martedì 20 febbraio 2024

INNO DI MAMELI

 

Fratelli d'Italia

Dobbiamo alla città di Genova Il Canto degli Italiani, meglio conosciuto come Inno di Mameli. Scritto nell'autunno del 1847 dall'allora ventenne studente e patriota Goffredo Mameli, musicato poco dopo a Torino da un altro genovese, Michele Novaro, il Canto degli Italiani nacque in quel clima di fervore patriottico che già preludeva alla guerra contro l'Austria.

L'immediatezza dei versi e l'impeto della melodia ne fecero il più amato canto dell'unificazione, non solo durante la stagione risorgimentale, ma anche nei decenni successivi. Non a caso Giuseppe Verdi, nel suo Inno delle Nazioni del 1862, affidò proprio al Canto degli Italiani - e non alla Marcia Reale - il compito di simboleggiare la nostra Patria, ponendolo accanto a God Save the Queen e alla Marsigliese.

Fu quasi naturale, dunque, che il 12 ottobre 1946 l'Inno di Mameli divenisse l'inno nazionale della Repubblica Italiana.

Il poeta

ritratto di Mameli

Goffredo Mameli dei Mannelli nasce a Genova il 5 settembre 1827 (figlio di Adele - o Adelaide - Zoagli, discendente di una delle più insigni famiglie aristocratiche genovesi, e di Giorgio, cagliaritano, comandante di una squadra della flotta del Regno di Sardegna). Studente e poeta precocissimo, di sentimenti liberali e repubblicani, aderisce al mazzinianesimo nel 1847, l'anno in cui partecipa attivamente alle grandi manifestazioni genovesi per le riforme e compone Il Canto degli Italiani. D'ora in poi, la vita del poeta-soldato sarà dedicata interamente alla causa italiana: nel marzo del 1848, a capo di 300 volontari, raggiunge Milano insorta, per poi combattere gli Austriaci sul Mincio col grado di capitano dei bersaglieri.

Dopo l'armistizio Salasco, torna a Genova, collabora con Garibaldi e, in novembre, raggiunge Roma dove, il 9 febbraio 1849, viene proclamata la Repubblica. Nonostante la febbre, è sempre in prima linea nella difesa della città assediata dai Francesi: il 3 giugno è ferito alla gamba sinistra, che dovrà essere amputata per la sopraggiunta cancrena.

Muore d'infezione il 6 luglio, alle sette e mezza del mattino, a soli ventidue anni. Le sue spoglie riposano nel Mausoleo Ossario del Gianicolo.

 

Il musicista

Ritratto di Michele Novaro

Michele Novaro nacque il 23 ottobre 1818 a Genova, dove studiò composizione e canto. Nel 1847 è a Torino, con un contratto di secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano.

Convinto liberale, offrì alla causa dell'indipendenza il suo talento compositivo, musicando decine di canti patriottici e organizzando spettacoli per la raccolta di fondi destinati alle imprese garibaldine.

Di indole modesta, non trasse alcun vantaggio dal suo inno più famoso, neanche dopo l'Unità. Tornato a Genova, fra il 1864 e il 1865 fondò una Scuola Corale Popolare, alla quale avrebbe dedicato tutto il suo impegno.

Morì povero, il 21 ottobre 1885, e lo scorcio della sua vita fu segnato da difficoltà finanziarie e da problemi di salute. Per iniziativa dei suoi ex allievi, gli venne eretto un monumento funebre nel cimitero di Staglieno, dove oggi riposa vicino alla tomba di Mazzini.

Come nacque l'inno Il testo e lo spartito dell'Inno

La testimonianza più nota è quella resa, seppure molti anni più tardi, da Anton Giulio Barrili, patriota e poeta, amico e biografo di Mameli.

Siamo a Torino: "Colà, in una sera di mezzo settembre, in casa di Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon nome, si faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d'accordo, si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in quell'anno per ogni terra d'Italia, da quello del Meucci, di Roma, musicato dal Magazzari - Del nuovo anno già l'alba primiera - al recentissimo del piemontese Bertoldi - Coll'azzurra coccarda sul petto - musicata dal Rossi.

In quel mezzo entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse Borzino, l'egregio pittore che tutti i miei genovesi rammentano. Giungeva egli appunto da Genova; e voltosi al Novaro, con un foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: - To' gli disse; te lo manda Goffredo. - Il Novaro apre il foglietto, legge, si commuove. Gli chiedono tutti cos'è; gli fan ressa d'attorno. - Una cosa stupenda! - esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva ad entusiasmo tutto il suo uditorio. - Io sentii - mi diceva il Maestro nell'aprile del '75, avendogli io chiesto notizie dell'Inno, per una commemorazione che dovevo tenere del Mameli - io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo.

Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all'inno, mettendo giù frasi melodiche, l'un sull'altra, ma lungi le mille miglia dall'idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po' in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c'era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte.

Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d'un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l'originale dell'inno Fratelli d'Italia." 

Il testo dell'Inno nazionale

Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l'Unione, e l'amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò

Ritratto di ScipioneLa cultura di Mameli è classica e forte è il richiamo alla romanità. È di Scipione l'Africano, il vincitore di Zama, l'elmo che indossa l'Italia pronta alla guerra

rappresentazione della Vittoria La Vittoria si offre alla nuova Italia e a Roma, di cui la dea fu schiava per volere divino. La Patria chiama alle armi: la coorte, infatti, era la decima parte della legione romana

La bandiera italianaUna bandiera e una speranza (speme) comuni per l'Italia, nel 1848 ancora divisa in sette Stati

Giuseppe MazziniMazziniano e repubblicano, Mameli traduce qui il disegno politico del creatore della Giovine Italia e della Giovine Europa. "Per Dio" è un francesismo, che vale come "attraverso Dio", "da Dio"

La battaglia di LegnanoIn questa strofa, Mameli ripercorre sette secoli di lotta contro il dominio straniero. Anzitutto,la battaglia di Legnano del 1176, in cui la Lega Lombarda sconfisse Barbarossa. Poi, l'estrema difesa della Repubblica di Firenze,assediata dall'esercito imperiale di Carlo V nel 1530, di cui fu simbolo il capitano Francesco Ferrucci. Il 2 agosto, dieci giorni prima della capitolazione della città, egli sconfisse le truppe nemiche a Gavinana; ferito e catturato, viene finito da Fabrizio Maramaldo, un italiano al soldo straniero, al quale rivolge le parole d'infamia divenute celebri "Tu uccidi un uomo morto"

BalillaSebbene non accertata storicamente, la figura di Balilla rappresenta il simbolo della rivolta popolare di Genova contro la coalizione austro-piemontese. Dopo cinque giorni di lotta, il 10 dicembre 1746 la città è finalmente libera dalle truppe austriache che l'avevano occupata e vessata per diversi mesi

I Vespri sicilaniOgni squilla significa "ogni campana". E la sera del 30 marzo 1282, tutte le campane chiamarono il popolo di Palermo all'insurrezione contro i Francesi di Carlo d'Angiò, i Vespri Siciliani.

Stemma asburgicoL'Austria era in declino (le spade vendute sono le truppe mercenarie, deboli come giunchi) e Mameli lo sottolinea fortemente: questa strofa, infatti, fu in origine censurata dal governo piemontese. Insieme con la Russia (il cosacco), l'Austria aveva crudelmente smembrato la Polonia. Ma il sangue dei due popoli oppressi si fa veleno, che dilania il cuore della nera aquila d'Asburgo.

 

Ho copiato il post da:

https://www.quirinale.it/page/inno 

 

 

ANNO BISESTILE

 

ANNO BISESTILE

L’anno bisestile prende il nome dall’espressione latina bis sexto die (sesto giorno ripetuto). I romani infatti aggiungevano al calendario un giorno in più dopo il 24 febbraio, detto ante diem bis sextum Kalendas Martias (sesto giorno prima delle Calende di marzo).

L’anno bisestile è, sostanzialmente, un anno che conta un giorno in più – tradizionalmente il 29 febbraio – e che nel calendario giuliano cade ogni 4 anni (negli anni, appunto, divisibili per 4), mentre nel calendario gregoriano – il nostro – cade sia ogni 4 anni che negli anni secolari divisibili per 400. Il 2024 nella fattispecie sarà un anno bisestile.

Qual è stato il primo anno bisestile

L’idea dell’anno bisestile venne a Giulio Cesare nel 46 a.C., quando ancora veniva conteggiato dopo il 24 febbraio, cioè prima delle calende di marzo. L’applicazione degli anni bisestili è stata però definitivamente regolarizzata da Ottaviano Augusto a partire dall’8 d.C. Il primo anno bisestile per come lo conosciamo oggi – e cioè da quando i giorni sono conteggiati a partire dal primo del mese – è stato perciò l’8 d.C.

A cosa serve l'anno bisestile

L’anno bisestile serve a colmare un gap temporale nel mutare delle stagioni, ed è tipico dei calendari solari – giuliano e gregoriano, principalmente. La Terra impiega 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi a completare un'orbita intorno al Sole, il che non coincide con il calendario gregoriano attualmente in utilizzo, che di giorni ne conta solo 365.

Quanti giorni ha un anno bisestile

Dal momento che entro un secolo senza utilizzare l’anno bisestile si avrebbe uno sfasamento tra anno solare e anno tropico di circa 24 giorni, si è deciso di introdurre un giorno in più ogni 4 anni per riequilibrare la tempistica. La durata media dell’anno si “allunga”, perciò, rispetto a quella solita. Diventa così di 365,25 giorni (ovvero 365 giorni e 6 ore) riducendo il gap con l’anno tropico.

Cosa succede per i nati il 29 febbraio

Chi compie gli anni in un anno bisestile, naturalmente, non può aspettare 4 anni per poter festeggiare il compleanno. Tradizionalmente, il compleanno viene perciò festeggiato il 28 febbraio o il 1 marzo.


 Tutte le notizie sopra riportate sono state copiate dal sito seguente:

https://www.studenti.it/anno-bisestile-cos-e-e-come-funziona.html 

 

 

domenica 11 febbraio 2024

FERRARA - PROVERBI IN DIALETTO FERRARESE (3)

PROVERBI 'D PRIMAVERA.

 MARZ

Marzo, Marzott
di buon marlott, 
è lungh al dì com' è la nott. 

AVRIL

Atenti cl' la n' as toca:
eco Avril ch' al porta l' òca. (1)
In Avril tuti i dì un baril. 

(1) porta l'òca = porta il pesce d'aprile.

MAGG 

Ad Magg al sol l' adorna
e chi è d' bela forma artorna. (2)

(2) chi è d' bela forma artorna = chi è di bel colorito vi ritorna.

FERRARA - PROVERBI IN DIALETTO FERRARESE (2)

 Proverbi d' Autun.

SETEMBAR

Dil patach dal to ort fan un bel bloch,
to' dla farina e dl' acqua e po' fa i gnoch
(1).

Delle patate del tuo orto fanne un bel mucchio,
prendi della farina e dell'acqua e poi fai i gnocchi.

 (1) E' usanza ferrarese fare i gnocchi nel giorno di S.Michele,
per solennizare la raccolta delle patate.

 

UTOBAR

Se a piov al di' 'd San Gal (2),
a piov fin a Nadal.

Se piove il giorno di San Gallo,
piove fino a Natale. 

(2) Il 16

 

Par San Luca (3) al tron al va in dla zzuca (4).

Per San Luca il tuono va nella zucca.

(3) Il 18 
(4) Vuol dire che il tuono va a nascondersi, cioè finiscono i temporali.

 

Par San Simon e Giuda (5),
cava la rava e metla in dla busa
(6).

 Per San Simon e Giuda
cava la rapa e mettila nella buca.

(5) Il 28 
(6) Si trapiantano le rape.

 

NUVEMBAR

Se a neva in sla foia,
d'inveran an s' na voia (7).

Se nevica sulla floglia,
d'inverno non se n'ha voglia.
 
(7) Se nevica prima che cadano le foglie, l'inverno sarà molto lungo.


 

 

venerdì 9 febbraio 2024

 

Otello Putinati



Nato a Ferrara il 25 agosto 1899, deceduto a Bologna il 19 dicembre 1952, operaio e dirigente politico e sindacale.

Cominciò a lavorare, giovanissimo, da pastaio. Chiamato alle armi durante la guerra 1915-18, fu ferito in combattimento. Nel dopoguerra, Putinati s'impegnò nell'attività politica e nel 1921 fu tra i primi dirigenti della Federazione comunista, incaricato di curare il lavoro giovanile. 

Dopo l'avvento del fascismo divenne segretario della Federazione e passò alla lotta clandestina. Nell'ottobre del 1927, dopo la promulgazione delle "Leggi eccezionali", il primo arresto con altri comunisti ferraresi e bolognesi e la prima sentenza del Tribunale speciale che, il 19 febbraio 1929, lo condannò a 2 anni di reclusione. Scontata la pena Putinati tentò un collegamento con il Centro estero del suo partito a Parigi, ma fu di nuovo arrestato e processato. Questa volta la condanna fu a 4 anni di carcere, non tutti scontati per l'amnistia del decennale. Nel 1933 nuovo arresto e terza condanna: 16 anni di reclusione. Rinchiuso nel carcere di Pianosa, l'indomito comunista vi restò 6 anni e quando uscì e tornò nella sua città, fu sottoposto a continua sorveglianza e a frequenti arresti. Anche durante i quarantacinque giorni del Governo Badoglio la polizia non lo perdette di vista, ma lui (in condizioni di semiclandestinità), continuò il lavoro di organizzazione della struttura comunista ferrarese.

 Il giorno dopo l'annuncio dell'armistizio, Putinati guidò l'imponente manifestazione popolare che si svolse a Ferrara per la pace e contro l'occupazione tedesca. Per ragioni di sicurezza il PCI lo inviò ad operare nel Modenese e nel Reggiano, ma agli inizi del 1945 ecco di nuovo Putinati a Bondeno dove diresse quel CLN e dove fu tra i promotori della manifestazione contro la guerra che si svolse nella piazza antistante quel Municipio. 

Dopo aver preparato l'insurrezione di Reggio Emilia, a Putinati toccò, dopo la Liberazione di Ferrara, l'incarico di segretario della Camera del Lavoro di quella provincia. Nel 1946, eccolo consigliere al Comune di Ferrara e, nelle elezioni del 1948 per il primo Parlamento repubblicano, eccolo senatore eletto nelle liste del Fronte democratico popolare. Nel 1949, Otello Putinati fu nominato segretario della Federazione lavoratori edili della CGIL e nell'ottobre successivo diresse di nuovo, sino a che non morì prematuramente, la CdL di Ferrara.

 La sua città natale gli ha dedicato una strada. Portano il suo nome una Polisportiva ferrarese e anche un classico Trofeo di bocce, intitolato "Senatore Otello Putinati". Sul muro della casa che Putinati abitò nel popolare Borgo ferrarese di San Luca, c'è una lapide con questa epigrafe:

 "Cittadino ricorda/ che il fascismo non è caduto da solo/ che da solo non sorgerà un mondo migliore. / Per questo/ Otello Putinati/ poco dimorò/ nella povera esistenza di questa casa/ ove pure lo chiamava l'affetto dei suoi cari/ ma fuori, nelle lotte/ con gli umili, con gli operai, con gli oppressi/ visse indomito fra l'uno e l'altro carcere/ fino alla morte."

lunedì 27 novembre 2023

L' ABIURA DI GALILEO GALILEI

 UNA GIORNATA PARTICOLARE 

a cura di Aldo Cazzullo

 L' ABIURA DI GALILEO GALILEI 

 

Nato a Pisa il 15 febbraio 1564 da famiglia di antiche origini ma di mezzi modesti, Galileo Galilei era il maggiore dei sette figli di Vincenzo Galilei e Giulia Ammannati, il padre fiorentino della borghesia decaduta, la madre con due porpore cardinalizie nell'albero genealogico.

Vincenzo era un musicista di valore, ma si guadagnava la vita lavorando a bottega dalla famiglia della moglie, fino a quando a Firenze divenne musico di corte. Galileo fu mandato al monastero di Vallombrosa a studiare greco, latino e logica. Lì fu attratto dalla vita monastica e diventò novizio.

Vincenzo, contrario a questa svolta mistica che non avrebbe fruttato denari, gli cambiò scuola e, a 17 anni, lo iscrisse al collegio La sapienza di Pisa per garantirgli una carriera nella medicina. Ma anche qui Galileo scelse di testa sua, preferendo la matematica all'anatomia. Amava la dialettica ed era un attaccabrighe, cosa che rese inevitabile lo scontro con la monolitica scienza aristotelica. ........................

......notizie tratte da FOCUS.

Per approfondire:

https://www.focus.it/cultura/storia/galileo-galilei-chi-era  

 



 

domenica 11 dicembre 2022

DUE BANCHIERI NELLA RESISTENZA ROMANA - RAFFAELE MATTIOLI E STEFANO SIGLIENTI

 DUE BANCHIERI NELLA RESISTENZA ROMANA 

 RAFFAELE MATTIOLI E STEFANO SIGLIENTI.

 

Clicca sul link sottostante per scaricare la pubblicazione:

 

https://progettocultura.intesasanpaolo.com/archivio-storico/pubblicazioni/monografie/due-banchieri-nella-resistenza-romana-raffaele-mattioli-e-stefano-siglienti/ 

SAN BARTOLOMEO IN BOSCO (Ferrara) , storia di.........

Dal sito: 

www.sanbartolomeoinbosco.wordpress.com

ho scaricato (gratuitamente) 

…e adesso parliamo di
S. Bartolomeo in Bosco!
Seconda edizione riveduta e ampliata. 

a cura di Carlo D'Onofrio.

domenica 20 novembre 2022

SOLDATI di Giuseppe Ungaretti

 

Soldati

 

Si sta come 

d'autunno

sugli alberi

le foglie

 

Per saperne di più:

https://library.weschool.com/lezione/soldati-testo-ed-analisi-2823.html


 

Video su Youtube

https://www.youtube.com/watch?v=r7bvYklLWLk




sabato 26 giugno 2021

Nonno Beppe




Grazie, Giuseppe.

Grazie per avermi accolto nella tua casa;
grazie per avermi sorriso quando ti dissi che saresti diventato nonno;
grazie per avermi aiutato senza bisogno che te lo chiedessi;
grazie per la fiducia che mi hai sempre accordato;
grazie per la tua disponibilità nei momenti del bisogno;
grazie per essere stato sempre un punto di riferimento per me, per tua figlia e per i tuoi nipoti.

26/6/1920 - 26/6/2021

giovedì 17 dicembre 2020

NATALE 2020

 NATALE 2020

TANTISSIMI AUGURI A TUTTI






VIDEO: LA NATIVITA' NELL'ARTE

domenica 15 novembre 2020

SAN MARTINO - 11 NOVEMBRE

 SAN MARTINO di Tours

Uno dei più illustri ornamenti della Chiesa nel secolo IV fu certamente S. Martino, vescovo di Tours e fondatore del monachismo in Francia.

Nato nel 316 in Sibaria, città della Pannonia, l'odierna Ungheria, da genitori nobili ma pagani, ancor bambino si trasferì a Pavia, ove conobbe la religione cristiana. A 10 anni all'insaputa dei genitori si fece catecumeno, e prese a frequentare le assemblee cristiane. Appena dodicenne deliberò di ritirarsi nel deserto; essendo però figlio d'un tribuno, dovette presto seguire il padre nella cavalleria e per tre anni militare sotto gli imperatori Costanzo e Giuliano.

Umile e caritatevole, aveva per attendente uno schiavo, al quale però egli puliva i calzari e che trattava come fratello. Un giorno nel rigore dell'inverno era in marcia per Amiens, incontrò un povero seminudo: sprovvisto di denaro, tagliò colla spada metà del suo mantello e lo copri. La notte seguente, Gesù, in sembianza di povero, gli apparve e mostrandogli il mantello disse: « Martino ancor catecumeno m'ha coperto con questo mantello ». Allora bramoso di militare solo  sotto la bandiera di Cristo, chiese e ottenne dall'imperatore stesso l'esenzione dalle armi.

Si portò a Poitiers presso il vescovo S. Ilario da cui fu istruito, battezzato e in seguito ordinato sacerdote. Visitò ancora una volta i genitori per convertirli; poi, fatto ritorno presso il maestro, in breve divenne la gloria delle Gallie e della Chiesa.

Desideroso di vita austera e raccolta, si ritirò dapprima in una solitudine montana, poi eresse la celebre e tuttora esistente abbazia di Marmontier (la più antica della Francia) ove fu per parecchi anni pddre di oltre 80 monaci. Però i suoi numerosissimi miracoli, le sue eccelse virtù e profezie lo resero così famoso, che, appena vacante la sede di Tours, per unanime consenso del popolo fu eletto vescovo di quella città. La vita di San Martino fu compendiata in questo epigramma: "Soldato per forza, vescovo per dovere, monaco per scelta".

Il nuovo Pastore non cambiò appunto tenore di vita, ma raccoltosi a meditare i gravi doveri che assumeva, si diede con sollecitudine ad eseguirli. Sedò contese, stabilì la pace tra i popoli, fu il padre dei poveri e più che tutto zelantissimo nel dissipare ogni resto di idolatria dalla sua diocesi e dalle Gallie.

Formidabile lottatore, instancabile missionario, grandissimo vescovo. sempre vicino ai bisognosi, ai poveri. ai perseguitati. Disprezzato dai nobili, irriso dai fatui, malvisto anche da una parte del clero, che trovava scomodo un vescovo troppo esigente, resse la diocesi di Tours per 27 anni. in mezzo a contrasti e persecuzioni.

Tormentato con querele e false accuse da un suo prete di nome Brizio. diceva: "Se Cristo ha sopportato Giuda, perché non dovrei sopportare Brzio?" Stremato di forze, malato, pregava: "Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non mi rifiuto di soffrire. Altrimenti, venga la morte". 

Per saperne di più:

https://www.santodelgiorno.it/san-martino-di-tours/ 

 

San Martino di Giosuè Carducci

La nebbia agl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
sull’uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,
com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.

 

Parafrasi 

La nebbia, lasciando una pioggerella leggera, sale verso i colli carichi di alberi spogli, e intanto il mare è in tempesta, pieno di schiuma e di onde, a causa del vento Maestrale. Per le vie del borgo, però, c’è festa e il mosto che fermenta nei tini, diffondendo un odore aspro per tutto il paese, rallegra gli animi.
Sulla brace accesa e scoppiettante gira intanto lo spiedo; mentre il cacciatore sta sull’uscio fischiettando, intento a guardare, tra le nuvole rosse del tramonto, uno stormo di uccelli neri che, come fossero pensieri vagabondi, si allontanano in direzione della notte.

 

Analisi del testo

Questa poesia si compone di quattro quartine, ognuna composta da settenari. Lo schema delle rime si ripete uguale per ogni strofa: il primo verso è libero, il secondo è il terzo rimano tra di loro e il quarto (sempre tronco) rima col verso finale di tutte le altre strofe (-ar). Questo schema si chiama anacreontico.
Questa poesia racconta, in pochi versi, un mondo intero: si tratta di un confronto tra il paesaggio malinconico di una natura tempestosa e grigia, tipica della stagione autunnale, e la felicità nel borgo che aleggia tutto intorno al poeta.

L’atmosfera festosa nel paesello maremmano (fatto coincidere o con Bolgheri o con Castagneto) deriva dalla giornata in corso, San Martino, che porta le strade a riempirsi del buon odore di vino e carne succulenta cotta allo spiedo. I pensieri di Carducci, però, volano lontano da questa atmosfera festosa e la figura del cacciatore riporta il lettore alla malinconia iniziale, caratteristica dell’ora del tramonto e del volo degli uccelli migratori, che in questo caso sono come pensieri che vagano, simbolo di irrequietezza, affanno e insoddisfazioni tipici della natura umana.

Nella prima strofa di San Martino, Giosuè Carducci descrive il paesaggio rurale, colmo di tristezza per la stagione in corso (nebbia, pioggia, tempesta), che si contrappone con la quieta festosità del borgo nel giorno di San Martino descritta dall’autore nella strofa successiva.
Il “ma” presente al primo verso della seconda strofa assume un valore doppio, segnando non solo il cambiamento di luogo, ma anche quello del sentimento suscitato.

Inoltre la lirica è piena di notazioni visive e di colori, che contribuiscono a rendere ancora più forte il contrasto nell’animo del poeta rispetto a ciò che vede. L’insistenza sugli aspetti sensoriali è particolarmente forte. La pioggerella della nebbia che fine si posa sui colli, il mosto che ribolle, il mare che “biancheggia” spumoso, lo spiedo che cuoce scoppiettando, le nubi rosse: non c’è riflessione diretta, è tutto affidato al dipinto, praticamente fisso e immutabile, di quanto accade. Questa fissità è ottenuta anche grazie alle scelte operate da Carducci con i tempi verbali: presente, gerundio e infinito, in assenza di alcuna coordinata spaziale o temporale precisa (se escludiamo il fatto che il tutto si svolge durante la festa di San Martino), trasmettono un senso di immobilità.

L’ultima strofa vede il paragone tra gli stormi di uccelli neri che volano all’orizzonte con i pensieri fuggenti dell’uomo, rivelando un partire dal concreto per arrivare all’astratto caratteristico del componimento.

 

Foto scattate l'11 novembre 2020

 






domenica 1 novembre 2020

WALDMANN MARIA

 

A 100 anni dalla morte di Maria Waldmann, la Amneris di Verdi

Artista di grande talento, ferrarese d'adozione dopo il matrimonio col conte Galeazzo Massari

 


 Voghenza. Il 6 novembre 2020 ricorre il centenario della morte di Maria Waldmann, voce verdiana per eccellenza. Maria Waldmann come la mitica Thule: conosciuta, ammirata e perduta, da molti incredibilmente dimenticata.

Artista di grande talento, ferrarese d’adozione dopo il matrimonio col conte Galeazzo Massari. in lei Giuseppe Verdi vide la sua ideale Amneris, tanto da chiamarla così anche nelle lettere amichevoli che Maria e Verdi si scambiarono per anni.

Maria Waldmann fu grande interprete dell’opera del Maestro di Busseto, in seguito contessa e duchessa Massari, grazie al matrimonio con Galeazzo Massari. Oggi esiste ancora un piccolo teatro che porta il suo nome a Villa Massari, a Voghenza, in via Provinciale 69.

Maria Waldmann nacque a Vienna il 19 novembre 1845, in una famiglia della buona borghesia dove la musica si faceva per diletto, per passione, dove il padre suonava il violino e la sorella Carina Catharina la cetra. Marie – divenne Maria quando si trasferì in Italia – a quindici anni si iscrisse al Conservatorio dell’Imperial Regia Società degli Amici della Musica di Vienna.

A diciassette anni, grazie alla splendida voce e alla cura meticolosa nella preparazione musicale, fu nominata membro dell’Opera di Corte. Non paga dei risultati raggiunti in patria, dopo aver conquistato il pubblico di Vienna e delle maggiori città tedesche e olandesi, Maria Waldmann decise di perfezionarsi al Conservatorio di Milano, sotto la direzione di Francesco Lamperti.

La voce e le doti interpretative di Maria Waldmann portarono l’artista a girare il mondo, eppure la sua carriera italiana partì da Ferrara, era il 24 aprile 1869. Quella sera interpretò Fede nel grand opéra Il Profeta di Giacomo Meyerbeer.

Quel successo le procurò numerosi contratti, e fu proprio Bartolomeo Merelli – impresario, librettista e sostenitore di Giuseppe Verdi fin dagli esordi come compositore – a scritturarla per i teatri di Mosca e Varsavia. E poi la Scala di Milano e il Comunale di Trieste, fino a divenire Amneris nella seconda rappresentazione europea dell’Aida, nel 1872.

L’ultima lettera di Giuseppe Verdi a Maria Waldmann è datata 22 dicembre 1900, alla morte del Maestro l’autografo di quella missiva fu donato dalla Waldmann in persona alla Biblioteca di Ferrara.

Nel 1876, dopo tanti successi, Maria Waldmann decise di lasciare le scene: nel settembre di quell’anno sposò infatti a Torino il conte ferrarese Galeazzo Massari Zavaglia, divenuto poi duca nel 1882 e senatore del Regno d’Italia nel 1891. I due forse si erano conosciuti proprio sette anni prima, al debutto italiano di Maria Waldmann al Teatro Comunale di Ferrara, dove i Massari – come gran parte delle famiglie più in vista – erano proprietari di un palco.

Nell’autunno del 1878 nacque il figlio Francesco. Maria Waldmann e il marito trascorsero la vita tra la casa di città – il palazzo in Corso Porta Mare a Ferrara – e la villa di campagna, a Voghenza, dove c’era il piccolo teatro nel quale continuò ad esibirsi in forma privata e in concerti di beneficenza. Il marito Galeazzo si spense nel 1902, lei lo seguì il 6 novembre 1920. Un secolo fa.

In occasione del centenario della sua morte, l’amministrazione comunale di Voghiera e la Filarmonica di Voghenza – da sempre legate a Villa Massari e alla cultura musicale del territorio – la ricordano con affetto. «Sono orgoglioso di essere un musicista e di vivere nel paese che ha accolto Maria Waldmann, il suo talento e la sua cultura musicale» spiega Emanuele Ganzaroli, assessore alla Cultura del Comune di Voghiera e clarinettista. «Già nel 2016 la Filarmonica di Voghenza, la Scuola di Musica di Tresigallo e gli alunni della Scuola Media di Voghiera – coadiuvati dall’amministrazione comunale di Voghiera e dall’assessore regionale Patrizio Bianchi – tennero un concerto verdiano a Villa Massari, riaffermando la stretta correlazione tra il compositore e la nostra comunità. Oggi tributiamo i giusti onori a Maria Waldmamm, con l’impegno di dedicarle in futuro un premio speciale rivolto ai nostri giovani: artisti di un Paese in cui l’arte e la cultura devono tornare a essere protagonisti».

Articolo tratto da:

https://www.estense.com/?p=880787 


 Maria Waldmann nei panni di Amneris nell'Aida, Parma, 1872
 


Palazzo Massari
Corso Porta Mare, 9 - Ferrara

 
VILLA MASSARI - VOGHENZA

Il duca Galeazzo Massari Zavaglia fece trasformare il complesso a destra della villa, ex scuderia, in teatro in omaggio alla moglie Maria Waldmann, celebre mezzosoprano austriaco molto apprezzata da Verdi, perché vi potesse esibire per familiari ed amici.

La trasformazione del teatro avvenne dopo il loro matrimonio celebrato nel 1877 in concomitanza del ritiro dalle scene della cantante, avvenuto all’età di appena trentuno anni. Il teatro è stato oggetto di restauro, completato nel 2008.

Decorato con preziosi affreschi raffiguranti la stessa Maria Waldmann, il teatro si presta come ambiente elegante e raccolto per eventi ricettivi, concerti e conferenze e rappresenta un’alternativa piacevole e raffinata dove svolgere l’aperitivo di nozze in caso di maltempo.

 
 
 
 


 
 
 




sabato 31 ottobre 2020

GIUSEPPE - ANNIVERSARIO

 

GIUSEPPE -  21° Anniversario

26 giugno 1920 - 7 novembre 1999


Grazie, Giuseppe.

Grazie per avermi accolto nella tua casa;
grazie per avermi sorriso quando ti dissi che saresti diventato nonno;
grazie per avermi aiutato senza bisogno che te lo chiedessi;
grazie per la fiducia che mi hai sempre accordato;
grazie per la tua disponibilità nei momenti del bisogno;
grazie per essere stato sempre un punto di riferimento per me, per tua figlia e per i tuoi nipoti.

Sono 21 anni che non sei più tra noi, ma sei sempre presente nei nostri ricordi.

7/11/1999 - 7/11/2020

SERGIO - ANNIVERSARIO

 

SERGIO - ANNIVERSARIO 1/11/2020

1 novembre 20202°Anniversario

SERGIO

9/3/1939  - 1/11/2018
Ciao, ti ricordiamo così.



lunedì 5 ottobre 2020

ITALO BALBO - A PROPOSITO DI UNA MOSTRA A FERRARA E DELL' IPOTESI DI INTITOLARE UNA VIA AL GERARCA FASCISTA

 

Una via per Balbo? “Fuori luogo e sviante”

Oggi ho iniziato la mia giornata con due momenti importanti. Il primo è la lettura di uno splendido articolo-blog del prof. De Michele su questo giornale  dedicato a Italo Balbo come era in realtà. Chiunque leggesse tale intervento, che merita da me il “Chapeau!”, capirebbe perché la idea sgarbiana di dedicare una via di Ferrara al quadrumviro è fuori luogo e pure sviante per il clamore partigiano che suscita.

Ferrara invece ha una grande occasione nel 2022, cento anni dalla cd marcia su Roma,per fare i conti con la pars construens del Fascismo Mussoliniano, in un grande workshop che descriva nel bene e nel male la eredità in materia di Codificazioni, istituti sociali, architettura e industria, arti…Non perdetevi in commemorazioni e dediche di singoli personaggi del resto totalmente ininfluenti sul corso del movimento Mussoliniano: vi svierebbero nei contrasti di parte. Tra l’altro vi sono personaggi del regime assai più costruttivi di Balbo: Grandi, Rossoni, tutti morti in pace.

L’altro momento del mio inizio giornata è osservare sul mio tavolo di studio una scultura di Francesco Spanghero, artista vicino alle idee del fascismo, ma non militante: scaraventato dai responsabili del CLN di Bergamo  dominati da un ufficiale dei servizi inglesi, a morire giù dalla Rocca di Bergamo nel 1945. Questo ricordo mi è caro perchè la scultura apparteneva a mio nonno Bortolo Belotti, uomo colto e pacifico morto in esilio nel 1944 e la cui bara fu portata in una cerimonia pubblica a Zogno nell’immediato dopoguerra. Inorridisco al pensiero che quella bara sia stata toccata o avvicinata da qualcuna delle mani assassine che precipitarono Spanghero.

Per dire che troppi ricordi sanguinano ancora e che è saggio non celebrare ora buoni e cattivi. Tanto meno con dediche stradali.

Gianluca La Villa

Italo Balbo: quadri per un’esposizione

 


 

Questo blog aderisce alla proposta di una mostra celebrativa su Italo Balbo che “colga tutti gli aspetti del personaggio”, e con spirito costruttivo avanza una proposta di testi e immagini per 6 cartelloni introduttivi.

1. Il conte e il leccaculo

Nel suo Diario 1922, alla data del 5 febbraio Balbo scrive: “Ho conosciuto il conte Volpi a Venezia. È un tipo. Me lo presentò la scorsa estate l’amico ferrarese Vittorio Cini”. Questa annotazione è la prova provata del fatto che il Diario 1922 è un falso, scritto a posteriori e spacciato per l’agenda del ’22. Basterebbe un confronto fra lo stile di scrittura dell’autore (una sequenza di periodi elementari collegati dal solo punto, forse per il sospetto che le subordinate siano sovversive) e i testi dei comizi di Balbo riportati sui giornali locali (la classica prosa del piccolo-borghese di inizio secolo con aspirazioni alte, pomposa e infarcita di carduccismi). Ma qui casca l’asino: perché nel ’22 (anzi, nel ’21) Balbo non avrebbe potuto chiamare Volpi “conte”, titolo che gli fu conferito solo nel 1925. Giuseppe Volpi è una figura decisiva nel rapporto fra industriali e fascismo: il suo ingresso nel governo, nel pieno della crisi seguita all’assassinio di Matteotti, fu un chiaro segnale di come si schieravano i padroni. Sicché, quando Balbo (o il suo ghost-writer, probabilmente Nello Quilici) scrive, a posteriori, queste pagine non riesce a non chiamarlo “conte”. Balbo era ardito ed eroico, in dieci armati contro uno (se disarmato: quando incontra chi gli risponde armi in pugno, come gli Arditi del Popolo di Parma, il Balbo fegato di leopardo si muta in coniglio, e scappa); era eroico, grazie alla “complicità dei pubblici poteri, inerti o plaudenti dinanzi al ‘dinamismo’ fascista quanto solerti e zelanti dinanzi alle reazioni provenienti dal campo proletario” (così Alessandro Roveri): davanti a un padrone come Volpi, Balbo si rivela un prono giullare pronto a nettargli le terga. In definitiva, la quintessenza del fascismo e dei fascisti.

2. Le polveri di Balbo

 

Un’indiscussa, anche se misconosciuta, protagonista del fascismo, prima e durante il Ventennio, è madama Sleppa: la cocaina. Balbo ne è letteralmente circondato. La cocaina si diffonde fra i fascisti estensi dopo essere arrivata col ritorno degli arditi fiumani – fra i quali Balbo non c’era: come testimonia Guido Torti, fascista della prim’ora, nel dicembre del ’20 Balbo “combatteva il bolscevismo giocando a poker” nei bar di piazza Ariostea. Cocaina e cherry brandy (da cui, per deformazione, “Celibano”) sono il carburante dello squadrismo: drogati e pieni di cocaina (vedi le testimonianze raccolte da Sitti e Previati), con buona pace del cuore di dinamo e fegato di leopardo. È un cocainomane (lo segnala anche Franzinelli) Beltrami, il braccio destro di Balbo: quando, messo da parte assieme ai fascisti delle origini (dopo una spedizione di squadristi perugini contro i dissidenti ferraresi), renderà pubbliche le malefatte di Balbo, i fascisti non esiteranno a denunciarne il vizietto sulla prima pagina del “Balilla”, senza accorgersi dell’effetto-boomerang, giacché era stato uno di loro. Circola a fiumi la polverina nel giro bolognese di Arpinati, dove Balbo è di casa, ma anche nelle feste galanti in Versilia, dove Balbo arriva ammarando in aereo per farsi servire il Negroni dai camerieri sul pattino, in un giro di amanti che non si perita di nascondere, benché difenda fascisticamente, con Dio e la Patria, la Famiglia; e dove dà spettacolo la figlia del Duce, Edda, anche lei aspirante, che non si priva di alcun piacere, in barba alle spie che il padre le mette alle calcagna. Frequentano madama Sleppa il camerata Muti, ma soprattutto l’intimo amico Magnani, il centese che Gian Carlo Fusco definisce “amico di latte della cocaina”. Non stupisce, dunque, che fra le imprese aviatorie di Balbo ci sia un evocativo atterraggio sulla neve. Balbo è morto, madama Sleppa invece se la passa ancora bene: la sua persistente popolarità nelle stanze del potere e nei piani alti della buona società spiega molte cose.

3. Il sangue dei giusti

 

Della condotta gangsteristica di Balbo non dovrebbe esserci bisogno di parlare: eppure qualcosa bisognerà pur sottolineare, contro la mitologia creata dallo stesso Balbo. Ad esempio, la sua dedizione alla causa della prim’ora: Balbo abbandona il Bar Estense, il poker e il whisky dopo una vera e propria trattativa conclusasi con un assegno mensile di 1.500 lire, la nomina a segretario, la garanzia di un impiego bancario “alla fine della battaglia”; ma anche, un giornale, e una cassa con 200 rivoltelle di provenienza militare (il comandante del distretto militare di Ferrara, denunciò Matteotti il 1 febbraio 1921 alla Camera, era un noto fascista). L’acquisto di Balbo segna la svolta del fascio ferrarese, che diventa “la guardia del corpo del pescecanismo” (sono parole di Gaggioli riportate da Corner), l’esercito personale degli agrari e degli industriali, terrorizzati dalla pretesa dei contadini e degli operai di giustizia sociale e politica. Balbo è responsabile diretto, morale o politico di omicidi premeditati (la consegna di somministrare “bastonate di stile” significava frattura del cranio), o causati dal mix di cocaina e alcool che portava gli “arditi” fascisti a trascendere dalla bastonatura all’omicidio. Basta citarne due, i più emblematici: Natale Gaiba e don Minzoni. Natale Gaiba viene assassinato per vendicare l’offesa, compiuta quando il sindacalista argentano era assessore al comune, di aver fatto sequestrare l’ammasso illegale di grano al Molino Moretti. Di avere, cioè, preteso che il grano imboscato per farne salire il prezzo venisse strappato agli agrari e restituito al popolo che lo aveva prodotto coltivando la terra, e che faceva la fame. Don Minzoni viene assassinato dai fascisti locali: lo sappiamo con certezza, dopo che don Romano Fiorentini, il parroco di Boccaleone ha confessato di essere figlio del mezzadro Gaetano, ras del fascio locale, che diede alloggio ai sicari; mezzadro sulla terra di una delle famiglie di agrari che figurano fra i sottoscrittori del fascio argentano (Giovanni Bedeschi, nella sua biografia di don Minzoni, lascia intendere di conoscere il nome di Fiorentini, ma non avendo ancora la prova non può dirlo). Balbo non può ammettere che siano stati individuati e arrestati i fascisti che organizzarono l’assassinio, fra i quali Raul Forti “il più bel fascista di Ferrara”: e interviene in molti modi, anche con la costante presenza in aula, a condizionare le indagini e il processo. Più infame ancora dell’appoggio politico e morale ai bastonatori, la diceria che don Minzoni avesse un’amante, costruita a partire da una colletta fatta dal parroco per consentire a una contadina povera di andare a nozze con un vestito degno: diceria propagata anche dal “Corriere Padano”, il giornale che Balbo dirige assieme al fido Quilici.

Gli esaltatori delle trasvolate atlantiche non mancano di citare le manifestazioni organizzate a Chicago in onore del trasvolatore: chissà perché omettono sempre di citare lo striscione che recitava “Balbo, don Minzoni ti saluta”. Gaiba e don Minzoni, assieme a molti altri (per citarne tre, dallo studente partigiano Ludovico Ticchioni al professor Francesco Viviani caduto a Buchenwald, al magistrato Pasquale Colagrande), prima, durante e dopo la marcia su Roma, testimoniano col loro sacrificio o la loro lotta sotterranea, che i ferraresi non erano, e non sono, tutti uguali.

4. La tribù di Levi

 

Balbo protettore degli ebrei, dice la vulgata. Ma davvero? Che Balbo abbia offerto protezione alla borghesia ebraica, che era filofascista (un’infamia che non ha mai cessato di ricordarci Bassani), è un fatto. Così come è un fatto che l’opposizione di Balbo alle leggi razziali non andò oltre qualche urlo in Gran Consiglio, senza che gli passasse per la testa di mettere sul tavolo le sue dimissioni, o di mandare a scoreggiare nella crusca quel Quilici che, pur di mantenere le proprie posizioni, aveva scritto La difesa della razza in appoggio alle leggi razziali. Ma la protezione agli ebrei fascisti non significa protezione verso gli ebrei tout court, come testimonia un articolo del 15 luglio 1925. Il giorno prima, a Firenze, all’uscita da un processo erano stati inseguiti e bastonati dai fascisti locali Gaetano Salvemini e alcuni antifascisti che lo accompagnavano. Fra questi, i professori Alessandro Levi e Pintor Luzzato. Nell’articolo di fondo in prima pagina del “Corriere Padano” (in alto a sinistra, non firmato: che dunque esprime l’opinione del direttore) Balbo, che di Salvemini scrive che “vi sono faccie [sic!] al mondo, portate in giro qualche volta anche da persone per bene, che attirano gli schiaffi , come la sputacchiera gli sputi”, afferma, commentando l’agguato:

La commedia è finita come doveva finire, cioè con la comparsa improvvisa di Fasulèn, che ha crocchiato di santa ragione sulle teste di legno, con l’arte e lo stile che gli sono consueti. Alcuni personaggi – tra i quali vediamo con piacere qualche rappresentante della tribù di Levi – sono finiti a un certo punto dentro un negozio.

Qualche rappresentante della tribù di Levi, teste di legno, della cui bastonatura Balbo si compiace: non serve altro commento. Se non per ricordare che il vicedirettore, e di fatto il vero direttore (lo sarebbe diventato anche formalmente a breve) era quel Nello Quilici che non alzò un sopracciglio a fronte di queste parole. Ma bisogna capirlo: si era nel pieno della crisi aventiniana, innescata dall’assassinio di Matteotti compiuto nell’auto che era nella disponibilità dello stesso Quilici al “Corriere Italiano”, e che dal garage del giornale i sicari hanno prelevato chiavi in mano. La chiamata a Ferrara al “Corriere Padano”, sotto la protezione di Balbo, aveva sottratto Quilici all’attenzione della magistratura romana: poteva l’eroico scrivano mettere a repentaglio il suo buon rifugio ferrarese, in giorni così incerti?

5. Stormi in volo sull’oceano

Il Balbo aviatore e le trasvolate atlantiche sono un capolavoro di marketing: un esempio di come, e a quale prezzo, funzionava la macchina propagandistica del Regime. Trasvolate e gare di velocità aeree erano, negli anni Venti, un laboratorio di sperimentazioni nello sviluppo aereo, e una palestra di addestramento dei piloti, in anni pionieristici per l’areonautica. Ma quando, nella seconda metà del decennio, l’areonautica italiana è colta da una vera e propria frenesia di record e trasvolate, queste sperimentazioni sono in declino: tutto quel che c’era da ricavarne è stato conseguito da paesi più avanzati del nostro, e lo sviluppo dell’areonautica è ora saldamente affidato alle industrie, non ai pionieri spericolati. Balbo, insomma, può farsi grosso perché manca la concorrenza: un po’ come se la Ferrari tornasse a primeggiare perché McLaren-Mercedes si sono ritirate (fermo restando che un pilota solitario francese vola da Parigi a Pechino nello stesso anno della trasvolata atlantica: ma è un’impresa individuale, senza battage propagandistico). E può fare il grosso perché usa il suo peso politico per far fuori prima Nobile, e poi, dopo averlo sfruttato e vampirizzato, De Pinedo, il vero artefice delle imprese aeree cui Balbo va a rimorchio, salvo prendersene il merito. Ma il prezzo delle “imprese” aeree di Balbo è pesante. Ogni anno decine di piloti morivano nelle esercitazioni: manca una cifra totale, ma per dare un’idea nel solo 1927 Claudio G. Segre conta 581 incidenti con 58 piloti morti; nel 1932 i piloti morti sono 30, due dei quali, uno all’andata e uno al ritorno, proprio nella trasvolata atlantica. Balbo concentra tutte le risorse in aerei che sono veloci perché alleggeriti di tutto, anche dell’essenziale, invece di investire nella sperimentazione e nell’innovazione: buoni per vincere una coppa, non certo per fare la guerra. Le risorse sono concentrate sulle futili gare che tanto piacevano a Balbo: in compenso, le ore di addestramento effettivo per la restante aviazione sono la metà di quelle dell’aviazione francese e della R.A.F, un terzo dell’aviazione statunitense. Balbo bara anche con le cifre, nasconde le spese e tarocca i bilanci effettivi: e mente sul reale stato della flotta aerea. Quando, nel 1933, Mussolini gli toglie il giocattolo e fa ispezionare i velivoli, scopre che su asseriti (da Balbo) 3.125 aerei in organico, solo 911 sono in grado di volare. Da questo sfacelo l’aeronautica italiana non si riprenderà: gli aerei italiani da guerra, in assenza di progressi nelle costruzioni e di un’industria che ne supporti la costruzione (per effetto del monopolio di fatto garantito a FIAT e Savoia-Marchetti) resteranno privi di corazzature, costruiti prevalentemente in tela alluminizzata e tubi innocenti, con il pilota allo scoperto (e quindi senza poter raggiungere la tangenza massima) e senza apparecchi radio, più lenti di quelli inglesi (il CR 42 Falco non superava i 470 km/h, mentre gli Spitfire inglesi raggiungevano i 570 km/h). Con queste bare volanti, o “vacche” (come i piloti chiamavano i Savoia-Marchetti), i nostri piloti andranno al macello in guerra. Apparecchi al livello di una nazione arretrata, con un’industria arretrata, governata da un Regime che, dopo aver raccolto l’aspirazione futurista alla modernizzazione e alla velocizzazione, ha bloccato il paese nella stagnazione produttiva e invoca la riruralizzazione dell’Italia. Nel triennio 1940-43 l’industria italiana produrrà 11.508 aerei, contro i 74.113 inglesi e i 63.189 tedeschi. Ancora una volta, Balbo è l’emblema del fascismo, nel male e nel peggio: e senza saperlo, con le sue sboronate aeree sta cominciando a piantarsi i chiodi sulla bara.

6. Il postino suona sempre due volte

 

Sulla morte di Balbo in Libia c’è poco da congetturare: persino Folco Quilici, nel suo bel libro d’inchiesta sull’incidente di Tobruk, non è riuscito a dimostrare che ci fu intenzione nei colpi di mitraglia italiani che abbatterono il suo Sparviero. E del resto, chi sparò non poteva sapere che su quell’aereo c’era Balbo. Partito alle 17 da Derna con due SM 79 e un corteo di una decina di ospiti per andare a catturare qualche veicolo britannico (“Non abbiamo autoblindo? Andiamo a prenderle agli inglesi!”), convinto che la guerra sia una guasconata, Balbo non si preoccupa di consegnare un piano di volo: con un aereo in tela e tubi, più lento di quelli inglesi e per di più appesantito da qualche centinaio di chili (gli ospiti della gita, fra i quali il fido Quilici, i proiettili delle mitraglie e le bombe per l’impresa), per non dire dei 2000 litri di carburante, crede di poter dare battaglia. Ha un’età, e un giro vita, che consiglierebbero meno spavalderia: ma Balbo, bugiardo incorreggibile, ha bisogno di mentire anche a se stesso e di credersi più giovane di quel che è: amanti indigene e una panciera che lo strizza lo aiutano nella finzione. Pochi minuti dopo, mentre è in volo col suo SM, una squadriglia di Bristol Blenheim della R.A.F. giunge inattesa su Tobruk e per dieci lunghissimi minuti martella il campo T2 con le sue mitragliatrici Browning colpendo, danneggiando, ferendo, uccidendo, infierendo sui soldati italiani privi di una credibile contraerea – di radar neanche a parlarne, men che meno del fantomatico “raggio della morte” che Marconi stava senz’altro inventando, anzi già sperimentando, col quale avremmo senz’altro vinto la guerra. Balbo si dirige su Tobruk e fa la sua ultima pirlata: nel doppio senso di curvare a mancina, e di fare una manovra da pirla, perché non si cura della direzione di svolta, non si chiede qual è la differenza fra arrivare a Tobruk dal deserto o dal mare, mentre il sole va a tramontare.
Balbo esegue lo sbloccaggio dei deflettori e la regolazione del dispositivo di stabilizzazione dell’aereo, che va a planare a 200 chilometri orari, per poi ridurre progressivamente la velocità con l’azione della cloche, finché, allertato dall’allarme acustico e dalla spia che s’accende sul rosso, sposta la leva che comanda l’uscita del carrello. I soldati italiani, ancora terrorizzati dal raid inglese e in attesa di un possibile secondo passaggio, con la sabbia sottile del deserto nell’aria sollevata dal Ghibli, vedono arrivare col sole basso sulla linea dell’orizzonte alle spalle un aereo: con le mani sulla Breda 20mm che arriva a una gittata di 5500 metri in orizzontale, il sole negli occhi e la sabbia che fa tremolare l’aria, un soldato friulano preme il grilletto puntando all’aereo in volo discendente, senza sapere che è quello di Balbo. I gà rustì como dordei, dichiarerà con la sua parlata di Ronchi. Sulla San Giorgio, una nave semiaffondata davanti a Tobruk per fare da presidio antiaereo, cioè da bersaglio per gli aerei britannici (che la centreranno un anno dopo), si festeggia l’abbattimento del presunto aereo inglese. Nel giro di dieci minuti arriva la notizia: era uno dei nostri. No, non era solo uno dei nostri: era l’aereo di Balbo. E, dopo un attimo di sbigottimento, parte il primo evviva!, seguito dal boato di tutta la nave: Buffone! Cialtrone! Fascista di merda! E mentre gli ufficiali brindano alla fine del pagliaccio che credeva di vincere la guerra da solo: Savoia! Viva il Re!

Chissà se, mentre il serbatoio dell’aereo veniva colpito e il fuoco avvolgeva il SM 79, a Balbo è apparso don Minzoni, a salutarlo.

Bibliografia minima utilizzata:

Italo Balbo, Diario 1922, Mondadori 1932
Lorenzo Bedeschi, Don Minzoni. Il prete ucciso dai fascisti, Bompiani 1973
Paul R. Corner, Il fascismo a Ferrara, Laterza 1974
Giovanni Fasanella, Mario José Cereghino, Le carte segrete del duce, Mondadori 2014
Mimmo Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922, Mondadori 2003
Gian Carlo Fusco, Mussolini e le donne, Sellerio 2006
Folco Quilici, Tobruk 1940, Mondadori 2006
Alessandro Roveri, Le origini del fascismo a Ferrara 1918/1921, Feltrinelli 1974
Claudio G. Segre, Italo Balbo, il Mulino 1988
Renato Sitti, Lucilla Previati, Ferrara, il regime fascista. Documenti e immagini del fascismo ferrarese, La Pietra 1976

 Post tratto da:

https://www.estense.com/?cat=55987 

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Caro Vittorio, su Balbo ti sbagli

Ciao Vittorio,

Ci siamo già incontrati un paio di volte, e ti ho sempre portato il rispetto che devo sia a un Deputato della RI che come uomo di cultura. Ma ritengo che tra tutte le azioni; che tu puoi compiere, per definire Ferrara una città di cultura e di apertura, quella di intitolare una via a Italo Balbo sia una di quelle meno apprezzabili sia come Ferrarese che come Antifascista.

Non vado a giudicare la figura che Balbo ha avuto all’interno dell’aviazione, tant’è che tutti né hanno pianto la morte “accidentale” specialmente gli avversari, ma non posso e non puoi nemmeno tu scordare che Balbo era un Gerarca Fascista. Quel Balbo a cui vuoi dedicare una via di Ferrara non si scompose di fronte all’Abolizione degli altri partiti, di fronte allo squadrismo (fu comandante nel ‘24 della stessa milizia) che nacque dagli anni ’20 e che imperverso fino al 25 di Aprile, all’uso di gas in Etiopia.

Stai liberamente e volontariamente dando una revisione storica ponendo un gerarca Fascista in un’accezione positiva, quasi come se non avesse mai partecipato al Consiglio dei ministri di Mussolini o che si fosse battuto per il mantenimento della democrazia – quella che ti permette di parlare, anche quando commenti più gaffe in parlamento o dalla Durso –.

Mi spiace ma a Ferrara, in Italia, non c’è posto per revisionismi.

Vittorio, nulla esclude che tu sia un professionista nel campo dell’Arte, ma non può sputare sulla memoria di chi si è opposto al regime fascista sia con queste proposte che con l’insistenza nella apoteosi di una figura che nonostante fosse un eccellente aviatore ha contribuito in una forma determinante al periodo più buio del XX secolo che l’Italia ha vissuto.

Sergio Echamanov, cittadino di Ferrara

 Post tratto da:

 https://www.estense.com/?p=876786