Tresigallo è un’oasi nel deserto, un
deserto fatto di campagna. Te ne accorgi arrivando da Comacchio, dopo
aver percorso quel nastro d’asfalto dritto come una fucilata che è la
Via del mare. Non si tratta, però, di una campagna rilassante per
l’occhio, come potrebbe essere quella dell’alto ferrarese o del
bolognese, con campi ben divisi geometricamente, delimitati spesso da
ordinati filari di olmi o di pioppi, che terminano per lo più con un
grande cascinale. Quella che si attraversa lungo la Rossonia venendo dal
mare è una distesa di terra senza fine, a perdita d’occhio, punteggiata
di quando in quando da una casupola, di quelle che mio nonno ha sempre
chiamato, misteriosamente per me quand’ero bambino, “case dell’Ente”.
Solo più tardi ho capito, leggendolo sui libri, che si riferiva all’Ente
Delta Padano, l’organo a cui fu affidata, nel 1951, l’attuazione della
Riforma Agraria nelle terre bonificate del basso ferrarese. Per questo
l’arrivo a Tresigallo lascia a bocca aperta. Dopo chilometri di nulla
appaiono, improvvisamente, alla tua destra l’imponente mole del campo
sportivo, la particolare architettura della Domus tua e delle
scuole elementari e, più avanti, proseguendo verso Final di Rero, la
sequenza di vecchie industrie che cingono la strada da entrambi i lati.
Sembra di essere sbarcati su Marte.
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| Il campo sportivo di Tresigallo |
Così come la conosciamo oggi, Tresigallo
è diventata tra il 1933 ed il 1939. Chi ha studiato la definisce “città
di fondazione” o, meglio, di “ri- fondazione”, perché (a differenza
delle tante città create dal nulla a quell’epoca, in quello che la
retorica di Regime chiamava l’Agro Pontino Redento) Tresigallo esisteva
già. Era un villaggio di povere case nel comune di Formignana, popolato
da braccianti, pescatori e raccoglitori di canne. Fino a qua arrivavano,
infatti, il delta del Po (il Po di Volano scorre a Final di Rero, un
paio di chilometri a ovest) e le Valli di Comacchio. Ed è in questo
borgo di valligiani che, il 6 maggio del 1884, nasce l’uomo che farà di
Tresigallo uno dei più interessanti esperimenti sociali e architettonici
del suo tempo: Edmondo Rossoni.
Figlio di uno “spondino” (operaio
specializzato a tracciare fossi, canali e strade), dopo aver studiato,
senza troppo successo, dai salesiani a Torino, Rossoni, tornato nella
sua terra, seguì il cursus honorum di molti tra quelli che
diventarono alti gerarchi del fascismo, compreso lo stesso Mussolini.
Politicamente crebbe nelle file del socialismo più estremista, ossia il
sindacalismo rivoluzionario di Alceste De Ambris e questa fu la palestra
che lo portò a partecipare attivamente, come organizzatore, agli
scioperi bracciantili del primo decennio del ’900, fino a quando una
condanna a quattro anni emessa dalla Corte d’Assise di Piacenza, nel
giugno del 1908, per manifestazione sediziosa, incitamento all’odio tra
le classi e turbamento dell’ordine pubblico non lo costrinse a trovare
riparo all’estero. Qui vagò tra Svizzera, Francia, Brasile e Stati
Uniti, dove fece in tempo ad organizzare il primo sciopero della storia
degli Usa: quello dei sarti. Tornato in Italia nel 1916, durante la
prima guerra mondiale, con l’interventismo consumò la definitiva rottura
coi vecchi compagni socialisti e, a guerra finita, aderì al nascente
fascismo di Benito Mussolini, di cui in breve tempo divenne padrone
assoluto dell’ala sindacalista.
Abbandonata la lotta di classe, Rossoni fu il padre del corporativismo o sindacalismo integrale, la cosiddetta terza via tra
capitalismo e marxismo che i fascisti credettero di aver tracciato: una
sorta di composizione dei conflitti tra capitale e lavoro all’interno
di una grande confederazione sindacale che comprendesse e tutelasse le
esigenze tanto del padronato quanto dei lavoratori, nell’idea della
collaborazione tra le classi in vista del superiore interesse della
Nazione. Ma agli industriali non andava bene di essere messi sullo
stesso piano dei loro lavoratori e, inoltre, come capo del sindacalismo
fascista Rossoni stava concentrando nelle sue mani troppo potere per i
gusti del Duce, che nel 1928 lo silurò, dandogli il contentino, nel
1930, di un posto nel Gran Consiglio del Fascismo. Senza più un ruolo
attivo nella politica nazionale, a Rossoni non rimaneva, come
palcoscenico pubblico, che la sua Tresigallo. E, a partire dal 1933, si
buttò anima e corpo nell’impresa di realizzare, in questo borgo perso
nella vastità della campagna bonificata, la sua utopia corporativa.
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| Domus Tua |
Tresigallo è un esperimento curioso
anche perché non è progettata da chissà quale nome dell’architettura
accademica, ma da Rossoni stesso, che da Roma (dove nel 1932 è nominato
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) dirige via lettera i
lavori, oltre alle trattative per gli espropri dei terreni. Suoi
luogotenenti sul posto sono l’amico Livio Mariani e l’ingegner Frighi,
cui spetterà il compito di realizzare gli schizzi che il gerarca acclude
alle lettere. Frequenti sono poi i sopralluoghi che Rossoni fa nella
sua città in costruzione, per verificare di persona che i lavori vengano
eseguiti come da lui ordinato. Nelle intenzioni del suo creatore, la
nuova Tresigallo doveva essere una cittadella del lavoro, circondata da
opifici per la trasformazione dei prodotti raccolti nelle terre della
bonifica. Da borgo fondato su un’economia di mera sussistenza,
Tresigallo si converte, perciò, in un importante centro
agro-industriale. Nella cintura periferica della città vengono
edificati, tra gli altri, uno zuccherificio (nella cui area, oggi, sorge
un complesso residenziale) e una distilleria per la produzione di
alcool dalla barbabietola (oggi sostituita dalla Mazzoni, una grande
azienda ortofrutticola), un burrificio, un canapificio ed una fabbrica
per la lavorazione della cellulosa, oltre ad un’industria metalmeccanica
per la costruzione di macchinari agricoli, la S.A.I.M.M., che chiuse
soltanto negli anni ’70 del secolo scorso.
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| Casa della cultura (ex Casa della G.I.L.) |
Dal nucleo delle fabbriche partono, poi,
le altre infrastrutture, prima fra tutte il fondamentale asse viario
(ancora oggi chiamato Rossonia) che garantisce un rapido
collegamento tra Tresigallo e Ferrara, con la costruzione del ponte sul
Po di Volano, che fino ad allora si attraversava su un’improvvisato
traghetto nella vicina Valpagliaro. Poi, allontanandosi dalle fabbriche
verso il centro del paese, le case degli operai e dei dirigenti, i
servizi sociali (le scuole elementari, l’asilo, la scuola di cucito e
ricamo per le ragazze madri, i bagni pubblici) e i servizi “ricreativi”,
come la casa della Gioventù Italiana del Littorio (oggi Casa della
Cultura), in cui venivano inquadrati i giovani, e la sala da ballo Domus tua, oltre
al teatro e al campo sportivo. Fino ad arrivare alla scenografica
Piazza della Rivoluzione (quella fascista, naturalmente, oggi Piazza
della Repubblica), con la sua caratteristica forma a ferro di cavallo e
la sua aria un po’ astratta, alla De Chirico. Il tutto secondo lo stile
architettonico dell’epoca, fatto di costruzioni monumentali (vedi
l’ingresso estremamente scenografico e parecchio retorico del campo
sportivo) e linee razionaliste. Ultima costruzione in ordine di tempo fu
il sanatorio, circondato dal grande parco che ancora oggi è visibile
percorrendo la circonvallazione.
Dopo la seconda guerra mondiale, Tresigallo si auto-condannò ad una sorta di damnatio memoriae: comprensibilmente
troppo imbarazzante era la sua origine fascista per le amministrazioni
“rosse” che si succedettero alla guida del paese. La progressiva
decadenza dei palazzi del centro e la chiusura delle fabbriche volute da
Rossoni portarono ad un graduale spopolamento (negli anni di massimo
splendore si arrivò fino a 9 mila abitanti). Oggi, a quasi settant’anni
dalla fine della guerra, i tresigallesi sembrano aver finalmente fatto i
conti con la propria Memoria. L’amministrazione comunale sta, infatti,
recuperando gran parte degli edifici storici e delle piazze e
l’inserimento di Tresigallo nel circuito dei Borghi autentici d’Italia
sembra testimoniare una sua futura vocazione turistica. E, forse,
sarebbero maturi i tempi per dedicare almeno una via o un parco, se non
proprio una piazza, al suo ri-fondatore.
Rossoni che, la notte del 25 luglio del
1943, nella drammatica seduta del Gran Consiglio del Fascismo, votò a
favore dell’arresto di Mussolini e, per questo, fu condannato a morte
dalla Repubblica di Salò. Sfuggito ai suoi vecchi compagni di partito, a
guerra finita venne condannato all’ergastolo dall’Alta Corte di
Giustizia, ma riuscì a scappare in Canada. Tornò in Italia solo dopo
l’amnistia voluta da Togliatti nel 1946, ritirandosi a Roma come privato
cittadino e facendo ritorno al suo paese d’origine solo dopo la morte,
nel giugno del 1965. Da allora riposa in quel curioso mausoleo dal
sapore d’annunziano che si è fatto costruire al centro del cimitero di
Tresigallo. E da lì, da quello strano monumento paganeggiante, parte il
lungo viale che taglia longitudinalmente il paese, attraversa Piazza
della Repubblica e termina, dopo la circonvallazione, nella zona delle
vecchie fabbriche. Tanto per far capire a tutti che, anche da morto, è
lui il Signore di Tresigallo.
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Fonti: Arrigo Marrazzi, Edmondo Rossoni e Tresigallo, Cartoleria Sociale Ferrara, 2008; Antonio Pennacchi, Tresigallo, l’anti- Ferrara del compagno Rossoni, LIMES 1, 2004; Parametro, mensile di architettura e urbanistica, Anno I N. 125, Aprile 1984, Faenza editrice.
Alcune foto di Nonnokucco:
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(da Wikipedia)
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| Foto di N.K. |
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| Foto di N.K. |