,
E' un buon mestier in man.
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 Me pare fa 'l moleta,
Mi fago 'l moletin;
Quand sarà mort me pare,
Farò 'l moleta mi;
E sin e son e san,
L'è un bon mistier in man.

- Sentite padrone, -aveva detto allora l'arrotino fermando il piede sulla stanga per regolare lo zipolo dell'acqua, - che cosa canta questo gaglioffo?  Metteteli poi al mondo! È mio figlio, padrone ,- e rideva:-  tocca a lui  cantare e a me ascoltare, come toccò mio padre.................
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 Epifania, ogni festa porta via.

Polvere in gennaio,
Fai di rovere il granaio.

San Giovanni mietitore
E San Pietro sgranatore,
Porta la spiga al mulino
A far farina e fiore e semolino.

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Di fatto, nei vari paesi, usavano diverse frasche, a seconda che il maio voleva significare amore, o gelosia, o disprezzo e ripudio. E, fra genti sempre state inclini alle burle e ai detti mordaci, usava anche il maio da burla, per castigo o vendetta delle ragazze superbe o dispettose o vane, o per semplice derisione, come aveva temuto Princivalle.
Al dì dell' Ascensa, portan maio a chi non se 'l pensa;- Il detto, non ché a sperare amore, dunque dava anche a temere odio. 

Il ben che ti ho voluto sia un cortello.

Ma certo nessuno odiava Dosolina. Donata si  intestardiva a cercare chi si fosse arrrischiato a tentarle la figliuola, e nei grami casolari sparsi della Diamantina stava diventando una favola davvero, da farle cantare davanti casa qualche quartina satirica:

Dosolina, non far tanto la granda,
Perché 'l tuo padre non è 'l re di Francia,
E la  tua madre non è la regina:
Non far tanto la granda, o Dosolina!
.............................................................

La mia amorosa fa la contadina,
Quando che va al mulino s'infarina;
La s'infarina di farina bianca,
La mia amorosa l'è quella che canta. 

Sant'Antonio dal campanin, 
Qui non c'è pan, qui non c'è vin,
Qui non c'è legna da bruciar;
O Sant'Antonio,
Com' abbiamo da far ?


Din don campanon:
La campana - d' fra' Simon
La campana - d' fra' Simon;
Tri putin  sotto'una scrana,
Din don campanon:
La campana - d' fra' Simon
La cantava notti e dì
Che Gregori l'èe fallì,
L'è fallì coi franciscon
A la barba di mincion.


Di maggio, il sol  l'adorna,
 E chi è di bella forma ritorna.

Prima pioggia d'agosto
Pover' uomo ti conosco.

Il calor se ne va in fumo,
 prepara il sacco dei pomi.

Par Sant'Andrè
 Ciappa 'l busgat pr' al piè.

Se t'an al vo' ciapar,
Lass' l'andar  fin a Nadal.


  

venerdì 25 novembre 2016

LUDOVICO ARIOSTO - Poeta

LUDOVICO ARIOSTO - Poeta

Ludovico Ariosto è stato un poeta e commediografo italiano, autore dell' Orlando furioso.
È considerato uno degli autori più celebri ed influenti del suo tempo. 

L' 8 settembre 1474, nasceva, a Reggio Emilia, da Nicolò, di nobile famiglia ferrarese, e da Daria Malaguzzi Valeri, reggiana. Il padre, allora capitano della cittadella, al servizio di Ercole I d'Este, fu, a varie riprese, accusato di prepotenze e di malversazione e soggetto a trasferimenti: nel 1481 dovette andare a Rovigo, da dove però la guerra per il commercio del sale, tra Venezia e Ferrara 1482/1484 lo indusse ad allontanarsi, cercando rifugio di nuovo a Reggio; nel 1484 poteva stabilirsi ancora Ferrara e vi occupò le cariche di Collaterale dei soldati, e poi di Giudice dei dodici savi.

Data di morte: 6 luglio 1533, Ferrara

Luogo di sepoltura: Biblioteca comunale Ariostea, Ferrara

Coniuge: Alessandra Benucci

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Nell' ottobre 1515  l' Orlando furioso era compiuto, come risulta da una petizione dell'Ariosto  al doge di Venezia per ottenere privilegi di stampa per il poema, scritto "per spasso et  recreatione de Signori et persone di anime gentili et madonne»: la prima edizione, in 40 canti, usciva nel 1516 in Ferrara, presso la tipografia di Giovanni Mazzocco di Bondeno , ed era dedicata al cardinale Ippolito.

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Ludovico Ariosto in un ritratto disegnato da Tiziano e inciso da F. Marcolini nell'edizione dell'Orlando furioso (Ferrara 1532)

Finito di stampare il 29 ottobre 1985 dalla Garzanti Editore s.p.a., Milano. Collana "i grandi libri Garzanti", " 2 volumi - In copertina: particolare di "Angelica, Rodomonte e l'orca" dipinto attribuito a Gerolamo da Carpi. El Paso (Texas), Museum of Art (Kress Collection).



Casa dell'Ariosto a Ferrara.
 


(nel fregio tra pianterreno e primo piano; testo dettato dal poeta quando la casa fu costruita)

PARVA SED APTA MIHI SED NULLI OBNOXIA SED NON SORDIDA PARTA MEO SED TAMEN AERE DOMUS
(Casa piccola, ma adatta a me, su cui nessuno può vantare diritti, decorosa e comprata con denaro mio)

(in una targa posta più in alto; testo dettato in seguito dal figlio del poeta, Virginio)
SIC DOMUS HAEC
AREOSTA
PROPITIOS
DEOS HABEAT
OLIM UT
PINDARICA

(Così, questa casa degli Ariosti abbia propizi gli dei come, un tempo, quella di Pindaro).

mercoledì 23 novembre 2016

PAOLO MALAGUTI

PAOLO MALAGUTI

Monselice (PD) 6 settembre 1978

Vive ad Asolo e insegna Lettere al Liceo "Brocchi" di Bassano del Grappa.

Ha scritto:

- SUL GRAPPA DOPO LA VITTORIA, Santi Quaranta - 2009

- SILLABARIO VENETO, Santi Quaranta -2011

- I MERCANTI DI STAMPE PROIBITE, Santi Quaranta - 2013

- LA RELIQUIA DI COSTANTINOPOLI, Neri Pozza - 2015

- NUOVO SILLABARIO VENETO, Neri Pozza - 2016

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Rapporto di parentela tra Paolo Malaguti e NonnoKucco

martedì 8 giugno 2010

Per l'alto mare aperto

Per il mio ultimo compleanno ho ricevuto in regalo il libro scritto da Eugenio Scalfari
" Per l'alto mare aperto".

Prevedo che sarà una lettura impegnativa.
Il primo capitolo: "Il viaggio con Diderot"

Notizie in rete su Denis Diderot:
http://it.wikipedia.org/wiki/Denis_Diderot
http://www.filosofico.net/diderot.htm
http://lafrusta.homestead.com/pro_diderot.html

martedì 23 marzo 2010

BEPPE FENOGLIO

Nato ad Alba (Cuneo) il 1° marzo 1922, morto a Torino il 18 febbraio 1963, scrittore.
Studente universitario, nel 1943 si trovava a Roma come allievo ufficiale dell'Esercito. All' armistizio tornò nella sua città natale. Quando Enrico Martini Mauri organizzò le formazioni partigiane Autonome, vi aderì con entusiasmo, assumendo il ruolo di ufficiale di collegamento. Fenoglio partecipò alla guerra di liberazione nelle Langhe e fu tra i partigiani che il 10 ottobre del 1944 entrarono in Alba, proclamando una repubblica antifascista che durò 23 giorni.

Nel dopoguerra, Fenoglio visse lavorando come impiegato in un'azienda locale e scrivendo libri e racconti, in gran parte ispirati alla Resistenza e alcuni dei quali usciti postumi.
Tra le sue opere: "I ventitré giorni della città di Alba" (Torino 1952), "La malora" (Torino 1954), "Primavera di bellezza" (Milano 1959), "Un giorno di fuoco" (Milano 1963), "Il partigiano Johnny" (Torino 1968), "La paga del sabato" (Torino 1969). Da "Il partigiano Johnny", il regista Guido Chiesa ha tratto il film dal titolo omonimo presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 2000.

Il 10 marzo 2005, all'Università di Torino, a Beppe Fenoglio è stata conferita la laurea "honoris causa" in Lettere alla memoria.