venerdì 17 maggio 2019

IL MANIFESTO DI VENTOTENE - PER UN'EUROPA LIBERA E UNITA

Il Manifesto di Ventotene fu originariamente redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi con il titolo Per un'Europa libera e unita. Progetto d'un manifesto nel 1941, quando per motivi politici furono confinati a Ventotene, nel mar Tirreno come oppositori del regime fascista. Altri confinati antifascisti sull'isola contribuirono alle discussioni che portarono alla definizione del testo. All'epoca della stesura del testo erano confinate sull'isola circa 800 persone, 500 classificate come comunisti, 200 come anarchici ed i restanti prevalentemente giellini e socialisti.
Originariamente articolato in quattro capitoli, il Manifesto fu poi diffuso clandestinamente. Eugenio Colorni nel 1944, poco prima di essere ucciso, ne curò la redazione in tre capitoli: il primo (La crisi della civiltà moderna) e il secondo (Compiti del dopoguerra. L'unità europea) interamente elaborati da Spinelli, come anche la seconda parte del terzo (Compiti del dopoguerra. La riforma della società), mentre la prima parte di quest'ultimo venne definita da Rossi.
Il manifesto venne diffuso grazie ad alcune donne che lo portarono sul continente dall'isola di Ventotene e lo fecero conoscere agli ambienti dell'opposizione di Roma e Milano, come Ursula Hirschmann, Ada Rossi ed alcune altre.

Per approfondire:
Testo del Manifesto di Ventotene:


  ALTIERO SPINELLI


 ERNESTO ROSSI



EUGENIO COLORNI 


  URSULA HIRSCHMANN

NONNO LUIGI - ANNIVERSARIO

ANNIVERSARIO

17/10/1898 - 20/5/1990






giovedì 9 maggio 2019

25 APRILE - RIFLESSIONI DI PAOLO MALAGUTI

Tutto quello che segue è stato copiato dal blog di Paolo Malaguti e ho deciso di pubblicare le sue riflessioni sull'Anniversario della Liberazione perchè le condivido completamente.

Paolo Malaguti ha pubblicato diversi libri: tutti da leggere; a fine maggio uscirà il suo ultimo romanzo - L' ULTIMO CARNEVALE.

Per saperne di più......

Un libro e una riflessione



Sul baricentro tra la giornata mondiale del libro e il 25 aprile mi permetto di suggerire una lettura tesa ed appassionante, e diversamente non poteva essere, visto l'autore. Emilio Lussu scrive "Marcia su Roma e dintorni" nel 31. Il libro venne rivolto, come annota l'autore nella prefazione all'edizione italiana del 1944, "al pubblico francese e angloamericano".
In questo libro si trova il resoconto in presa diretta del decennio 19-29, con particolare attenzione alla fase che culmina con la marcia su Roma dell'ottobre del 1922. Lussu racconta l'ascesa del fascismo con lucidità e, non di rado, con ironia; dà spessore alla narrazione con nomi, fatti, voci dei protagonisti piccoli e grandi. Non è un saggio, Lussu lo definisce "documento soggettivo ". Perché ho letto "Marcia su Roma e dintorni"?

Per ricordarmi che la Resistenza, a ben vedere, dura lungo tutto il ventennio, perché da subito ci fu chi si oppose e lottò e cercò di far valere le proprie ragioni contro la dittatura nascente.
Per ricordarmi, ancora di più, che il fascismo non è nato forte, né vincente. Mussolini, prima di sedersi alla Camera come presidente del consiglio, il 16 novembre del 22, avendo ai suoi fianchi il generale Diaz e l'ammiraglio Thaon di Revel, ha dovuto fare strada. Il fascismo si è affermato anche perché gli è stato permesso. A tutti i livelli. Dai prefetti che, come narra Lussu, in più parti d'Italia lasciarono correre sui primi episodi di squadrismo, o appoggiarono apertamente le camicie nere, fino al re che si rifiutò di firmare il decreto di stato d'assedio proposto dall'on. Facta, decreto che con ogni probabilità avrebbe messo la parola fine alla marcia su Roma.
Per ricordarmi, infine, che il "consenso" è fatto dalla somma degli individui. Lussu dissemina tutto il libro di riferimenti ad amici, deputati, docenti universitari, giornalisti, sindacalisti, reduci... tutti fieri antifascisti della prima ora e, nel momento in cui il libro uscì, il 1931, altrettanto fieri esponenti del regime.
Tra le figure di resistenti "ante 43" narrate da Lussu propongo quella dell'onorevole Misiano. Già socialista, fu eletto nel 1921 nel partito comunista: alla seduta inaugurale della XXVI legislatura del Regno d'Italia fu aggredito da un gruppo di deputati fascisti e cacciato fuori da Montecitorio. All'esterno Misiano venne aggredito da squadristi che lo rasarono, gli sputarono addosso, lo insozzarono di vernice e lo fecero sfilare lungo il Corso. Questo capita nel 1921, a Montecitorio, e per le strade di Roma, in pieno giorno.
I motivi per cui Misiano era particolarmente inviso ai fascisti vanno cercati, al di là dell'appartenenza al PCI, nel suo antimilitarismo, nell'anti-interventismo, e nella sua condanna per diserzione nel maggio del 1915.

Le polemiche che ogni anno interessano il 25 aprile (quest'anno in particolar modo) sono l'ennesima conferma del cammino ancora lungo che il nostro paese deve fare per costruirsi una memoria condivisa. Spesso mi è capitato di riflettere su questo problema negli incontri con gli studenti: un paese senza memoria condivisa è un paese diviso. Magari la facciata dell'edificio è unita, ma le fondamenta sono separate. Il cammino è difficile, perché tocca ferite ancora aperte, ma non mi pare ci siano alternative.
E questo cammino credo debba partire dalla memoria, dalla ricerca, dallo studio delle fonti e dei testimoni, e poi dal confronto.
Per questo, da insegnante, credo che negarsi al 25 aprile sia un'occasione persa.
Devo dire che, sempre da insegnante, le ottiche celebrative mi lasciano perplesso, perché spesso la celebrazione implica l'agiografia, la aproblematicità, un certo tasso ineliminabile di eroismo. Perché un sedicenne dovrebbe trovare senso in qualcosa che è già dato, irrigidito nella posa assoluta del monumento, illuminato da una luce diffusa e candida che non lascia spazio a dubbi o a interpretazioni? Se sei un eroe, dov'è la difficoltà nelle tue imprese? Se il giusto e lo sbagliato sono ben divisi e riconoscibili di fronte a te, dov'è la difficoltà, la tragicità delle tue scelte?
Se invece il 25 aprile, il 4 novembre, il 2 giugno vengono vissuti come occasioni di commemorazione (cioè di "memoria assieme"), le cose cambiano, e non di poco: si mostra, attraverso la memoria della Storia e delle storie, quanto drammatica possa essere una scelta, quanto difficile è capire, ogni giorno, dov'è il bene e dov'è il male. Si capisce che una scelta non si compie mai una volta per tutte, ma poi va riconfermata, o smentita, per il resto della nostra vita. Che le nostre idee sono una cosa, e le nostre azioni spesso un'altra. Che lo Stato è fatto da persone, e pertanto è soggetto all'errore. Che si può mettere una data di fine a una guerra, ma poi i rancori, i conflitti, i dissidi e le ferite vanno avanti per decenni.
Chiaro, fare tutto ciò non è facile, non è rapido, non è economico. Sono più veloci le altre due strade, ugualmente rischiose:
a) fingere che la storia sia solcata da chiari confini, da + e - squadrati e lisci. Questa strada porta agli estremismi, e, di conseguenza, ai muri e alle esclusioni.
b) rinunciare alla memoria, perché sono "altri" i problemi cui oggi porre attenzione, piuttosto che un polveroso "derby" tra rossi e neri. Questo porta all'ignoranza e, di conseguenza, al rischio della ripetizione.


Nel libro di Gianrico Carofiglio "La versione di Fenoglio", da me letto subito dopo il libro di Emilio Lussu, sopra ricordato, il protagonista, Pietro Fenoglio,  parla dei libri di Lussu:

 " Ce n'è un altro suo che forse è addirittura migliore: Marcia su Roma e dintorni.  La storia dell'avvento del fascismo con tutte le mediocrità, le vigliaccherie, le miserie, i voltafaccia. Lo so che sto per dire una banalità, ma è un libro che sembra scritto oggi per raccontare cosa succede ora in questo Paese."

domenica 5 maggio 2019

CINQUE MAGGIO - ALESSANDRO MANZONI


Fu vera gloria? 
Ai posteri / l’ardua sentenza
Alessandro Manzoni, Il cinque maggio
 

Testo

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,


Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.


Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:


Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.


Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.


Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.


La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;


Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.


E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.


Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!


E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.


Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;


E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.


Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.


Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.

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Egli fu (è morto, è trapassato). Infatti ora giace giace immobile, avendo esalato l’ultimo respiro, e la sua spoglia è rimasta senza più ricordi, privata della sua anima: chiunque ha saputo la notizia di questa morte è attonito. Tutti restano muti pensando alle ultime ore di quest’uomo inviato dal fato e nessuno sa dire quando un uomo simile tornerà di nuovo a calpestare la terra che lui stesso ha calpestato, lasciando un cammino sanguinoso. Io, come poeta, ho visto Napoleone in trionfo, sul soglio imperiale, ma ho taciuto senza far poesia su questo evento, e ho visto anche il momento in cui, rapidamente, fu sconfitto, tornò al potere e cadde ancora, ma la mia poesia ha continuato a restare in disparte e non mischiarsi a tutte le voci adulanti che aveva intorno Napoleone; adesso il mio ingegno poetico vuole parlare - e si innalza commosso, senza elogi servili o insulti vili - dell’improvvisa morte di una figura simile, e offre alla tomba di quest’uomo un componimento che forse resterà eterno. Dall’Italia all’Egitto, dalla Spagna alla Germania le azioni rapidissime di quest’uomo seguivano il suo modo di pensare, condusse imprese dalla Sicilia fino al Don, dal Mediterraneo all’Atlantico. Fu vera gloria la sua? Spetta ai posteri la difficile sentenza: noi ci inchiniamo umilmente al Sommo Creatore che volle fare di Napoleone (lui) un simbolo della sua potenza divina. La pericolosa e trepida gloria di un grandissimo disegno, l’insofferenza di un animo che deve obbedire ma pensa al potere e poi lo raggiunge e ottiene un premio che sarebbe stato una follia ritenere possibile. Sperimentò tutto: provò la gloria, tanto più grande dopo il pericolo, la fuga e la vittoria, il potere regale e l’esilio, due volte è stato sconfitto, e due volte vincitore. Egli stesso si diede il nome: due epoche tra loro opposte guardarono a lui sottomesse, come se ogni destino dipendesse da lui, egli impose il silenzio e si sedette tra loro come un arbitro. Nonostante tanta grandezza, scomparve rapidamente e finì la sua vita in ozio, prigioniero in una piccola isola, bersaglio di immensa invidia e di rispetto profondo, di grande odio e di grande passione. Come sulla testa del naufrago si avvolge pesante l’onda su cui poco prima lo sguardo dello sventurato scorreva alto e in cerca di rive lontane che non avrebbe potuto raggiungere, così su quell’anima si abbatté il peso dei ricordi. Ah, quante volte ha iniziato a scrivere le sue memorie per i posteri ma su tutte quelle pagine si posava continuamente la sua stanca mano! Quante volte alla fine di un giorno improduttivo ha abbassato lo sguardo fulmineo, con le braccia conserte, preso dal ricordo dei giorni ormai andati. E ripensò agli accampamenti militari in continuo movimento, alle trincee, allo scintillare delle armi e agli assalti della cavalleria, e agli ordini dati rapidamente e alla loro esecuzione. Ah, forse fra tanto dolore crollò il suo spirito e si disperò, ma arrivò l’aiuto di Dio a quel punto, che lo condusse in una realtà più serena; E lo guidò per i floridi sentieri delle speranze, verso i campi eterni, lo condusse alla beatitudine eterna, che sorpassa ogni desiderio umano, lo guidò dove la gloria terrena non vale nulla. Bella, immortale, benefica fede, abituata ai trionfi! Considera anche questo tuo trionfo e sii allegra perché nessuna personalità più grande si è mai chinata davanti alla croce di Cristo. Tu (Fede) allontana dalle ceneri di quest’uomo ogni parola maligna: il Dio che atterra e rialza, che dà dolori e consola si è posto accanto a lui, per consolarlo nel momento solitario della sua morte.
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Per saperne di più: 
 

giovedì 25 aprile 2019

25 APRILE 2019 - ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE

LA LIBERTA'
E' COME L'ARIA:
CI SI ACCORGE DI QUANTO
VALE QUANDO
COMINCIA A MANCARE

Piero Calamandrei
21/4/1889 - 27/9/1956
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Albert Kesselring, che durante il secondo conflitto mondiale fu il comandante delle forze armate germaniche in Italia, a fine conflitto (1947) fu processato e condannato a morte per i numerosi eccidi che l'esercito nazista aveva commesso ai suoi ordini (Fosse ArdeatineStrage di Marzabotto e molte altre). Successivamente la condanna fu commutata in ergastolo, ma egli venne rilasciato nel 1952 per le sue presunte gravi condizioni di salute. Tale gravità fu smentita dal fatto che Kesselring visse altri otto anni libero nel suo Paese, ove divenne quasi oggetto di culto negli ambienti neonazisti della Baviera.
Tornato libero, Kesselring sostenne di non essere affatto pentito di ciò che aveva fatto durante i 18 mesi nei quali tenne il comando in Italia ed anzi dichiarò che gli italiani, per il bene che secondo lui aveva loro fatto, avrebbero dovuto erigergli un monumento. In risposta a queste affermazioni Piero Calamandrei scrisse la celebre epigrafe, dedicata a Duccio Galimberti, "Lo avrai, camerata Kesselring...", il cui testo venne posto sotto una lapide ad ignominia di Kesselring stesso, deposta dal comune di Cuneo, e poi affissa anche a Montepulciano, in località Sant'Agnese, a Sant'Anna di Stazzema, ad Aosta, ai piedi del faro di Prarostino, all'ingresso delle cascate delle Marmore e a Borgo San Lorenzo, sull'antico palazzo del Podestà.

Lo avrai, camerata Kesselring...
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA



Nato a Firenze il 21 aprile 1889, deceduto a Firenze il 27 settembre 1956, giurista e scrittore politico.
Di antica famiglia di giuristi (suo padre, professore e avvocato, era stato anche deputato repubblicano), si era laureato a Pisa nel 1912. Nel 1915 era già docente di procedura civile all'Università di Messina e, tolta la parentesi della prima guerra mondiale, avrebbe insegnato a Modena (1918), a Siena (1920) e, dal 1924 sino ai suoi ultimi giorni, nell'Ateneo fiorentino di cui fu rettore. Interventista, Calamandrei aveva partecipato da volontario alla guerra 1915-18 come ufficiale di Fanteria, ma nonostante la promozione a tenente colonnello, preferì riprendere la carriera accademica.
L'avvento del fascismo lo portò ad impegnarsi contro la dittatura. Di qui la collaborazione con Salvemini e poi con i fratelli Rosselli, con i quali fondò il Circolo di Cultura di Firenze che, nel 1924, dopo essere stato devastato dagli squadristi, fu definitivamente chiuso per ordine prefettizio. La violenza fascista non spaventò il professore, che partecipò alla pubblicazione del Non mollare e all'associazione “Italia Libera”, che avrebbe più tardi ispirato il movimento “Giustizia e Libertà” e poi il Partito d'Azione. Piero Calamandrei, che aveva anche aderito all'Unione nazionale antifascista promossa da Giovanni Amendola e che, nel 1925, aveva sottoscritto il manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce, dopo il consolidarsi della dittatura tornò ai suoi studi giuridici (sua è l'Introduzione allo studio delle misure cautelari del 1936), pur mantenendo sempre i contatti con l'emigrazione antifascista.
Socio nazionale dell'Accademia dei Lincei e membro della regia commissione per la riforma dei codici, fu uno dei principali ispiratori del Codice di procedura civile del 1940. Ciononostante, quando gli fu chiesto di sottoscrivere una lettera di sottomissione a Mussolini, Calamandrei preferì dimettersi dall'incarico universitario, che avrebbe ufficialmente ripreso, come rettore, alla caduta del fascismo. L'atteggiamento dell'eminente studioso, com'ebbe a scrivere Norberto Bobbio, “fu di solitario disdegno...”, poiché “...verso i padroni e i loro servitori, non si saprebbe dire quale dei due detestasse di più”.
Calamandrei, che nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d'Azione, dopo 1'armistizio, inseguito da un mandato di cattura, si rifugiò in Umbria. Di qui seguì, “con trepidazione e fierezza”, la nascita e l'espansione del movimento partigiano, mantenendo contatti e collaborando con la Resistenza, nella quale fu particolarmente attivo il figlio Franco.
Dopo la Liberazione, Piero Calamandrei fu nominato membro della Consulta nazionale e dell'Assemblea Costituente in rappresentanza del Partito d'Azione. Quando il PdA si sciolse, entrò a far parte del Partito socialdemocratico, per il quale fu eletto deputato nel 1948. Nel 1953, contrario alla “legge truffa”, sostenuta anche dai socialdemocratici, prese parte, con l'amico Ferruccio Parri, alla fondazione di “Unità Popolare”, che contribuì ad impedirne l'approvazione. Fondatore, del settimanale politico-letterario Il Ponte, che diresse dopo la Liberazione per dodici anni, Piero Calamandrei fu anche direttore della Rivista di diritto processuale, de Il Foro toscano e del Commentario sistematico della Costituzione italiana. Molto apprezzato dai cultori del Diritto, il suo Elogio dei giudici scritto da un avvocato e, memorabile per efficacia, l'epigrafe dettata da Calamandrei per la Lapide ad ignominia, che il Comune di Cuneo ha dedicato al generale nazista, criminale di guerra, Albert Kesselring.

venerdì 5 aprile 2019

ISTITUZIONI DELL' U.E. - PARLAMENTO EUROPEO

Parlamento europeo

Sintesi

  • Ruolo: organo legislativo dell’UE eletto a suffragio universale con competenze di vigilanza e di bilancio
  • Membri: 751 deputati (membri del Parlamento europeo)
  • Presidente: Martin Schulz
  • Anno di istituzione: 1952 quale Assemblea comune della Comunità europea del carbone e dell’acciaio; 1962 quale Parlamento europeo, con le prime elezioni dirette nel 1979
  • Sede: Strasburgo (Francia), Bruxelles (Belgio), Lussemburgo
  • Sito web: Parlamento europeo
Il Parlamento europeo è l'organo legislativo dell'UE che è eletto direttamente dai cittadini dell'Unione ogni cinque anni. Le ultime elezioni si sono svolte nel maggio 2014.

Cosa fa il Parlamento europeo?

Il Parlamento europeo ha tre funzioni principali:

Legislazione

  • adotta la legislazione dell'UE, insieme al Consiglio dell'UE, sulla base delle proposte della Commissione europea
  • decide sugli accordi internazionali
  • decide in merito agli allargamenti
  • rivede il programma di lavoro della Commissione e le chiede di presentare proposte legislative

Supervisione

  • svolge un controllo democratico su tutte le istituzioni dell’UE
  • elegge il presidente della Commissione e approva la Commissione in quanto organo. Può votare una mozione di censura, obbligando la Commissione a dimettersi
  • concede il discarico, vale a dire approva il modo in cui sono stati spesi i bilanci dell’Unione europea
  • esamina le petizioni dei cittadini e avvia indagini
  • discute la politica monetaria con la Banca centrale europea
  • rivolge interrogazioni alla Commissione e al Consiglio
  • effettua monitoraggio elettorale

Bilancio

  • elabora il bilancio dell’Unione europea, insieme al Consiglio
  • approva il bilancio di lungo periodo dell’UE, il "quadro finanziario pluriennale".
Altre infografiche

Composizione

Il numero di eurodeputati per ogni paese è approssimativamente proporzionale alla popolazione di ciascuno di essi, secondo i criteri della proporzionalità degressiva: un paese non può avere meno di 6 o più di 96 eurodeputati e il numero totale non può superare i 751 (750 più il presidente). I gruppi parlamentari sono organizzati in base allo schieramento politico, non in base alla nazionalità.
Il presidenteCerca le traduzioni disponibili del link precedenteEN••• rappresenta il Parlamento europeo nei confronti delle altre istituzioni dell'UE e del mondo esterno e dà l'approvazione finale al bilancio dell'UE.

Come funziona il Parlamento europeo?

Il lavoro del Parlamento europeo si articola in due fasi principali:
  • commissioni - preparano la legislazione.

    Il Parlamento europeo conta 20 commissioni e due sottocommissioni, ognuna delle quali si occupa di un determinato settore. Le commissioni esaminano le proposte legislative. Gli eurodeputati e i gruppi politici possono presentare emendamenti o respingerle. Le proposte sono anche discusse all'interno dei gruppi politici.
  • sessioni plenarie – adottano la legislazione.

    In questa fase gli eurodeputati si riuniscono nell’emiciclo per esprimere un voto finale sulla proposta legislativa e gli emendamenti proposti. Di solito si svolgono a Strasburgo per quattro giorni al mese, ma talvolta vengono organizzate sessioni supplementari a Bruxelles.

Il Parlamento europeo e i cittadini

Per chiedere al Parlamento europeo di agire su una determinata questione, si può presentare una petizione (per posta oppure online).
Le petizioni possono riguardare qualsiasi tema rientri fra le competenze dell'UE.
Per presentare una petizione, occorre essere cittadini di uno Stato membro dell'UE o risiedervi. Le società o altre organizzazioni devono avere sede nell'UE.
È anche possibile contattare il Parlamento europeo mediante l'eurodeputato della propria circoscrizione o l'Ufficio informazioni del Parlamento europeo del proprio paese.

giovedì 4 aprile 2019

NONNA - ANNIVERSARIO

ANNIVERSARIO
15 aprile 1974 - 15 aprile 2019

7 giugno 1900  -  15 aprile 1974
Ciao nonna.

NONNI - ANNIVERSARIO

ANNIVERSARIO
6 aprile 1968 - 6 aprile 2019




 MARIA (MARIANGIULA)
?? ?? ???? - 6 aprile 1968


GIUSEPPE (IUFA)
21 marzo 1876 - 12 febbraio 1965



Ciao, nonni. 

ZIA -ANNIVERSARIO

ANNIVERSARIO
4 aprile 2005 - 4 aprile 2019

29/6/1926  -  4/4/2005



Ciao zia.

martedì 26 marzo 2019

GUARDA FERRARESE - ASSUNZIONE DI MARIA SS.


GUARDA FERRARESE - ASSUNZIONE DI MARIA SS.





Parrocchia dell'Assunzione di Maria Ss. in Guarda Ferrarese, Ro (Ferrara), sec. XVI

La chiesa fu eretta nel 1192 e fu soggetta alla giurisdizione ecclesiastica del vescovo di Adria fino al 1818, quando Pio VII, con bolla di ridefinizione dei confini ecclesiastici delle diocesi ricadenti in stati diversi, emessa in data 13 marzo 1818, ne decretò il passaggio alla diocesi di Ferrara.
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Dall'Annuario Diocesano 2017:
 
PARROCCHIA DELL’ASSUNZIONE DI MARIA SS.MA 
Parœcia Assumptionis Mariæ Sanctissimæ 

Già Diocesi di Adria fino 13/III/1818 - Vicariato “Sant’Apollinare Vescovo e Martire”.
Il ‘lapidem primarium’ destinato a fungere da prima pietra della chiesa venne inviato da papa Celestino III al nobile ferrarese Joculo, unitamente alla bolla del 12 febbraio 1192 con cui lo stesso papa accettava la donazione di un terreno in Guarda da parte della nobile famiglia ferrarese. 
In un manoscritto di mons. Mariano Pavani si legge: 
«La chiesa parrocchiale fu eretta nel sec. XII sotto papa Celestino III, soggetta alla Sede Apostolica come rileva la Bolla del 13 Febbraio 1192 e confermata da papa Urbano IV con Bolla del 12 Ottobre 1261. Detta chiesa appartenne fino al 1818 alla Diocesi di Adria. Dal papa Pio VII con Bolla del 13 Marzo 1818 fu unita a Ferrara. Il papa Clemente VII dietro domanda del Parroco Zilioli, istituì con Bolla del 20 Aprile 1517 nella Cattedrale di Ferrara la dignità di Canonico Tesoriere, cui fosse annessa la chiesa di Guarda. Fino all’anno 1623 portarono il titolo di Rettori e da quell’anno lo cambiarono in quello di Vicario. La costruzione dell’attuale chiesa ebbe inizio nel 1771 ed ultimata alla fine del secolo XVIII»
Si ritiene, per tradizione non documentata, sia stata disegnata dall’arch. ferrarese Antonio Foschini, mentre pare certo che il Foschini sia stato consultato per il soffitto. Il campanile apparteneva alla precedente chiesa, demolita perché pericolante e sostituita dalla attuale. Esso distava dalla chiesa circa 500 metri: crollò nel 1945 per eventi bellici e non è stato più riedificato.
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Da IL MULINO DEL PO di Riccardo Bacchelli.
Sempre, a memoria dei più vecchi, la Guarda ferrarese ha avuto, e serba a tutt'oggi una particolarità, o vogliam dire stranezza: la chiesa volta le spalle alla parrocchia e ai  parrocchiani.
La facciata, infatti, guarda al fiume, e tra il sagrato e l'argine che lì s'incurva alto e massiccio a proteggere quella punta ardita di terra in un gomito del Po, non v'è spazio da capirci un paese, per quanto minuscolo. Le case dunque, per la più parte, sono nate dietro la chiesa, verso la campagna; ma non fu sempre così, chè la punta si protendeva più lontana e più agiata nel fiume, che prendeva più larga la svolta; e c'era golena abbastanza larga e  salda da starci varie case e una fornace, anche se nelle piene grosse il fiume saliva a spegnere il fuoco nei fornelli. Era chiamata Fornace Guerra; e il vecchio limo del Po dà mattoni d'eccellente qualità. Ma per risalire a quei tempi non basta la memoria dei più vecchi. Le mappe catastali antiche segnano pezzi di terra coltivati e fabbricati, che il fiume s'è presi da tant'anni, insieme alla golena. Così dunque il grosso delle case si raggruppò dietro la chiesa, via via che il fiume serrava più da vicino; ed essa parve che le coprisse, umili, come la chioccia i  pulcini, avvistato il falco.
Ma a chi veniva da Ro e dal Ponte della Pioppa per la strada dell'argine vecchio, innanzi il gomito e la stretta del fiume, si offriva un resto della Guarda di prima: un borghetto di frusti abituri, anche più umili, acquattati fuor di mano negli orti e nei campicelli e fra piccoli boschetti di pioppi, che si chiamava, per scherzo, il Ghetto della Guarda. A questo seguiva  Piazza Vecchia, rimanenza anch'essa della Guarda d'una volta, col cadente campanile dalla base interrata. Lo si faceva risalire, questo, a tempi anche più remoti, specola militare di quando nelle acque della Polesella e delle Guarde, e di Po e di Volano, il grande artigliere Alfonso e il pugnace cardinale Ippolito da Este espugnavan le galee  dei veneziani; e ciò sa ogni lettore dell'Ariosto; o come quando alla Polesella battagliarono  per passare gli imperiali del Principe Eugenio contro i soldati del re di Francia. E lo volevan dire ancora più antico, e di molto, e che fosse un faro dei tempi in cui le lagune navigabili si sendevano fin lì. 
Da Piazza Vecchia alla chiesa ed alla Guarda nuova, s'andava per una stradetta mezza campestre, detta Via Barchessa. Rimanendo dunque il campanile discosto assai dalla chiesa, sagrestano e  campanaro, durante le funzioni, si intendevano a segnali. Sull'altro lato della Chiesa, alla destra c'è del camposanto; e non era il primo, e non è stato ultimo, poiché più tardi è stato portato più dentro terra, quasi il fiume, non contento nè stanco mai di premere e d'angariare i vivi, abbia voluto far migrare anche i morti.
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giovedì 21 marzo 2019

FERRARA - I MARTIRI DEL 1853 - FRAMMENTI DI STORIA


                          


Il 27 maggio 1852, durante la rappresentazione del ballo "La Zingara", il dott. Domenico Malagutti e lo studente di legge Gaetano Ungarelli gettarono dal loggione del teatro Comunale dei manifestini innegganti alla libertà dei popoli. Uno fra i tanti diceva:


Italia - Ungheria
Francia - Spagna - Polonia
infelici nazioni
sperate!
Una miriade di forti e generosi
sorgerà fra non molto vendicatrice.

La polizia austriaca seguita da quella pontificia iniziò subito le perquisizioni. Nella notte tra il 10 e l' 11 luglio perquisirono le abitazioni di sette cittadini i quali vennero arrestati e chiusi in fortezza. Altri arresti vennero eseguiti in seguito e nel dicembre i prigionieri erano ascesi a quarantaquattro.
Il processo finì nel gennaio del 1853. Il 15 marzo il Consiglio di guerra pronunciava dieci condanne a morte per alto tradimento. Dei condannati, sette (Vincenzo Barlaam, Aristide De Luca, Andrea Franchi-Bononi, Francesco Gandini, Camillo Mazza, Giovanni Pareschi e Gaetano Ungarelli) ebbero mutata la pena di morte in quella dei lavori forzati; agli altri tre, invece, fu confermata la condanna a morte e il 16 marzo 1853, alle sette e un quarto antimeridiane, GIACOMO SUCCI, il dott. DOMENICO MALAGUTTI  e LUIGI PARMEGGIANI, in prossimità degli spalti della fortezza, caddero colpiti dal piombo austriaco.

(cfr. Storia di Ferrara di Guido Angelo Facchini e Storia di Ferrara di Renato Jannucci)


La lapide si trova a Ferrara in Via Contrari n. 19

La lapide si trova a Ferrara in Via Boccaleone n. 2

La lapide si trova a Ferrara in Corso Porta Po n. 76/c
La lapide si trova a Ferrara in Piazza Trento-Trieste

Nella Certosa monumentale di Ferrara ci sono le tombe dei martiri:






lunedì 18 marzo 2019

FERRARA - CHIESA DI SAN PIETRO (ex)








Via Porta San Pietro che da via Saraceno porta fino all' incrocio con via XX Settembre prende il nome dalla chiesa di San Pietro e dall' antica porta urbana omonima. Chiesa parrocchiale già esistente nel X secolo ospitava il Vescovo (che dall'VIII secolo alla prima metà del XII risiedeva a  San Giorgio) quando per ragioni del suo ministero, si trasferiva sulla riva sinistra del Po. La chiesa assumeva così le funzioni della cattedrale di San Giorgio ubicata alla confluenza del Po di Volano e del Po di Primaro. La chiesa di San Pietro venne completamente trasformata nel 400 e poi nel 1530 quando a spese del suo rettore Bernardino Barbuleo fu trasferita la facciata, che un tempo era disposta ad occidente, sull' attuale via Porta San Pietro e cioè ad oriente.  Nella prima metà del seicento nonostante la vicinanza di chiese di un certo rilievo più di quattrocento "anime" anime facevano riferimento la piccola parrocchia di San Pietro. Chiusa come tante altre chiese a seguito delle soppressioni napoleoniche la chiesa di San Pietro fu venduta nel 1811. Nel tempo cambiò più volte proprietari e fu utilizzata come magazzino, sala da ballo, cinematografo specializzato in film a luci rosse. Sul fianco dell'ex chiesa di San Pietro, lungo via Spilimbecco, si nota la lapide posta dalla Ferrariae  Decus che, oltre a rammentare l'antichità dell'antico edificio di culto e le vicissitudini che lo coinvolsero ricorda il restauro del 1941.
 Per saperne di più si consiglia il libro:

mercoledì 13 marzo 2019

ANGELINI CASALE ROSA - FRAMMENTI DI STORIA








Angelini Casale Rosa


Nome: Rosa
Cognome: Angelini Casale

Luogo e data di nascita: Ferrara, 13 maggio 1824
Luogo e data di morte: Ferrara, notte fra 3 e 4 ottobre 1891

Attività: Fruttivendola, vivandiera

Luoghi abitati:           Ferrara
Alla nascita in via Ariosto, di fronte al convento di Santa Lucia
Via Boccaleone dal 1872 al 1891

Nel quartiere Giardino-Arianuova di Ferrara i nomi di alcune strade sono dedicati a donne vissute nella città durante l’Ottocento. Una di queste ricorda Rosa Angelini, “patriota”.
Figlia di Francesco e di Daria Freddi, Rosa visse sempre a Ferrara dove teneva un banco di frutta e verdura presso il mercato delle Erbe, nell'attuale piazza Trento-Trieste. Aveva cominciato a lavorare all'età di sette anni, aiutando la madre che teneva un banco di fiori presso il mercato. Nel 1843 sposò Ercole Casale – reduce dal servizio militare presso i Dragoni del Papa Gregorio XVI – che avrebbe lavorato con lei, allo stesso banco di frutta e verdura, per tutta la vita. Ebbe quindici parti, ma solo tre dei figli sopravvissero, due maschi e una femmina, Ginevra, morta all'età di 19 anni.
Rosa visse con entusiasmo i cambiamenti politici che avvenivano nella società ferrarese e festeggiò, come tanti, nel 1861, la proclamazione del Regno d'Italia.
Nel 1866 chiese ed ottenne di partecipare, come vivandiera del 9° Reggimento volontari italiani, alle campagne del 1866, “[…] dando anche prova di coraggio veramente virile e di cuore ben fatto in più di una peripezia”, come si attesta nel fascicolo a suo nome conservato in Archivio Comunale.
Le sue condizioni economiche non furono mai prospere. Lo testimoniano, fra l’altro, alcuni episodi. Nel 1872, insieme al marito, chiese un contributo economico al Comune per sostenere le spese delle cure necessarie al figlio ammalato. E nel 1880 avviò la richiesta, al Ministero della guerra, di un sussidio economico. Nella documentazione allegata alla domanda, Guido Benazzi e Giuseppe Frassoldati, esponenti del Risorgimento ferrarese, dichiaravano che Rosa aveva fatto parte “ quale vivandiera del 9° Reggimento volontari italiani nella campagna del 1866”. E in un certificato di buona condotta, rilasciato dal Comune in data 25 giugno 1882, si legge: “si attesta la povertà della petente”. Il 21 dicembre 1882 il Ministero della guerra restituiva tutta la documentazione scrivendo: “La domanda di sussidio testé inoltrata a questo Ministero dalla fruttivendola Angelini Rosa costì dimorante non può essere favorevolmente accolta poiché, seconde le norme in vigore, la postulante non ha titolo ad ottenere sussidi sul bilancio della guerra. Si prega pertanto V.S. di volerne rendere informata la postulante medesima per opportuna sua norma restituendole gli uniti documenti”.
Il figlio di Rosa, Nemesio, rese omaggio alla madre scrivendo nel dicembre 1911 un breve profilo biografico. La ricorda come una “bella donna, alta e di virile presenza”, molto legata ai figli, tanto che la loro partenza per il Brasile ne affrettarono la morte. Scrive Nemesio: “l'esilio volontario dei figli, fu la causa repentina della sua morte, moriva di crepacuore e di dolore”.
I funerali furono imponenti. Vi parteciparono i reduci garibaldini “con bandiere e fanfare”; sul suo feretro fu posta la camicia rossa con le tre decorazioni che le erano state conferite per i servigi nell'esercito e il relativo berretto rosso; sessanta donne con torce accese precedevano il carro funebre.

La foto e le notizie di cui sopra sono tratte da:
Angelini Casale Rosa - UDI Ferrara

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Per ulteriori notizie: http://www.listonemag.it/2014/06/08/rosa-angelini-tra-leggenda-e-verita/
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Alla sua morte, i ferraresi le dedicarono una lapide tombale che così recita: 
ROSA   ANGELINI
GENEROSA POPOLANA
PRESE PARTE ALLA GUERRA DEL 1866
VIVANDIERA NEL 9° REGGIMENTO
DUCE GARIBALDI
PER ATTI INSIGNI DI VALORE
MILITARE E CIVILE
ONORATA DI TRE MEDAGLIE
MORI IL 4 OTTOBRE 1891
DI ANNI 67

La sua tomba si trova nella Certosa di Ferrara ed è posta di fronte a quelle di Succi, Parmeggiani e Malagutti, i tre patrioti mazziniani fucilati dagli austriaci nel 1853.