giovedì 18 aprile 2024

CERTOSA DI FERRARA - MONUMENTO SEPOLCRALE DI ALFRED LOWELL PUTNAM

 CERTOSA DI FERRARA - CIMITERO MONUMENTALE 

MONUMENTO SEPOLCRALE DI ALFRED LOWELL PUTNAM 


 

IN MEMORIA DI

ALFRED LOWELL PUTNAM

CHE DI PASSAGGIO PER QUESTA CITTA'

COLPITO DA MORBO CRUDELE

MORIVA IMPROVVISAMENTE






CERTOSA DI FERRARA - TOMBA DEL MARCHESE GUIDO VILLA LANCELLOTTI

 CERTOSA DI FERRARA - CIMITERO MONUMENTALE

 

TOMBA DEL MARCHESE GUIDO VILLA LANCELLOTTI

 




 
 

martedì 2 aprile 2024

FERRARA - OSTAGGI 19 FEBBRAIO 1849

 FERRARA - OSTAGGI 19 FEBBRAIO 1849

Già pubblicato, con lo stesso titolo, un post in data 29 dicembre 2011.

Dopo la caduta di Napoleone, il Congresso di Vienna (1814 - 1815) impone la
restaurazione dei vecchi Stati. Ferrara si ritrova nuovamente sotto lo Stato Pontificio,
terra di confine col Lombardo - Veneto, segnato dal Po, e contemporaneamente è
obbligata ad ospitare e mantenere una folta guarnigione austriaca, forte di uomini e di
armi, arroccata nella Fortezza.
Nonostante le riforme e le innovazioni portate da Napoleone siano state abolite, non
sono state dimenticate: anche a Ferrara si diffondono, pertanto, idee rivoluzionarie.
Numerosi ferraresi, in accordo con i carbonari del Veneto, della Lombardia e del
Regno di Napoli ed in stretto contatto con i carbonari bolognesi, romagnoli e
marchigiani, partecipano all'attività carbonara, iniziata a funzionare organicamente
fin dal 1817.

All'inizio del 1818 viene scoperta una prima associazione carbonara guidata dal
marchese Giovan Battista Canonici: il marchese è arrestato, condannato al carcere
duro prima a Venezia, poi a Lubiana dove muore nel 1821. Verso la fine del 1818, in
seguito ad alcune confessioni del cancelliere Antonio Villa, altri carbonari ferraresi,
pur più prudenti nell'azione, vengono scoperti ed arrestati.
Con i moti carbonari del 1820 – 21 si chiude anche a Ferrara il primo periodo della
rivoluzione italiana.
Nel 1846, contro il volere del Metternich, viene eletto a pontefice Pio IX, che impone
un regime più liberale di quello dei suoi predecessori. Egli, infatti, concede un'ampia
amnistia ai condannati politici, una moderata libertà di stampa e di adunanza;
istituisce la Consulta di Stato e nel luglio del 1847 la Guardia Civica.
La promulgazione di tali leggi “liberali” riaccende anche a Ferrara il fervore
patriottico, contrastato dagli Austriaci che, abbandonata la Fortezza, decidono di
occupare la città, entrandovi nella mattina del 17 luglio 1847.

La protesta pubblica del legato cardinale Luigi Ciacchi contro gli Austriaci, accolta
dal Papa, fornisce l'occasione per movimenti di sommossa e manifestazioni
patriottiche in tutta Italia: il sentimento popolare diventa sempre più ostile nei
confronti dell'Austria.

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Da Ferrara il 12 aprile 1848 parte la Compagnia dei Bersaglieri del Po, costituita dal
conte Tancredi Trotti Mosti, già colonnello della Guardia Civica. Ricevuta la bandiera
bianco-gialla con le insegne pontificie benedetta dal Cardinale Arcivescovo e salutata
in piazza dalla popolazione, la Compagnia, formata da numerosi giovani e meno
giovani, di diverse classi sociali, tutti volontari e convinti delle nuove idee di libertà
ed indipendenza, attraversato il fiume Po, si dirige prima a Vicenza, poi alla fine di
aprile sul fiume Piave. 

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Malgrado il valore dei Bersaglieri, la battaglia è perduta. La resa è inevitabile, ma ai
vinti viene concesso l'onore delle armi. Le perdite dei Bersaglieri sono rilevanti, circa
il 30% della loro forza, tra morti, feriti e prigionieri. La loro bandiera, ora custodita
nel Museo del Risorgimento di Ferrara, è stata decorata di medaglia al valor militare
“per la valorosa condotta tenuta nei combattimenti di Cornuda, di Monte Berico e
nella difesa di Vicenza”.
La 1° guerra d'indipendenza si conclude nel 1848 con la vittoria degli Austriaci nella
battaglia di Custoza (25 luglio) e l'armistizio Salasco (7 agosto).

Benché la sconfitta di Custoza (25 luglio) e l'armistizio Salasco (7 agosto) abbiano
posto fine alla Prima Guerra d'Indipendenza, all'interno dello Stato Pontificio si
hanno nuovi fermenti che portano alla fuga di Pio IX a Gaeta sotto la protezione del
re di Napoli (25 novembre) ed alla nascita di un governo democratico.

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Il 17 gennaio 1849 anche nella Legazione pontificia di Ferrara, caduto il potere
temporale, sono indette le elezioni democratiche dei rappresentanti che devono
partecipare all'Assemblea Costituente della Repubblica Romana. Nello stesso giorno
il prolegato, prima di lasciare Ferrara, affida il governo della città ad una
commissione di tre cittadini, tra i quali Carlo Mayr, che dopo alcuni giorni viene
eletto presidente della Provincia di Ferrara.
L'attività rivoluzionaria mazziniana, basata sui principi di indipendenza ed unità,
prende nuovo vigore. Il 9 febbraio 1849 a Ferrara compaiono i manifesti della
Repubblica Romana che riportano l'articolo 3 della Costituente: “Il governo dello
Stato romano sarà democrazia pura”, ma l'attività mazziniana viene presto repressa e
la città vede ancora un trionfo austriaco che getta nello sconforto i patrioti.
A causa di un tumulto popolare, infatti, cadono uccisi tre soldati austriaci e ferito un
ufficiale; tutti i militari austriaci si rifugiano nella Fortezza. La città sembra libera e
sicura. Ma nella mattinata del 18 febbraio il generale Haynau, comandante il secondo
corpo riserve austriache, superato il Po con circa 6 mila fanti, uno squadrone di
cavalleria, 22 cannoni ed una batteria di fanti, ordina alla città la resa, la consegna
degli uccisori dei soldati austriaci oppure sei ostaggi scelti fra i più ragguardevoli
cittadini. Inoltre l'Austria esige il pagamento di una penale nelle mani del v
ice
console imperiale di Ferrara, certo Bertuzzi, di duecentoseimila scudi.

Il 19 febbraio 1849 una delegazione cittadina presieduta dal Cardinale Cadolini
incontra il generale Haynau, ma non ottiene nessun cambiamento alle dure
condizioni. Più tardi il console inglese Mc Alister tenta una nuova mediazione, ma le
imposizioni del Feld Maresciallo Radetzky sono tassative per cui è un successo
ottenere quattro ore di proroga al minacciato bombardamento della città.

Allora cittadini eminenti, fra i quali il fratello dell'Arcivescovo Cadolini,
volontariamente si offrono in ostaggio al comando austriaco a garanzia del
pagamento della somma richiesta, di importo irraggiungibile, consegnata, comunque,
in buona parte nello stesso giorno. Si concorda di pagare a rate la rimanente parte.
Il 20 febbraio 1849 il gonfaloniere di Ferrara Eugenio Righini ordina di affiggere un
proclama di encomio alla cittadinanza per il contributo ed i mezzi prestati a
soddisfare le pretese austriache, nonché per rendere pubblici i nomi dei sei generosi
cittadini rinchiusi nella fortezza come ostaggi.
Gli ostaggi vengono, poi, trasferiti nelle prigioni di Padova, dove sono trattenuti per
quattro giorni, quindi in quelle più sicure di Verona. Vengono liberati solo nel maggio
1849.
Dopo la caduta della Repubblica Romana, avvenuta nello stesso anno, a Ferrara,
come in tutta la penisola, le organizzazioni rivoluzionarie si indeboliscono
fortemente.
Dopo la caduta della Repubblica Romana del 1849 a causa dell'intervento di
Napoleone III che, in deroga ad un articolo della costituzione francese, ristabilisce
l'ordinamento pontificio, Ferrara ritorna sotto il governo del papa Pio IX e il controllo
delle truppe austriache occupanti la Fortezza.
Nella città, tuttavia, una minoranza eroica e tenace prosegue l'opera interrotta dagli
eventi del 1849 per la nascita di un'Italia libera ed unita.

        

       RICORDANZA E GRATITUDINE
                         ETERNA
AI NOSTRI NON MAI ABBASTANZA LODATI
                    CONCITTADINI

AVV.
 
 
COL.
 
DOTT.
GIUSEPPE      AGNELLI
GIUSEPPE      CADOLINI
GIROLAMO      CANONICI
IPPOLITO      GUIDETTI
MASSIMILIANO      STROZZI
ANT.    FRANC.    TROTTI


CHE SPONTANEI SI DIEDERO IN OSTAGGIO
PER SALUTE DELLA PATRIA
IL GIORNO 19 FEBBRAIO 1849





Le foto sono del NonnoKucco.

Le notizie sono tratte dal sito: http://www.isco-ferrara.com/wp-content/uploads/2018/01/Le-lapidi-raccontano-il-Risorgimento.pdf

Altre notizie: https://www.spreaker.com/episode/19-febbraio-1849-ostaggi-per-la-difesa-della-citta-accadeoggi-s01e14--22918781

Il 5 febbraio 1848 nasce la Repubblica Romana e ciò si ripercuote anche su Ferrara, il prolegato pontificio abbandona la città e il potere passa nelle mani di tre cittadini, tra i quali Carlo Mayr. Il movimento viene represso dagli austriaci ma, successivamente, un tumulto popolare provoca la morte di tre militari e l'esercito si rifugia nella fortezza. Nella mattinata del 18 febbraio il generale Haynau attraversa il Po e ordina alla città la resa, la consegna degli uccisori dei soldati austriaci o di sei ostaggi tra i cittadini illustri. Questi ultimi verranno liberati solo nel Maggio successivo e sono ricordati attraverso una lapida affissa sulla Cattedrale di Ferrara. Sono: Avv. Giuseppe Agnelli; Giuseppe Cadolini; Girolamo Canonici; Col. Ippolito Guidetti; Massimiliano Strozzi; Dott. Antonio Francesco Trotti. Spontanei si diedero in ostaggio il giorno 19 febbraio 1849.

In collaborazione con Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara 

 

 

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lunedì 1 aprile 2024

DISABILITY CARD - CARTA EUROPEA DELLA DISABILITA'

 DISABILITY CARD -  CARTA EUROPEA DELLA DISABILITA'

Un anno di DISABILITY CARD  a Ferrara.

E' stata una realtà pilota e a marzo festeggia il suo primo anno. Si tratta della  DISABILITY CARD -  CARTA EUROPEA DELLA DISABILITA' che consente di sostituire i certificati ed i verbali che attestano la condizione di invalidità e di accedere a beni e servizi pubblici e privati gratuitamente o a tariffe agevolate.

A CHI E' DESTINATA LA DISABILITY CARD

- Invalidi civili maggiorenni con invalidità certificata maggiore del 67%;

- Invalidi civili minorenni;

- Cittadini con indennità di accompagnamento o con assistenza e integrazione sociale ai sensi della Legge 104;   

- Ciechi civili;

- Sordi civili;

- Invalidi e inabili (legge 222/1984);

- Invalidi sul lavoro o con diritto ad assegno per l'assistenza  personale e continuativa o con menomazioni dell'integrità psocofisica;

- Inabili alle mansioni;

- Cittadini con trattamenti previsti per invalidi e reduci di guerra.

 

AGEVOLAZIONI RICONOSCIUTE DALLA DISABILITY CARD A FERRARA

- priorità nell'accesso agli uffici comunali e alle farmacie comunali ai titolari della Carta e alle persone delegate per lo svolgimento di adempimenti per conto del titolare della Carta;          

- ingresso gratuito per il titolare della carta e per un accompagnatore ai musei e spazi dispositivi afferenti al Comune di Ferrara:   

    - Castelo Estense;

    - Museo Schifanoia e Civico Lapidario;

    - Museo della Cattedrale;

    - Palazzina Marfisa d'Este;

    - Padiglione d'arte contemporanea.

- ingresso gratuito, per il titolare della Carta e tariffa agevolata sul biglietto per l'accompagnatore, agli eventi:        

    -  al Teatro Comunale (*)

    - allo Stadio comunale P.Mazza (*)

    (*) nei limiti della capienza degli spazi dedicati e previa prenotazione anticipata per ogni singolo  evento.                     

- ingresso gratuito per il titolare della Carta alle piscine di proprietà comunale

    - Beethoven;

    - Bacchelli.


La Disabiliy Card viene rilasciata dall'Inps su richiesta dell'interessato anche on line.

Vedere Circolare Inps n. 46 del 01/04/2022 che ha per oggetto:

Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 6 novembre
2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 304 del 23 dicembre
2021, recante “Definizione dei criteri per il rilascio della Carta
europea della disabilità in Italia” (c.d. Disability Card)


 



sabato 30 marzo 2024

CASA MUSEO - GIACOMO MATTEOTTI - 10 giugno 1924


Casa - Museo  Giacomo Matteotti

La Casa-Museo Giacomo Matteotti è stata istituita con la Legge 255/2004 ed è riconosciuta di importante interesse culturale (ai sensi dell’art.10 comma 3 lettera d del Codice dei Beni Culturali) come luogo di memoria che mantiene inalterate le tracce originarie della vita quotidiana di un protagonista della storia del Novecento e della sua famiglia.
Giacomo Matteotti è vissuto in questo edificio, nel quale continuarono a risiedere dopo la sua morte la madre Isabella Garzarolo, la vedova Velia Titta e i figli Giancarlo, Matteo e Isabella. Radicalmente restaurata in base al dettato della predetta legge 255/2004, la casa è ora di proprietà dell’Accademia dei Concordi per legato testamentario dei figli, mentre la gestione, in base ad una convenzione stipulata con l’ente proprietario il 26/6/2010, spetta al Comune di Fratta Polesine, che l’ha aperta al pubblico nel 2012. Con delibera n. 87 del 13/6/2006 il Comune di Fratta l’ha dotata di un Comitato scientifico al quale sono stati attribuiti compiti di indirizzo e di controllo e successivamente, con delibera n. 7 del 21/3/2012, di un Regolamento, che prevede la figura di un Direttore. Tutti gli incarichi sono a titolo gratuito. Una convenzione stipulata nel 2016 con il Dipartimento di Storia dell’Università di Padova (DiSSGeA) assicura alla Casa-Museo i necessari collegamenti scientifici e accademici.

Il portoncino laterale riporta in rilievo il simbolo con motto scelto da Giacomo Matteotti anche per la sua carta intestata Foris pugnae, intus timores (lotte di fuori, apprensioni dentro di noi) ripreso dal Nuovo Testamento, seconda lettera ai Corinzi, 7,5.

L’immobile figura nel Catastico veneto (1775) come un fabbricato a due piani il cui fronte sud è caratterizzato da un ingresso centrale e da due finestre su entrambi i lati e ad est, sul fianco contiguo alla strada, presenta due finestre sui due livelli del fabbricato.
I successivi catasti napoleonico (1808-1810) ed austriaco (poi austro-italiano) individuano un immobile frazionato in tre parti, ciascuna delle quali con un’area scoperta di competenza.
Girolamo Matteotti, padre di Giacomo, diventa unico proprietario dell’immobile nel 1895.
Si può datare ai primi decenni del Novecento l’ampliamento dell’edificio stesso a ovest con la loggia costituita da pilastri in calcestruzzo, usata per deposito di attrezzi (ora ingresso alla Casa-Museo), e con la costruzione di una terrazza con balaustra decorata, sempre in calcestruzzo, al primo piano.
Le caratteristiche architettoniche sono quelle di una villa di campagna: organizzazione tripartita degli ambienti, costituita dal salone centrale, dalle stanze ubicate nelle ali laterali e dal vano scala di collegamento tra i piani. I tre livelli dell’edificio sono scanditi dalle finestre dei vari piani, presenti con aperture ottagonali o rettangolari anche nel piano secondo-sottotetto, su tutti i lati del fabbricato.
L’uso della pietra è presente nella facciata a sottolineare l’apertura ad arco a tutto sesto della porta a piano terra e al primo piano che apre su un terrazzino, nonché sui davanzali delle finestre dei fronti nord e sud.
Con il lavoro di restauro sono stati inseriti, ad ovest del corpo centrale, le scale di sicurezza e l’ascensore. Tutti i prospetti sono distinti da una cornice grecata realizzata con elementi prefabbricati in calcestruzzo, posta in corrispondenza del solaio del piano secondo a fungere da marcapiano. Il tetto a padiglione presenta una cornice di mattoni intonacata che forma una decorazione di coronamento superiore. Sui fronti nord e sud emergono i quattro camini principali.

Il parco, con il viale di accesso alla Casa-Museo, è vincolato per il suo valore memoriale di paesaggio rurale e presenta sul lato sinistro piante autoctone (pioppi cipressini, platani) mentre sul lato opposto piante alloctone (pini, abeti, sequoie).

In questa casa, Giacomo vive con i genitori, la moglie Velia Titta (1890-1938) sposata con rito civile a Roma nel 1916 e con i figli nati dalla loro unione, Giancarlo (1918-2006), Matteo (1921-2000), entrambi politici nelle file del socialismo democratico, ed Isabella (1922-1994).
Nel salone centrale al pianterreno fu allestita la camera ardente di Giacomo Matteotti, dopo l’arrivo in treno della sua bara alle prime luci dell’alba del 21 agosto 1924 e da qui è partito il corteo funebre fino al cimitero locale, dove è stato sepolto.
La Casa-Museo è sede dell’annuale cerimonia di commemorazione dell’assassinio di Giacomo Matteotti, di una mostra documentaria, fotografica e giornalistica (anche in formato digitale) relativa alla vita e alla tragica morte del deputato, nonché di manifestazioni pubbliche, atte ad approfondire la conoscenza di questo protagonista della storia italiana del primo Novecento, paladino della democrazia, della libertà di pensiero, della giustizia sociale.

La Casa è dotata di attrezzature multimediali che consentono al visitatore di avvicinare da molteplici punti di vista la figura di Matteotti e l’ambiente in cui visse. Il visitatore, inoltre, può utilizzare un tavolo interattivo che permette di leggere tutti gli scritti di Matteotti, i suoi discorsi politici, numerose testate giornalistiche dell’epoca e documenti sulle condizioni del Polesine tra Ottocento e Novecento.

Con la legge 213/2017 la Casa è stata elevata a Monumento nazionale.

E’ riconosciuta come Museo di rilevante interesse regionale in base all’art.7 della legge 50/1984 della Regione Veneto.

Maria Lodovica Mutterle

(…) Rientrare in queste stanze dove ho passato con te le prime emozioni, mi dà una grande melanconia che non posso ancora vincere. Mi sembra sempre di vederti in tinello o nell’orto e di poterti aspettare come allora. I bambini mi domandano continuamente dove tu sei (…)
Lettera di Velia a Giacomo, Fratta Polesine, 16 maggio 1923

 Notizie tratte da:

https://www.casamuseogiacomomatteotti.it/

da consultare per ulteriori notizie.

 

FOSSE ARDEATINE - 23 marzo 1944

 

L’ATTENTATO PARTIGIANO

Il 23 Marzo 1944 – giorno del 25° anniversario della fondazione del Partito Fascista di Mussolini – 17 partigiani dei Gruppi d’Azione Patriottica (GAP) guidati da Rosario Bentivegna fecero esplodere un ordigno in Via Rasella, a Roma, proprio mentre passava una colonna di militari tedeschi.

I partigiani, che erano legati al movimento clandestino comunista italiano, riuscirono poi ad evitare la cattura disperdendosi tra la folla che si era radunata sul luogo dell’attentato. L’unità militare che era stata presa di mira - un battaglione appartenente all’Undicesima Compagnia, il Reggimento di Polizia Bozen - era composto per la maggior parte da militari di lingua tedesca provenienti dalla zona del Sud Tirolo, precedentemente appartenuta all’Austria, poi annessa all’Italia con il trattato di St. Germain nel 1919 e infine passata sotto il controllo della Germania quando i Tedeschi avevano occupato l’Italia, nel 1943.

Nell’attentato ventotto soldati morirono immediatamente; altri 5 nei giorni seguenti. Il bilancio finale fu poi di 42 militari uccisi e di alcuni feriti tra i civili presenti al momento dell’attentato.

LA RAPPRESAGLIA

La sera del 23 marzo, il Comandante della Polizia e dei Servizi di Sicurezza tedeschi a Roma, tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, insieme al comandante delle Forze Armate della Wermacht di stanza nella capitale, Generale Kurt Mälzer, proposero che l’azione di rappresaglia consistesse nella fucilazione di dieci italiani per ogni poliziotto ucciso nell’azione partigiana, e suggerirono inoltre che le vittime venissero selezionate tra i condannati a morte detenuti nelle prigioni gestite dai Servizi di Sicurezza e dai Servizi Segreti. Il Colonnello Generale Eberhard von Mackensen, comandante della Quattordicesima Armata - la cui giurisdizione comprendeva anche Roma - approvò la proposta.

Si racconta che quando a Hitler venne comunicata la notizia dell’uccisione dei militari, quella sera, egli reagì ordinando la distruzione totale di Roma. Successivamente, gli imputati accusati del massacro, dopo la guerra, testimoniarono come Hitler avesse perlomeno espresso parere pienamente favorevole al piano di Kappler e Mälzer. Tuttavia, altre prove storiche portano a pensare che Hitler abbia perso presto interesse per tutta la questione, lasciando la decisione finale al Colonnello Generale Alfred Jodl, in quel momento Comandante del Personale Operativo degli Alti Comandi delle Forze Armate (Oberkommando der Wehrmacht, or OKW).

Qualunque fosse il livello di coinvolgimento da parte di Hitler, il Maresciallo Albert Kesselring, Comandante in Capo dell’Esercito schierato a Sud, presumibilmente interpretò la reazione iniziale di Hitler come segno del suo appoggio e della sua autorizzazione alla rappresaglia proposta subito dopo l’attentato.

 

LE VITTIME DELLE FOSSE ARDEATINE

Il giorno seguente, 24 marzo 1944, militari della Polizia di Sicurezza e della SD in servizio a Roma, al comando del Capitano delle SS Erich Priebke e del Capitano delle SS Karl Hass, radunarono 335 civili italiani, tutti uomini, nei pressi di una serie di grotte artificiali alla periferia di Roma, sulla via Ardeatina. Le Fosse Ardeatine, che originariamente facevano parte del sistema di catacombe cristiane, vennero scelte per poter eseguire la rappresaglia in segreto e per occultare i cadaveri delle vittime.

Priebke e Hass avevano ricevuto l’ordine di selezionare le vittime tra i prigionieri che erano già stati condannati a morte, ma il numero di prigionieri in quella categoria non arrivava ai 330 necessari alla rappresaglia.

Per questa ragione, gli ufficiali della Polizia di Sicurezza selezionarono altri detenuti, molti dei quali arrestati per motivi politici, insieme ad altri che o avevano preso parte ad azioni della Resistenza, o erano semplicemente sospettati di averlo fatto. I Tedeschi aggiunsero al gruppo già selezionato per il massacro anche 75 prigionieri ebrei, molti dei quali erano detenuti nel carcere romano di Regina Coeli. Per raggiungere la quota necessaria, essi rastrellarono anche alcuni civili che passavano per caso nelle vie di Roma. Il più anziano tra gli uomini uccisi aveva poco più di settant’anni, il più giovane quindici.

Quando le vittime vennero radunate all’interno delle cave, Priebke e Hass si accorsero che ne erano state selezionate erroneamente 335 invece che le 330 previste dall’ordine di rappresaglia. Le SS però decisero che rilasciare quei 5 prigionieri avrebbe potuto compromettere la segretezza dell’azione e quindi decisero di ucciderli insieme agli altri.

L’ECCIDIO ALL’INTERNO DELLE FOSSE ARDEATINE

I prigionieri selezionati furono condotti all’interno delle grotte con le mani legate dietro la schiena. Già prima di raggiungere il luogo dell’esecuzione, Priebke e Hass avevano deciso di non utilizzare il metodo tradizionale del plotone di esecuzione; invece, agli agenti incaricati dell’eccidio venne ordinato di occuparsi di una vittima alla volta e di spararle da distanza ravvicinata, in modo da risparmiare tempo e munizioni. Gli ufficiali della polizia tedesca portarono quindi i prigionieri all’interno delle fosse, obbligandoli a disporsi in file di cinque e a inginocchiarsi, uccidendoli poi uno a uno con un colpo alla nuca.

Mentre il massacro continuava, i militari tedeschi cominciarono a obbligare le vittime a inginocchiarsi sopra i cadaveri di quelli che erano già stati uccisi per non sprecare spazio.

Quando il massacro ebbe termine, Priebke e Hass ordinarono ai militari del genio di chiudere l’entrata delle fosse facendola saltare con l’esplosivo, uccidendo così chiunque fosse riuscito per caso a sopravvivere e seppellendo allo stesso tempo i cadaveri.

Notizie tratte da:

https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/ardeatine-caves-massacre

 Altre notizie:

https://it.wikipedia.org/wiki/Eccidio_delle_Fosse_Ardeatin

Il Mausoleo:

https://www.mausoleofosseardeatine.it/mausoleo/mausoleo-2/ 

BUOZZI BRUNO

 

 

BUOZZI BRUNO


 

Nato a Pontelagoscuro (Ferrara) il 31 gennaio 1881, ucciso dai tedeschi a La Storta (Roma) il 4 giugno 1944, dirigente sindacale socialista.

Era stato costretto a lasciare la scuola dopo le elementari e fece, da ragazzo, il meccanico aggiustatore. Quando si trasferì a Milano, trovò lavoro come operaio specializzato alle Officine Marelli e poi alla Bianchi. Nel 1905 aderì al sindacato degli operai metallurgici e al PSI, militando nella frazione riformista di Turati. Nel 1920 fu tra i promotori del movimento per l'occupazione delle fabbriche. Più volte eletto deputato socialista prima della presa del potere da parte del fascismo, Bruno Buozzi nel 1926 espatriò in Francia, dove continuò, nella Concentrazione antifascista, l'attività unitaria contro il regime di Mussolini.
Durante la guerra di Spagna, per incarico del suo partito, diresse l'opera d'organizzazione, raccolta e invio di aiuti alla Repubblica democratica attaccata dai franchisti. Alla vigilia dell'occupazione tedesca di Parigi, Buozzi si trasferì a Tours. Lo tradì il comprensibile desiderio di visitare, a Parigi, la figlia partoriente. Nel febbraio del 1941 fu, infatti, arrestato dai tedeschi nella Capitale francese. Rinchiuso dapprima nelle carceri della Santé, fu successivamente trasferito in Germania e, di qui, in Italia dove rimase per due anni al confino in provincia di Perugia.
Riacquistata la libertà alla caduta del fascismo, ai primi di agosto del 1943, Bruno Buozzi fu nominato dal governo Badoglio, insieme al comunista Giovanni Roveda e al democristiano Gioacchino Quarello, commissario alla Confederazione dei sindacati dell'industria. Durante l'occupazione nazista di Roma, Buozzi trovò ospitalità presso un amico colonnello e, quando questi dovette darsi alla macchia, cercò un altro precario rifugio, dove fu sorpreso dalla polizia.
Era il 13 aprile 1944. Fermato per accertamenti e condotto in via Tasso, i fascisti scoprirono la vera identità del sindacalista. Il CLN di Roma tentò a più riprese, ma senza successo, di organizzarne l'evasione e il 1° giugno 1944, quando gli americani erano ormai alle porte della Capitale, il nome di Bruno Buozzi fu incluso dalla polizia tedesca in un elenco di 160 prigionieri destinati ad essere evacuati da Roma. La sera del 3 giugno, con altri 12 compagni, Buozzi fu caricato su un camion tedesco, che si avviò lungo la via Cassia, ingombra di truppe in ritirata. In località La Storta, forse per la difficoltà di proseguire, l'automezzo si fermò e i prigionieri furono fatti scendere. Rinchiuso in un fienile per la notte, all'indomani il gruppo fu brutalmente sospinto in una valletta e Bruno Buozzi - sembra per ordine del capitano delle SS Erich Priebke - fu trucidato con tutti i suoi compagni.
Dopo la Liberazione, a Bruno Buozzi sono state intitolate strade e piazze a Roma e in molte altre città d'Italia. Portano il suo nome anche cooperative, associazioni sportive, scuole. Una Fondazione Bruno Buozzi, che ha tra i suoi compiti quello di incrementare gli studi sul sindacalismo, si è costituita a Roma il 24 gennaio 2003. La presiede Giorgio Benvenuto.

https://www.anpi.it/biografia/bruno-buozzi 

Per approfondire visita anche:

https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Buozzi 

venerdì 29 marzo 2024

VACANZE IN PUGLIA - 1987


 VACANZE IN PUGLIA - 1987

 

 



















domenica 17 marzo 2024

CAROBENE ROSALIA - Trasparenze

 CAROBENE ROSALIA -  Trasparenze - anno 1982

 


                                                                                 


           


 


 


 


 


 

martedì 20 febbraio 2024

INNO DI MAMELI

 

Fratelli d'Italia

Dobbiamo alla città di Genova Il Canto degli Italiani, meglio conosciuto come Inno di Mameli. Scritto nell'autunno del 1847 dall'allora ventenne studente e patriota Goffredo Mameli, musicato poco dopo a Torino da un altro genovese, Michele Novaro, il Canto degli Italiani nacque in quel clima di fervore patriottico che già preludeva alla guerra contro l'Austria.

L'immediatezza dei versi e l'impeto della melodia ne fecero il più amato canto dell'unificazione, non solo durante la stagione risorgimentale, ma anche nei decenni successivi. Non a caso Giuseppe Verdi, nel suo Inno delle Nazioni del 1862, affidò proprio al Canto degli Italiani - e non alla Marcia Reale - il compito di simboleggiare la nostra Patria, ponendolo accanto a God Save the Queen e alla Marsigliese.

Fu quasi naturale, dunque, che il 12 ottobre 1946 l'Inno di Mameli divenisse l'inno nazionale della Repubblica Italiana.

Il poeta

ritratto di Mameli

Goffredo Mameli dei Mannelli nasce a Genova il 5 settembre 1827 (figlio di Adele - o Adelaide - Zoagli, discendente di una delle più insigni famiglie aristocratiche genovesi, e di Giorgio, cagliaritano, comandante di una squadra della flotta del Regno di Sardegna). Studente e poeta precocissimo, di sentimenti liberali e repubblicani, aderisce al mazzinianesimo nel 1847, l'anno in cui partecipa attivamente alle grandi manifestazioni genovesi per le riforme e compone Il Canto degli Italiani. D'ora in poi, la vita del poeta-soldato sarà dedicata interamente alla causa italiana: nel marzo del 1848, a capo di 300 volontari, raggiunge Milano insorta, per poi combattere gli Austriaci sul Mincio col grado di capitano dei bersaglieri.

Dopo l'armistizio Salasco, torna a Genova, collabora con Garibaldi e, in novembre, raggiunge Roma dove, il 9 febbraio 1849, viene proclamata la Repubblica. Nonostante la febbre, è sempre in prima linea nella difesa della città assediata dai Francesi: il 3 giugno è ferito alla gamba sinistra, che dovrà essere amputata per la sopraggiunta cancrena.

Muore d'infezione il 6 luglio, alle sette e mezza del mattino, a soli ventidue anni. Le sue spoglie riposano nel Mausoleo Ossario del Gianicolo.

 

Il musicista

Ritratto di Michele Novaro

Michele Novaro nacque il 23 ottobre 1818 a Genova, dove studiò composizione e canto. Nel 1847 è a Torino, con un contratto di secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano.

Convinto liberale, offrì alla causa dell'indipendenza il suo talento compositivo, musicando decine di canti patriottici e organizzando spettacoli per la raccolta di fondi destinati alle imprese garibaldine.

Di indole modesta, non trasse alcun vantaggio dal suo inno più famoso, neanche dopo l'Unità. Tornato a Genova, fra il 1864 e il 1865 fondò una Scuola Corale Popolare, alla quale avrebbe dedicato tutto il suo impegno.

Morì povero, il 21 ottobre 1885, e lo scorcio della sua vita fu segnato da difficoltà finanziarie e da problemi di salute. Per iniziativa dei suoi ex allievi, gli venne eretto un monumento funebre nel cimitero di Staglieno, dove oggi riposa vicino alla tomba di Mazzini.

Come nacque l'inno Il testo e lo spartito dell'Inno

La testimonianza più nota è quella resa, seppure molti anni più tardi, da Anton Giulio Barrili, patriota e poeta, amico e biografo di Mameli.

Siamo a Torino: "Colà, in una sera di mezzo settembre, in casa di Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon nome, si faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d'accordo, si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in quell'anno per ogni terra d'Italia, da quello del Meucci, di Roma, musicato dal Magazzari - Del nuovo anno già l'alba primiera - al recentissimo del piemontese Bertoldi - Coll'azzurra coccarda sul petto - musicata dal Rossi.

In quel mezzo entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse Borzino, l'egregio pittore che tutti i miei genovesi rammentano. Giungeva egli appunto da Genova; e voltosi al Novaro, con un foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: - To' gli disse; te lo manda Goffredo. - Il Novaro apre il foglietto, legge, si commuove. Gli chiedono tutti cos'è; gli fan ressa d'attorno. - Una cosa stupenda! - esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva ad entusiasmo tutto il suo uditorio. - Io sentii - mi diceva il Maestro nell'aprile del '75, avendogli io chiesto notizie dell'Inno, per una commemorazione che dovevo tenere del Mameli - io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo.

Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all'inno, mettendo giù frasi melodiche, l'un sull'altra, ma lungi le mille miglia dall'idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po' in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c'era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte.

Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d'un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l'originale dell'inno Fratelli d'Italia." 

Il testo dell'Inno nazionale

Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l'Unione, e l'amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò

Ritratto di ScipioneLa cultura di Mameli è classica e forte è il richiamo alla romanità. È di Scipione l'Africano, il vincitore di Zama, l'elmo che indossa l'Italia pronta alla guerra

rappresentazione della Vittoria La Vittoria si offre alla nuova Italia e a Roma, di cui la dea fu schiava per volere divino. La Patria chiama alle armi: la coorte, infatti, era la decima parte della legione romana

La bandiera italianaUna bandiera e una speranza (speme) comuni per l'Italia, nel 1848 ancora divisa in sette Stati

Giuseppe MazziniMazziniano e repubblicano, Mameli traduce qui il disegno politico del creatore della Giovine Italia e della Giovine Europa. "Per Dio" è un francesismo, che vale come "attraverso Dio", "da Dio"

La battaglia di LegnanoIn questa strofa, Mameli ripercorre sette secoli di lotta contro il dominio straniero. Anzitutto,la battaglia di Legnano del 1176, in cui la Lega Lombarda sconfisse Barbarossa. Poi, l'estrema difesa della Repubblica di Firenze,assediata dall'esercito imperiale di Carlo V nel 1530, di cui fu simbolo il capitano Francesco Ferrucci. Il 2 agosto, dieci giorni prima della capitolazione della città, egli sconfisse le truppe nemiche a Gavinana; ferito e catturato, viene finito da Fabrizio Maramaldo, un italiano al soldo straniero, al quale rivolge le parole d'infamia divenute celebri "Tu uccidi un uomo morto"

BalillaSebbene non accertata storicamente, la figura di Balilla rappresenta il simbolo della rivolta popolare di Genova contro la coalizione austro-piemontese. Dopo cinque giorni di lotta, il 10 dicembre 1746 la città è finalmente libera dalle truppe austriache che l'avevano occupata e vessata per diversi mesi

I Vespri sicilaniOgni squilla significa "ogni campana". E la sera del 30 marzo 1282, tutte le campane chiamarono il popolo di Palermo all'insurrezione contro i Francesi di Carlo d'Angiò, i Vespri Siciliani.

Stemma asburgicoL'Austria era in declino (le spade vendute sono le truppe mercenarie, deboli come giunchi) e Mameli lo sottolinea fortemente: questa strofa, infatti, fu in origine censurata dal governo piemontese. Insieme con la Russia (il cosacco), l'Austria aveva crudelmente smembrato la Polonia. Ma il sangue dei due popoli oppressi si fa veleno, che dilania il cuore della nera aquila d'Asburgo.

 

Ho copiato il post da:

https://www.quirinale.it/page/inno 

 

 

ANNO BISESTILE

 

ANNO BISESTILE

L’anno bisestile prende il nome dall’espressione latina bis sexto die (sesto giorno ripetuto). I romani infatti aggiungevano al calendario un giorno in più dopo il 24 febbraio, detto ante diem bis sextum Kalendas Martias (sesto giorno prima delle Calende di marzo).

L’anno bisestile è, sostanzialmente, un anno che conta un giorno in più – tradizionalmente il 29 febbraio – e che nel calendario giuliano cade ogni 4 anni (negli anni, appunto, divisibili per 4), mentre nel calendario gregoriano – il nostro – cade sia ogni 4 anni che negli anni secolari divisibili per 400. Il 2024 nella fattispecie sarà un anno bisestile.

Qual è stato il primo anno bisestile

L’idea dell’anno bisestile venne a Giulio Cesare nel 46 a.C., quando ancora veniva conteggiato dopo il 24 febbraio, cioè prima delle calende di marzo. L’applicazione degli anni bisestili è stata però definitivamente regolarizzata da Ottaviano Augusto a partire dall’8 d.C. Il primo anno bisestile per come lo conosciamo oggi – e cioè da quando i giorni sono conteggiati a partire dal primo del mese – è stato perciò l’8 d.C.

A cosa serve l'anno bisestile

L’anno bisestile serve a colmare un gap temporale nel mutare delle stagioni, ed è tipico dei calendari solari – giuliano e gregoriano, principalmente. La Terra impiega 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi a completare un'orbita intorno al Sole, il che non coincide con il calendario gregoriano attualmente in utilizzo, che di giorni ne conta solo 365.

Quanti giorni ha un anno bisestile

Dal momento che entro un secolo senza utilizzare l’anno bisestile si avrebbe uno sfasamento tra anno solare e anno tropico di circa 24 giorni, si è deciso di introdurre un giorno in più ogni 4 anni per riequilibrare la tempistica. La durata media dell’anno si “allunga”, perciò, rispetto a quella solita. Diventa così di 365,25 giorni (ovvero 365 giorni e 6 ore) riducendo il gap con l’anno tropico.

Cosa succede per i nati il 29 febbraio

Chi compie gli anni in un anno bisestile, naturalmente, non può aspettare 4 anni per poter festeggiare il compleanno. Tradizionalmente, il compleanno viene perciò festeggiato il 28 febbraio o il 1 marzo.


 Tutte le notizie sopra riportate sono state copiate dal sito seguente:

https://www.studenti.it/anno-bisestile-cos-e-e-come-funziona.html 

 

 

domenica 11 febbraio 2024

FERRARA - PROVERBI IN DIALETTO FERRARESE (3)

PROVERBI 'D PRIMAVERA.

 MARZ

Marzo, Marzott
di buon marlott, 
è lungh al dì com' è la nott. 

AVRIL

Atenti cl' la n' as toca:
eco Avril ch' al porta l' òca. (1)
In Avril tuti i dì un baril. 

(1) porta l'òca = porta il pesce d'aprile.

MAGG 

Ad Magg al sol l' adorna
e chi è d' bela forma artorna. (2)

(2) chi è d' bela forma artorna = chi è di bel colorito vi ritorna.

FERRARA - PROVERBI IN DIALETTO FERRARESE (2)

 Proverbi d' Autun.

SETEMBAR

Dil patach dal to ort fan un bel bloch,
to' dla farina e dl' acqua e po' fa i gnoch
(1).

Delle patate del tuo orto fanne un bel mucchio,
prendi della farina e dell'acqua e poi fai i gnocchi.

 (1) E' usanza ferrarese fare i gnocchi nel giorno di S.Michele,
per solennizare la raccolta delle patate.

 

UTOBAR

Se a piov al di' 'd San Gal (2),
a piov fin a Nadal.

Se piove il giorno di San Gallo,
piove fino a Natale. 

(2) Il 16

 

Par San Luca (3) al tron al va in dla zzuca (4).

Per San Luca il tuono va nella zucca.

(3) Il 18 
(4) Vuol dire che il tuono va a nascondersi, cioè finiscono i temporali.

 

Par San Simon e Giuda (5),
cava la rava e metla in dla busa
(6).

 Per San Simon e Giuda
cava la rapa e mettila nella buca.

(5) Il 28 
(6) Si trapiantano le rape.

 

NUVEMBAR

Se a neva in sla foia,
d'inveran an s' na voia (7).

Se nevica sulla floglia,
d'inverno non se n'ha voglia.
 
(7) Se nevica prima che cadano le foglie, l'inverno sarà molto lungo.


 

 

venerdì 9 febbraio 2024

 

Otello Putinati



Nato a Ferrara il 25 agosto 1899, deceduto a Bologna il 19 dicembre 1952, operaio e dirigente politico e sindacale.

Cominciò a lavorare, giovanissimo, da pastaio. Chiamato alle armi durante la guerra 1915-18, fu ferito in combattimento. Nel dopoguerra, Putinati s'impegnò nell'attività politica e nel 1921 fu tra i primi dirigenti della Federazione comunista, incaricato di curare il lavoro giovanile. 

Dopo l'avvento del fascismo divenne segretario della Federazione e passò alla lotta clandestina. Nell'ottobre del 1927, dopo la promulgazione delle "Leggi eccezionali", il primo arresto con altri comunisti ferraresi e bolognesi e la prima sentenza del Tribunale speciale che, il 19 febbraio 1929, lo condannò a 2 anni di reclusione. Scontata la pena Putinati tentò un collegamento con il Centro estero del suo partito a Parigi, ma fu di nuovo arrestato e processato. Questa volta la condanna fu a 4 anni di carcere, non tutti scontati per l'amnistia del decennale. Nel 1933 nuovo arresto e terza condanna: 16 anni di reclusione. Rinchiuso nel carcere di Pianosa, l'indomito comunista vi restò 6 anni e quando uscì e tornò nella sua città, fu sottoposto a continua sorveglianza e a frequenti arresti. Anche durante i quarantacinque giorni del Governo Badoglio la polizia non lo perdette di vista, ma lui (in condizioni di semiclandestinità), continuò il lavoro di organizzazione della struttura comunista ferrarese.

 Il giorno dopo l'annuncio dell'armistizio, Putinati guidò l'imponente manifestazione popolare che si svolse a Ferrara per la pace e contro l'occupazione tedesca. Per ragioni di sicurezza il PCI lo inviò ad operare nel Modenese e nel Reggiano, ma agli inizi del 1945 ecco di nuovo Putinati a Bondeno dove diresse quel CLN e dove fu tra i promotori della manifestazione contro la guerra che si svolse nella piazza antistante quel Municipio. 

Dopo aver preparato l'insurrezione di Reggio Emilia, a Putinati toccò, dopo la Liberazione di Ferrara, l'incarico di segretario della Camera del Lavoro di quella provincia. Nel 1946, eccolo consigliere al Comune di Ferrara e, nelle elezioni del 1948 per il primo Parlamento repubblicano, eccolo senatore eletto nelle liste del Fronte democratico popolare. Nel 1949, Otello Putinati fu nominato segretario della Federazione lavoratori edili della CGIL e nell'ottobre successivo diresse di nuovo, sino a che non morì prematuramente, la CdL di Ferrara.

 La sua città natale gli ha dedicato una strada. Portano il suo nome una Polisportiva ferrarese e anche un classico Trofeo di bocce, intitolato "Senatore Otello Putinati". Sul muro della casa che Putinati abitò nel popolare Borgo ferrarese di San Luca, c'è una lapide con questa epigrafe:

 "Cittadino ricorda/ che il fascismo non è caduto da solo/ che da solo non sorgerà un mondo migliore. / Per questo/ Otello Putinati/ poco dimorò/ nella povera esistenza di questa casa/ ove pure lo chiamava l'affetto dei suoi cari/ ma fuori, nelle lotte/ con gli umili, con gli operai, con gli oppressi/ visse indomito fra l'uno e l'altro carcere/ fino alla morte."