martedì 11 agosto 2020

DE MARSICO ALFREDO

 Sala Consilina (Salerno) - 29 maggio 1888

Napoli - 8 agosto 1985

All'entrata dell'Italia nella prima guerra mondiale DE MARSICO, che era stato riformato, rinunziò al congedo; destinato come sottotenente ai servizi sedentari, svolse propaganda patriottica con conferenze su Garibaldi e Cavour e manifestò grande ammirazione per D'Annunzio e calda simpatia per Salandra. Su posizioni liberali di destra (fin da giovanissimo aveva fondato ad Avellino un circolo liberale), si presentò senza successo alle elezioni del 1919 come candidato antinittiano. Nella crisi del dopoguerra, turbato dalla prospettiva di una rivoluzione socialista, salutò con favore il sorgere del fascismo quale restauratore dell'Ordine e dell'autorità dello Stato, convinto, come gran parte del mondo politico liberale, che esso rappresentasse un necessario momento di illiberalismo. La sua adesione al fascismo era destinata a crescere, fino alla seconda metà degli anni Trenta, parallelamente all'influenza che anche sulla sua forte personalità esercitava il mito del duce. 

Deputato per la circoscrizione di Napoli nelle elezioni del 6 aprile 1924 (era stato De Nicola ad inserirlo nel cosiddetto "listone", dopo averne parlato con Mussolini),  si fece luce al Consiglio nazionale del partito fascista del 5 agosto con un discorso sulla necessità di elaborare una legislazione fascista: l'indomani fu chiamato a far parte del Direttorio, e da questo nominato, insieme con G. Masi, proprio rappresentante presso la Commissione per lo studio delle riforme legislative. Alla Camera fece parte di varie commissioni: per la riforma del codice penale, di cui fu relatore, e del codice di procedura penale; per la riforma dell'ordinamento giudiziario e della legge elettorale; per l'esame del progetto di legge sul Gran Consiglio. Dal 1939 al 1943 fu membro del Consiglio della corporazione delle professioni e delle arti, in rappresentanza degli avvocati e procuratori, nonché preside della provincia di Avellino. La direzione del Partito nazionale fascista lo aveva anche incaricato di difendere, in famosi processi come quello per l'omicidio di don Giovanni Minzoni, svoltosi a Ferrara nel 1925, i camerati imputati dei delitto. 

ll 5 febbraio 1943  fu nominato ministro di Grazia e Giustizia, nel vano "cambio della guardia" governativo deciso da Mussolini per risollevare il fronte interno. La nomina lo sorprese: "liberale del fascismo", secondo l'espressione di Mussolini , fin dall'inizio era stato inviso ai settori estremisti del regime, precludendosi possibilità di ascesa ad incarichi ministeriali.

Di notevole rilievo fu il ruolo svolto da  nelle vicende che culminarono, il 25 luglio, nel voto di sfiducia a Mussolini da parte del Gran Consiglio del fascismo. Da mesi egli era in contatto col ministro delle Comunicazioni, V. Cini, col quale studiò le possibilità materiali per la prosecuzione della guerra. Dinanzi alle disastrose risultanze delle loro indagini, richiese con energia a Mussolini una compiuta relazione sulla situazione militare. Fu nella seduta del Consiglio dei ministri del 19 giugno 1943 che Cini pronunziò la sua famosa requisitoria a favore della ricerca della pace. Alla secca risposta del duce, sintetizzata nell'alternativa "vincere, o cadere a fianco della Germania", DE MARSICO replicò sostenendo che "se la situazione fosse stata insostenibile, poiché i popoli non hanno diritto di suicidarsi, sarebbe stato doveroso ... scegliere una via onorevole per non immolarsi al sacrificio" . Nelle settimane successive fu, con G. Bottai e L. Federzoni, il più vicino a D. Grandi e rivide, da un punto di vista giuridico, la stesura dell'ordine del giorno che questi andava elaborando, fondato sul "ritorno allo Statuto" e di conseguenza sull'appello al re Vittorio Emanuele III perché riassumesse il comando supremo delle forze armate. Nel suo discorso nella riunione del Gran Consiglio, la notte del 24-25 luglio 1943, ribadì, "interrotto continuamente da Farinacci che gli grida "tu sei un democratico, tu sei un liberale!"" (Grandi, p. 257), la "frattura tra Partito e Nazione; la necessità costituzionale dell'appello al Re; il transito inevitabile da questo appello a un superamento del Regime" (25 luglio 1943. Memorie..., pp. 92 s.). Condannato a morte in contumacia, il 10 gennaio1944, nel processo a Verona della Repubblica sociale italiana contro i diciannove firmatari dell'ordine del giorno Grandi,  subì poi le conseguenze dei procedimenti epurativi avviati dal "Regno del Sud", che lo allontanarono dall'attività forense, per quattro anni e dall'insegnamento universitario per sette.

Reintegrato nei propri diritti, svolse ancora, per molti anni, un'intensa attività didattica e professionale. Fino agli inizi degli anni '80, fu ammirato protagonista dei più noti processi, come quello Ippolito, il segretario generale del Comitato nazionale per l'energia nucleare accusato di peculato, falso ideologico, abuso di ufficio, interesse privato in atti di ufficio (in questo processo, svoltosi a Roma nel 1964, fu tra i difensori degli altri imputati di concorso nei suddetti reati); quello Nigrisoli, il medico imputato di uxoricidio, che egli accusò, come patrono di parte civile, in una memorabile arringa (Bologna 1965); quello Pignatelli, un meridionale imputato di omicidio in una rissa, che egli difese (Bologna 1979). A novantatré anni, nell'ottobre del 1980, fu difensore di Izzo nel processo per omicidio e stupro. Il D. non aveva mancato di reimpegnarsi anche sul piano più strettamente politico. Eletto senatore nel 1953 come indipendente nella lista monarchica di A. Lauro per la circoscrizione di Avellino-Sala Consilina, ma non rieletto nel 1958, continuò a testimoniare la propria fede in una tradizione nazionalistica ormai spenta con conferenze sull'italianità di Trieste, su Elena di Savoia, sul centenario dell'Unità d'Italia. All'inizio degli anni '70 su IlRoma, Il Giornale d'Italia e Il Tempo condusse battaglie contro la politicizzazione della magistratura (minaccia - a suo avviso - della sua indipendenza) e contro il terrorismo, per combattere il quale proclamò, agli inizi degli anni '80, l'esigenza del ritorno ad uno Stato forte. Nei suoi scritti e ricordi, conservò ammirazione per Mussolini e per il fascismo, lamentando il tramonto del senso dello Stato e della tradizione, causato dal "minaccioso affermarsi di miti che hanno a protagonisti la massa" (Eventied artefici, 1965, p. XX).

Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/alfredo-de-marsico_%28Dizionario-Biografico%29/

 

lunedì 10 agosto 2020

DE BONO EMILIO


Cassano d'Adda - 19 marzo 1866

Verona - 11 gennaio 1944

Nacque a Cassano d'Adda, in provincia di Milano, il 19 marzo 1866 da Giovanni ed Emilia Bazzi. La sua famiglia, di origine lombarda, aveva "penato sotto il giogo austriaco" e tutti avevano combattuto nelle guerre d'Indipendenza (E. De Bono, Laguerra..., p. 302).

Fece parte del gruppo che chiese a Mussolini la riunione del Gran Consiglio e nella seduta del 25 luglio 1943 fu il primo a parlare dopo il duce. Il suo discorso era centrato principalmente sulla condizione delle forze armate e sulla difesa dell'operato dell'Alto Comando, e non avanzò alcuna richiesta diretta alla destituzione di Mussolini.

Il suo discorso risentiva dei clima fortemente teso che caratterizzò quella seduta ed egli stesso apparve "confuso" e privo di concentrazione (C. Scorza, La notte..., p. 38). Prese la parola una seconda volta e dette poi il primo voto favorevole all'o.d.g. Grandi, segnando in tal modo il suo destino.

Fino all'arresto, che avvenne il 4 ott. 1943,  godé di larga autonomia e libertà e visitò persino il ministero della Guerra. Fino al gennaio del 1944 rimase a Cassano d'Adda; fu poi trasferito a Verona, ma rimase separato dagli altri prigionieri. La sua difesa si svolse in due tempi: nell'interrogatorio preliminare, avvenuto in dicembre, affermò che non sì era mai occupato di politica e rifiutò decisamente la qualifica di traditore, una seconda volta il vecchio generale, che vestiva l'uniforme e le decorazioni, si presentò davanti al tribunale straordinario speciale con gli altri "colpevoli" di aver firmato l'ordine del giorno Grandi. De Bono ricordò, in quest'occasione, i servizi che aveva prestato al fascismo e giurò fedeltà a Mussolini. Il processo si chiuse con la sentenza di morte per tutti i principali imputati.

Nei mesi che precedettero il suo arresto  aveva pensato di fuggire all'estero, di abbandonare la sua casa e la sua patria; come militare riteneva di dover rimanere a salvaguardare il suo onore, non riuscì mai a capire la situazione politica e in fondo pensava che Mussolini non avrebbe permesso che gli facessero alcun male.

Nella sua ultima lettera alla famiglia riaffermò l'onestà della sua vita e del suo nome; la mattina dell'esecuzione, l'11 gennaio 1944 a Verona, acconsentì, dopo una certa insistenza, a farsi bendare e morì gridando "Viva l'Italia".

 Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/emilio-de-bono_%28Dizionario-Biografico%29/ 

 

venerdì 31 luglio 2020

CIANO GALEAZZO

CIANO GALEAZZO

Livorno 18 marzo 1903
Verona 11 gennaio1944

Nacque a Livorno il 18 marzo 1903. Figlio dell'Ammiraglio Costanzo Ciano, medaglia d'onore nella 1° guerra mondiale. Nell'ottobre del 1922 partecipò alla marcia su Roma. Dopo aver lavorato nel campo del giornalismo, nel 1925 entrò in politica. Tra i primi incarichi ci fu quello di ambasciatore a Peking,  Rio de Janiero e Buenos Aires. Nel 1930 sposò  Edda,  figlia di Benito Mussolini. Pilota volontario dello squadrone di bombardieri "La Disperata" durante la guerra in Etiopia (1935), fu decorato con due medaglie d'argento al valore di guerra. Nel giugno di 1936  fu nominato ministro degli esteri, incarico che  mantenne fino alla fine di febbraio del 1943. Il 22 maggio 1939 firmò assieme a Ribbentrop, ministro degli esteri tedesco, il " Patto d''Acciaio" tra Italia  e Germania. In principio Ciano fu tra i fautori dell'asse con i tedeschi, ma dopo la riunione a Saltzburg nel 1939 con Hitler e Ribbentrop, cominciò ad opporsi alla loro politica di guerra. Quando la Germania invase la Polonia, riuscì a convincere Mussolini a dichiarare lo stato di "non-belligeranza".  Ma quando il 10 giugno del '40 Mussolini dichiarò guerra a Francia e Inghilterra, Ciano continuò a servirlo con zelo. Nel '42, però, cominciò a dubitare sulla possibilità di vincere la guerra; l'anno dopo fu sollevato dalla carica di ministro degli esteri e designato ambasciatore. Il 24 luglio del '43, alla riunione del Gran Consiglio del fascismo,  fu tra i sostenitori della mozione Grandi, che portò alla caduta di Mussolini. Si trasferì con la famiglia in Germania, nella speranza di poter trovare ospitalità  in Spagna. Dopo l'armistizio e la costituzione della Repubblica Sociale, fu arrestato e tradotto nelle carceri di Verona. Processato davanti al tribunale speciale per alto tradimento, fu condannato a morte e fucilato il 11 gennaio 1944 a San Procolo vicino a Verona. La moglie tentò invano varie volte di salvargli la vita. Mussolini non intervenne.

Link:
http://www.treccani.it/enciclopedia/galeazzo-ciano_(Dizionario-Biografico)/ 

https://it.wikipedia.org/wiki/Galeazzo_Ciano

http://www.storiaxxisecolo.it/fascismo/fascismo12e.htm

ALBINI UMBERTO

 ALBINI UMBERTO

Portomaggiore (Fe), 26 agosto 1895
Roma, 28 novembre 1973 

Laureato in Scienze politiche e sociali, prese parte alla prima guerra mondiale come tenente di fanteria. Dopo l'iscrizione al PNF nel 1921 e la partecipazione alla marcia su Roma, fu nominato questore di La Spezia dal 1923 al 1925 e prefetto di diverse città, tra le quali Teramo (1925), Taranto (1926), Bari (1928), Palermo (1929), Genova (1933) e Napoli (1941).
Console generale della MVSN, nel 1943 divenne Consigliere nazionale della Camera dei fasci e delle corporazioni in quanto nominato sottosegretario agli interni del governo Mussolini, dal febbraio al luglio 1943.
Partecipò come invitato alla seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943 e votò a favore dell'ordine del giorno Grandi. Fu condannato a morte in contumacia dal tribunale di Verona. 

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Albini_(politico)

25 LUGLIO 1943


L'Ordine del giorno Grandi - 25 luglio 1943

domenica 26 luglio 2020

CIANETTI TULLIO

CIANETTI TULLIO

Assisi 1899
Maputo, 7 agosto 1976

Nacque ad Assisi nel 1899, partecipò alla Grande guerra e si iscrisse al Partito nazio­nale fascista nel 1921. Dopo avere fondato il fascio della sua città e partecipato alla marcia su Roma, divenne sindacalista e fece una carrie­ra abbastanza rapida. Verso la metà degli anni Venti era il principale sindacalista fa­scista dell’Umbria, e dieci an­ni dopo, nel 1934, era già presidente della Confedera­zione nazionale dei sindaca­ti. Nel sistema corporativo i sindacalisti potevano essere contemporaneamente al go­verno e Cianetti divenne co­sì, in quello stesso anno, sot­tosegretario al ministero del­le Corporazioni. Era insom­ma un fascista di sinistra, molto vicino alle posizioni anticapitaliste del filosofo Ugo Spirito sulla «corpora­zione proprietaria», la for­mula che avrebbe permesso di pubblicizzare le imprese e di realizzare una sorta di fu­sione tra capitale e lavoro. Dette una prova delle sue convinzioni dopo gli sciope­ri di Milano e Torino del­l’aprile e del marzo 1943 quando denunciò le infiltra­zioni comuniste, ma sosten­ne la causa degli aumenti sa­lariali. Nel giugno, dopo es­sere diventato ministro del­le Corporazioni, sottopose a Mussolini un decreto legge che prevedeva la gestione speciale delle imprese di par­ticolare importanza bellica. Il presidente del Consiglio di amministrazione sarebbe stato designato dalla Confe­derazione generale dei dato­ri di lavoro, ma la Confedera­zione dei lavoratori avrebbe designato un sindaco e un terzo degli amministratori. Il provvedimento piacque al capo del governo, ma susci­tò l’opposizione dei ministri più conservatori fra cui quel­lo di Grazia e giustizia. Per non aggiungere altre difficol­tà a quelle che già stava af­frontando, Mussolini preferì accantonarlo, ma promise a Cianetti che lo avrebbe fir­mato in ottobre. In un certo senso, con la fondazione del­la Repubblica sociale man­tenne, almeno sulla carta, la sua promessa.
Notizie tratte da:


Al fine di evitare eventuali processi e condanne, si rifugiò nell'allora Mozambico portoghese, dove riuscì per lungo tempo a far perdere le sue tracce. Morì a Maputo, già Lourenço Marques, nel Mozambico da poco diventato indipendente in seguito alla Rivoluzione dei Garofani. 

Per approfondire:
https://it.wikipedia.org/wiki/Tullio_Cianetti

BOTTAI GIUSEPPE

BOTTAI GIUSEPPE

Roma 1985
Roma 1959

Nato a Roma nel 1895 da una famiglia con una salda tradizione politica (il padre Luigi era un repubblicano, mentre lo zio Alfredo, trasferitosi a Parma, frequentava i socialisti e i sindacalisti rivoluzionari tra cui un giovane Benito Mussolini), Giuseppe Bottai conseguì la maturità classica presso il Liceo Tasso e si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Interruppe gli studi per poter partire volontario, come soldato semplice, allo scoppio della Prima guerra mondiale. In poco tempo divenne ufficiale negli arditi e venne ferito in battaglia, cosa che gli fece conferire una medaglia di bronzo al valore militare.
Il 24 luglio 1943 aderì all’Ordine del giorno Grandi, che mise in minoranza Mussolini
Dopo la destituzione del duce Bottai fu costretto a vivere qualche mese nascosto in un convento a Roma. Visto il suo “tradimento” venne condannato a morte in contumacia nel 1944 durante il Processo di Verona dal tribunale della neocostituita Repubblica sociale italiana. Si arruolò con il consenso delle autorità politiche francesi, con lo pseudonimo Andrea Battaglia, nella Legione straniera e combatté contro i tedeschi dallo sbarco in Provenza fino ad arrivare in Germania. Rimarrà nella legione fino al 1948, quando venne congedato come sergente. Dopo l’amnistia Togliatti, la condanna all’ergastolo per le imputazioni post belliche connesse alla partecipazione avuta nella costituzione del regime fascista cadde e nel 1951 tornò in Italia. Fondò nel 1953 la rivista “ABC” di cui fu il direttore fino alla morte, avvenuta a Roma nel gennaio 1959.

Notizie tratte da:
http://www.montesca.eu/dbm/bottai-giuseppe/

BIGNARDI ANNIO

BIGNARDI ANNIO

Bondeno - Stellata Po (Fe) 18 aprile 1907
Ferrara  giugno 1985

 E' stato un politico e dirigente sportivo italiano. Nel 1941 divenne presidente della Confederazione fascista dei lavoratori dell'agricoltura. Nella riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943 votò a favore dell'ordine del giorno Grandi. 
Fu condannato a morte in contumacia dal tribunale di Verona.
Nel dopoguerra ha ricoperto cariche in associazioni sportive dopo essere stato, dal 1939 al 1941, presidente della SPAL. 

Notizie tratte da:
https://it.wikipedia.org/wiki/Annio_Bignardi

BASTIANINI GIUSEPPE

BASTIANINI GIUSEPPE

Perugia 8 marzo 1899
Milano 17 dicembre 1961

...........Dall'agosto 1922 in poi Bastianini ebbe parte notevole nella preparazione della "marcia su Roma"; a Roma il 29 settembre fu tra i pochi capi fascisti informati da Mussolini della prossima insurrezione; il 24 ottobre a Napoli - dove si trovava per il congresso del S. Carlo - partecipò alla riunione ristrettissima all'Hótel Vesuvio, nel corso della quale Mussolini, i quadrumviri e i tre vicesegretari del partito approvarono il piano definitivo della insurrezione stessa. Da Napoli, la sera del 25,  raggiunse Perugia, scelta a sede del comando generale della "marcia", con l'ordine per i fascisti locali di occupare nella notte tra il 27 e il 28 la città. Da Perugia il 28 e il 29 lanciò, con altri esponenti fascisti locali, due proclami ai cittadini di Perugia e umbri in genere, per invitarli col primo a riconoscere l'autorità dell'esercito, che aveva assunto i poteri, e, col secondo, dopo l'invito del re a Mussolini a formare il govemo, per annunciare la vittoria fascista.
L'11 giugno 1936 Mussolini riorganizzò il ministero degli Affari esteri; al posto del "duce", che sino allora aveva retto personalmente il dicastero, fu chiamato Galeazzo Ciano, cui fu affiancato, come sottosegretario, il Bastianini.
Dichiarata dall'Italia, il 10 giugno 1940, la guerra all'Inghilterra e alla Francia,  rientrò in Italia a disposizione del ministero. Nell'inverno 1940-41 (nel frattempo, dal marzo 1939, era stato nominato consigliere nazionale alla Camera dei fasci e delle corporazioni) partecipò alle operazioni militari sul fronte, greco-albanese guadagnandosi una decorazione al v.m. Infine, conquistata con l'aiuto dei Tedeschi la Iugoslavia, il 7 giugno 1941 fu nominato governatore della Dalmazia e poco dopo ispettore del partito per le province dalmate. Come govematore,  si dimostrò nel complesso uomo capace e realista, alieno da inutili violenze, disposto, quando possibile, ad aiutare le popolazioni locali e gli ebrei. In particolare nell'anno e mezzo che fu in Dalmazia si rese direttamente conto della gravissima situazione militare in cui si trovavano le forze armate italiane nei Balcani, dei metodi dei Tedeschi e della difficoltà di trattare con essi. Un'esperienza questa che gli riuscì preziosa quando, il 6 febbraio 1943, fu improvvisamente noininato da Mussolini, che, licenziato Ciano, riassunse personalmente la direzione della politica estera, sottosegretario agli Affari Esteri.  
In questo frangente  fu tra coloro che il 16 luglio si recarono da Mussolini per indurlo a fare qualcosa, ottenendo la convocazione del Gran Consiglio, e nei giorni immediatamente successivi si schierò sulle stesse posizioni di Dino Grandi. Alla seduta del Gran Consiglio della notte del 24-25 luglio 1943 , che giuridicamente non faceva più  parte da oltre un quindicennio di quel supremo organo fascista e costituzionale, intervenne come invitato; ciononostante vi prese la parola. Constatata l'esistenza di una profonda frattura tra il paese e il partito fascista, sostenne - conformemente all'o.d.g. Grandi, che poi votò la necessità di "sostare un momento nella sfera ideologica e accantonarla per far fronte-al nemico con tutte le forze dello spirito nazionale", investendo personalmente il re dell'effettivo comando delle forze armate.
............sapendosi ricercato dalla questura di Perugia, si diede alla macchia, rifugiandosi in Toscana. Da qui verso la fine dell'anno - essendo ricercato dalla Repubblica sociale per essere processato con gli altri "traditori" del 25 luglio (dal Tribunale speciale straordinario di Verona - davanti al quale fu esibita una lettera-memoriale da lui scritta il 9, nov. 1943 a Mussolini per spiegare il suo voto in sede di Gran Consiglio - fu condannato a morte in contumacia il 10 gennaio 1944) espatriò clandestinamente in Svizzera, donde, nell'aprile successivo, rientrò in Italia, sempre clandestinamente, per rifugiarsi in Calabria.
Terminato il conflitto, nel novembre 1947 fu sottoposto a giudizio dalla Corte d'Assise speciale di Roma e assolto e così pure dalla Commissione per le sanzioni contro il fascismo; una richiesta iugoslava per processarlo come "criminale di guerra" non ebbe seguìto; nel gennaio 1961, in seguito all'accettazione da parte dei Consiglio di Stato di un suo ricorso fu collocato a riposo dal ministero degli Affari Esteri con le indennità di ambasciatore.
Negli, ultimi anni della sua vita  fu amministratore delegato della SIACE, (Società industriale agricola per la produzione di cellulosa da eucalipto), operante in Sicilia. Nel 1959 pubblicò a Milano un volume di memorie, Uomini, cose, fatti, parzialmente anticipate in Settimo giorno (13 marzo-1° maggio 1958).

Notizie tratte da:
http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-bastianini_(Dizionario-Biografico)/

BALELLA GIOVANNI

Giovanni Balella 

Ravenna, 12 luglio 1893
Ravenna, 20 gennaio 1988








 

..............Laureatosi in scienze economiche e commerciali, divenne Libero docente di diritto del lavoro all'Università di Roma e successivamente presso l'Università di Firenze diresse la Scuola di perfezionamento degli studi corporativi. Ricoprì incarichi nei consigli di amministrazione di alcune società industriali, finanziarie ed assicurative, svolgendo il ruolo di presidente della società Sviluppo, una delle principali della Borsa di Milano; partecipa al Consiglio di amministrazione di numerose società industriali, finanziarie e assicurative.
La carriera di Giovanni Balella si svolse principalmente in Confindustria, ininterrottamente dal 1919 al 1943, dove per 7 anni, dal 1936 al 1943 ricoprì l'incarico di direttore generale, durante la presidenza di Giuseppe Volpi. Il 30 aprile 1943 fu eletto Presidente della Confindustria e pertanto come tale chiamato a sostituire il conte Giuseppe Volpi nel Gran Consiglio del Fascismo. Nella notte del 25 luglio votò l'ordine del giorno Grandi, contribuendo a determinare la caduta di Benito Mussolini. Fu condannato a morte nel processo di Verona, ma in contumacia, poiché era riuscito a riparare in Svizzera grazie a un passaporto falsificato fornitogli dal ministro dell'Interno Guido Buffarini Guidi.
Contribuì poi alla ricostituzione della Confederazione degli industriali, per la quale ricoprì il ruolo di responsabile dei rapporti esterni, occupandosi anche del rilancio del quotidiano romano «Il Giornale d'Italia». Balella infatti creò la Stec (Società tipografico-editoriale capitolina) e diede il via alla costruzione della nuova sede del giornale, dopo aver acquistato un'area edificabile a piazza Indipendenza, in zona Castro Pretorio.
Successivamente prese il posto di Furio Cicogna al CNEL, in rappresentanza della Confindustria, e continuò ad occuparsi del settore delle Fibre chimiche, ricoprendo sia ruoli nell'associazione industriale del settore sia nelle società operative, in particolare nella Italviscosa e nella Chatillon. 

Notizie tratte da:
https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Balella 

ALFIERI EDOARDO detto DINO

ALFIERI EDOARDO detto DINO

Bologna, 8 dicembre 1886
Milano, 2 gennaio 1966

..............I dispacci che inviò dalla capitale del Terzo Reich nel corso del conflitto furono sempre improntati all'ottimismo - cosa di cui Ciano si lagnò nei suoi Diari - fino all'ottobre del 1942, quando iniziò un mutamento di rotta. Membro del Gran Consiglio del Fascismo, nella storica seduta del 25 luglio 1943 votò favorevolmente all'ordine del giorno Grandi, che mise Mussolini in minoranza e causò la fine del regime. Temendo rappresaglie naziste, non tornò più a Berlino ed il 31 luglio il nuovo Ministero degli Esteri Raffaele Guariglia accettò le sue dimissioni da ambasciatore.
Alfieri si nascose inizialmente a Milano ma, con la nascita della Repubblica Sociale Italiana, per evitare ritorsioni fuggì in Svizzera, entrando dal valico di Astano grazie ai contatti del parroco don Isidoro Marcionetti. Condannato a morte in contumacia nel processo di Verona il 10 gennaio 1944, venne collocato a riposo come ambasciatore il 1º agosto dello stesso anno (il regime di Salò aveva preso analoga decisione il 5 novembre 1943).
Nel dopoguerra venne deferito presso l'Alta corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo, ma il 12 novembre 1946 fu prosciolto in istruttoria "perché la sua azione non integrava i termini del reato rispetto all'accusa maggiore e per amnistia per quelle minori". Uguale sorte ebbe, il 6 febbraio 1947, il procedimento dinanzi alla Commissione per l'epurazione del personale del ministero degli Esteri; in entrambi i casi decisivo per l'assoluzione di Alfieri fu il comportamento di Alcide de Gasperi che, chiamato dal tribunale ad esprimere un parere, scrisse:
«Certo è, in linea generale, esatto che l'Alfieri, che di politica estera era peraltro digiuno e che non possedeva le qualità necessarie ad un mestiere che gli era completamente nuovo, fu germanofilo; che fu per questo designato dai tedeschi come persona gradita; che si adoperò, nella sua veste di ambasciatore, a rafforzare le relazioni tra Roma e Berlino. È peraltro anche esatto che, nel corso della guerra, tali suoi sentimenti e propositi subirono oscillazioni varie, come, tra l'altro, il diario Ciano documenta. L'Alfieri, fu comunque in questa, come nelle altre sue capacità, al di sotto della mediocrità. Sarebbe certamente sopravalutarlo, attribuirgli responsabilità di decisione o di iniziativa in materia di politica estera, che indubbiamente non ebbe.»
(Alcide de Gasperi)
Nel 1947 Alfieri tornò in Italia e un anno dopo pubblicò il libro Due dittatori a fronte (ovvero Benito Mussolini e Adolf Hitler). Pensionato come ambasciatore, negli anni cinquanta Alfieri aderì al Partito Nazionale Monarchico ed ebbe presidenze in organismi economici a carattere internazionale. Riposa in un’edicola Bonomi nella necropoli del Cimitero Monumentale di Milano. 

Notizie tratte da:
https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Alfieri 

ACERBO GIACOMO

ACERBO GIACOMO
25 luglio 1888 - Loreto Aprutino
9 gennaio 1969 - Roma

...............Nel 1935 venne eletto alla presidenza dell'Istituto internazionale dell'agricoltura, che resse fino al 1943. Continuò inoltre ad influire nella vita politica italiana come membro sia del Gran Consiglio del fascismo, sia della Camera dei deputati, della cui trasformazione in Camera dei Fasci e delle Corporazioni fu relatore nel 1938.
Partecipò alla seconda guerra mondiale, richiamato alle armi su domanda nel 1940 e destinato, come colonnello di Stato Maggiore, prima sul fronte alpino, poi su quello balcanico.
Il 6 febbraio 1943 venne nominato ministro delle Finanze. Il 25 luglio 1943 votò l'ordine del giorno Grandi nella storica seduta del Gran Consiglio del fascismo.
Dopo l'8 settembre 1943, riparato in Abruzzo e condannato a morte in contumacia il 10 gennaio 1944 dal Tribunale speciale straordinario di Verona della Repubblica sociale,  trascorse alcuni mesi alla macchia fino alla Liberazione. Catturato dalla polizia e dai partigiani abruzzesi a seguito di una delazione, venne sottoposto a giudizio dell'Alta Corte di giustizia, istituita con il d. l. luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159, imputato per la sua attività di organizzatore delle squadre e di promotore della marcia su Roma, per esser stato promotore e responsabile degli atti che avevano sovvertito il regime costituzionale e mantenuto in vita il fascismo, per aver tradito e compromesso le sorti del paese portandolo alla catastrofe: scampò la pena di morte, ma fu condannato a quarantotto anni di reclusione con sentenza del gennaio 1945, estromesso dall'insegnamento e recluso a Procida. Il 27 luglio 1947 la Corte suprema di cassazione, a sezioni unite, annullò la condanna e ciò preluse alla sua riabilitazione: ad opera della Commissione provinciale per le sanzioni contro il fascismo, fu riammesso al voto il 15 aprile 1948; su conforme decisione del Consiglio di Stato, fu riammesso all'insegnamento universitario nel 1951.
Nel 1953 fu candidato in Abruzzo al Senato per il Partito nazionale monarchico e nel 1958, sempre in Abruzzo, per il Partito monarchico popolare: in entrambe le occasioni senza successo. Morì a Roma il 9 gennaio 1969.

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sabato 18 luglio 2020

PER CHI SUONA LA CAMPANA - FOR WHOM THE BELL TOLLS

PER CHI SUONA LA CAMPANA
FOR WHOM THE BELL TOLLS

Nessun uomo è un' Isola, intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente, una
parte della Terra. Se una zolla viene portata
dall' onda del Mare, l' Europa ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica, o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce, perchè io 
partecipo dell'umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi
suona la campana: Essa suona per te.

                               John Donne  (1573-1651)

No man is an island, whole in itself.
Each man is a piece of the Continent, one
part of the Earth. If a sod is brought
from the wave of the Sea, Europe has diminished,
as if a Promontory had been in its place,
or a friendly mansion, or your own house.
Every human death diminishes me, because I do
I participate in humanity.
And so never send to ask for whom
the bell rings: It rings for you.

mercoledì 24 giugno 2020

DUE BANCHIERI NELLA RESISTENZA ROMANA - RAFFAELE MATTIOLI E STEFANO SIGLIENTI

DUE BANCHIERI NELLA RESISTENZA ROMANA 

RAFFAELE MATTIOLI E STEFANO SIGLIENTI 
 


Abbiamo completato sul sito piazzascala.it il libro dell’Archivio Storico “Due banchieri nella Resistenza Romana: Raffaele Mattioli e Stefano Siglienti” ; ritenendo di fare cosa gradita, abbiamo pensato di inviarlo via mail agli ex Comit; cliccate sul link sottostante per visualizzare l’indice:

 http://www.piazzascala2018.altervista.org/mondocomit/fatti/libro/index.html

Piazzascala.it

Lavoro molto interessante. 32 pagine piene di storia. 

NonnoKucco, ex Comit

mercoledì 10 giugno 2020

10 GIUGNO 1924 - UCCISIONE DI GIACOMO MATTEOTTI

 

Giacomo Lauro Matteotti 

(Fratta Polesine, 22 maggio 1885 – Roma, 10 giugno 1924 - anni 39)

Genitori:  Girolamo Stefano Matteotti (1839-1902) e Elisabetta Garzarolo (1851-1931), detta Isabella


10 GIUGNO 1924 - UCCISIONE DI GIACOMO MATTEOTTI

Giacomo Matteotti fu aggredito da un gruppo di persone guidate da Amerigo Dumini poco dopo le quattro del pomeriggio del 10 giugno 1924 sul lungotevere Arnaldo da Brescia, mentre si recava dalla propria abitazione a Montecitorio. Si difese disperatamente, ma fu percosso e, quasi tramortito, caricato a forza su un'auto, una Lancia nera, che si allontanò a grande velocità. Diverse persone assistettero al ratto e ne fornirono testimonianza. Certamente la colluttazione fra Matteotti e suoi rapitori continuò all'interno dell'auto, tanto che il rapito riuscì a gettare dal finestrino la sua tessera di deputato, poi rinvenuta in strada da un passante, per cui, con tutta probabilità, il deputato fu pugnalato a morte poco dopo essere stato assalito, come confermano le macchie di sangue rinvenute all'interno della macchina. L'auto girovagò a lungo, finché il corpo fu scaricato e sepolto alla meglio nel comune di Riano, a una ventina di chilometri da Roma, mel bosco della Quartarella. Quando vi sia stato sepolto è uno dei tanti punti non chiari della vicenda. Al momento del rinvenimento, sessantasei giorni dopo il rapimento, il 16 agosto, era nudo, ormai scarnificato e ridotto a poco più dello scheletro.



















UN ITALIANO DIVERSO Giacomo Matteotti, Gianpaolo Romanato, Longanesi, pag. 262 e segg.







1885 - Giacomo Matteotti nasce il 22 maggio a Fratta Polesine (Rovigo). I genitori sono agiati commercianti e proprietari terrieri. Il padre, Girolamo, è originario del Trentino austriaco, essendo nato a Comasine, in Val di  Pejo, nel 1839. La madre, Elisabetta Garzarolo ( ma chiamata  comunemente Isabella) è di Fratta. I genitori, sposatisi nel 1875, ebbero sette figli: Matteo, Ginevra, Dante, Aquino, Giocasta, Giacomo e Silvio. Quattro morirono nei primi giorni o nelle prime settimane di vita, Matteo e Silvio rispettivamente a 32 e 23 anni. Dei sette figli sopravvisse solo Giacomo, il penultimo.

1901 - Comincia a collaborare con il  settimanale socialista di Rovigo La Lotta.

1903 - Consegue la licenza superiore al liceo di Rovigo.

1907 - Il 7 novembre si laurea in giurisprudenza a Bologna con il professor Alessandro Stoppato, docente di diritto penale.
Entra nel  consiglio comunale di Fratta.
Negli anni successivi alla laurea, e prima di dedicarsi stabilmente alla vita politica, compie numerosi viaggi di studio nei maggiori Paesi europei: Francia, Germania, Inghilterra, Belgio, Austria-Ungheria, Svizzera. Impara ad usare con scioltezza l'inglese, il francese e il tedesco.

1910 - Pubblica a Torino, presso la casa editrice Fratelli Bocca, il volume La recidiva. Saggio di revisione critica con dati statistici, frutto della rielaborazione della sua tesi di laurea.
In luglio viene eletto consigliere provinciale di Rovigo nel mandamento di Occhiobello. Partecipa con il massimo zelo ai lavori del Consiglio, intervenendo su quasi ogni problema posto all'ordine del giorno.
 
1912 - In luglio, durante una vacanza a Boscolungo, nell'Abetone, conosce Velia Titta, la futura moglie, sorella del baritono Ruffo Titta. Viene eletto sindaco del piccolo comune di Villamarzana (manterrà la carica fino al 1914) e contemporaneamente è consigliere comunale di vari comuni della provincia di Rovigo.

1914 - In aprile partecipa ad Ancona al congresso nazionale del Partito Socialista Italiano e presenta un ordine del giorno sul tema dell'appartenenza alla massoneria  alternativo a quello proposto da Mussolini. Nella tornata elettorale del 7 luglio è rieletto consigliere provinciale nel mandamento di Occhiobello. A causa dello scoppio della guerra europea la prima sessione del Consiglio si riunisce il sucessivo 2 ottobre. Al termine di una seduta infuocata per l'atteggiamento di intransigente difesa della neutralità italiana assunto dal gruppo socialista guidato da Matteotti, questi viene eletto presedente della deputazione provinciale.  Si dimette immediatamente dalla carica affermando che "con le forze con le quali è sorta questa amministrazione non potrò compiere il mio mandato". Segue lo scioglimento del Consiglio.

1915 - Viene eletto per la terza volta consigliere provinciale nel mandamento di Occhiobello alle elezioni che si svolgono il 28 febbraio. Nella prima seduta (19 marzo) pronuncia un duro intervento contro la guerra. Nella tornata del 9 agosto viene dichiarato decaduto dal mandato, su ricorso di un elettore, in quanto ineleggibile perché fideiussore della Banca Provinciale del Polesine, titolare dell'esattoria consorziale di Badia Polesine per il decennio 1913-1922. Matteotti ricorre in appello ma , in seguito alla sentenza del riesame della III sezione della Corte d'Appello di Venezia, verrà definitivamente dichiarato decaduto nella seduta del 21 agosto 1916, quando era già operativo il suo richiamo alle armi.
Su Crtica sociale di febbraio scrive un forte articolo contrario all'entrata in guerra dell'Italia.

1916 - L'8  gennaio si sposa con Velia, a Roma, con il solo rito civile. Il 5 giugno pronuncia al  Consiglio provinciale di Rovigo un violento discorso antimilitarista e contro la guerra. Per quel discorso è denunciato e  processato (sarà assolto soltanto nel 1917 della Corte di Cassazione). Benché riformato per ragioni di salute, era malato di tubercolosi come fratelli Matteo e Silvio che ne erano morti, viene richiamato alle armi e mandato in Sicilia, a Messina, per allontanarlo da Rovigo e dalle zone prossime al fronte di guerra. Rimarrà in Sicilia, salvo brevi licenze, fino all'inizio del 1919.

1918 - Il 19 maggio nasce a Roma il primo figlio, Gian Carlo. Seguiranno altri due figli: Matteo (nato nel 1921) e Isabella (nata nel 1924).

1919 - In marzo può tornare a Fratta con un foglio di licenza illimitata. Il congedo definitivo giungerà in agosto. In ottobre partecipa al Congresso nazionale socialista di Bologna e vi pronuncia un discorso. Il 16 novembre viene eletto deputato nel collegio Rovigo-Ferrara per le liste del Partito Socialista. Risulta secondo nella graduatoria delle preferenze.
Il 21 dicembre svolge il suo primo intervento in Parlamento.

1920 - Il 28 marzo pronuncia un lungo discorso di opposizione al governo Nitti.
Il 7 giugno interviene in opposizione al governo Giolitti.
Il 26 giugno il mandamento di Lendinara lo elegge nuovamente nel Consiglio provinciale di Rovigo. Il consiglio sarà sciolto l'anno successivo, 6 maggio, in seguito alle dimissioni di 21 dei 40  consiglieri.
In ottobre partecipa a Reggio Emilia al convegno indetto dalla corrente riformista dei socialisti e pronuncia un discorso. Durante il "biennio rosso" assume nella sua provincia una linea non di rado fiancheggiatrice delle posizioni più radicali e violente del socialismo, probabilmente per non perdere il contatto con il grosso dei socialisti polesani, schierati a maggioranza con i massimalisti.

1921 - A metà gennaio partecipa al congresso di Livorno del  Partito Socialista Italiano, che sanzionerà il distacco della frazione comunista, ma deve abbandonare precipitosamente la città per correre a Ferrara, dove il sindaco socialista e il capo delle leghe rosse sono stati arrestati in seguito a incidenti accaduti il mese precedente. Il 31 gennaio pronuncia alla Camera il primo di numerosi discorsi di denunce contro le violenze fasciste. Il 12 marzo è sequestrato da un gruppo di fascisti del paese di Castelguglielmo. Subisce intimidazioni e probabilmente anche violenze fisiche. Gli viene intimato di lasciare per sempre il Polesine. Alle elezioni del 15 maggio è eletto per la seconda volta deputato nel collegio di Padova - Rovigo.
Il 21 luglio parla contro il governo Bonomi. A metà ottobre partecipa al congresso di Milano del Partito Socialista Italiano e pronuncia un forte discorso contro l'ala massimalista.

1922 - In febbraio condivide con Sturzo il veto a Giolitti, il politico nel quale vedeva riassunto tutto il peggio della vecchia politica italiana. Poi, mentre si avvicina la vittoria di Mussolini, lavora sempre più attivamente, ma inutilmente, per creare un governo di unità antifascista. In ottobre è fra i protagonisti del congresso socialista di Roma che sanziona il distacco della corrente riformista da quella massimalista e la nascita del Partito Socialista Unitario, PSU. Matteotti ne è nominato segretario. Il 18 novembre interviene in Parlamento affermando che l'Italia è ormai in regime di dittatura.
Il dilagare dell'illegalità e della violenza lo convince che solo  l'intransigente difesa della legalità e del ruolo del Parlamento possono fermare la rivoluzione fascista.

1923 - In vari lettere a Turati manifesta tutta la sua disistima per la dirigenza socialista. Si convince sempre più dell'assoluta necessità di combattere il fascismo difendendo fino all'ultimo  le libertà statutarie e le garanzie formali dello stato di diritto. Su questo punto matura una sua irriducibile ripulsa del comunismo di matrice bolscevica, fatto proprio dei comunisti italiani. Si muove freneticamente per irrobustire i collegamenti internazionali del partito e per accrescere la solidarietà dei suoi confronti degli ambienti politici europei. In gennaio è in Francia, in marzo in Francia e Germania. Poi gli viene ritirato il passaporto.
In novembre il Parlamento approva la legge Acerbo grazie alla defezione dei popolari e dei socialisti.

1924 - In gennaio rifiuta quasi con sdegno la proposta dei comunisti di un fronte unico contro i fascisti. Respinge in particolare la tesi comunista che rifiuta come primum dell'opposizione al fascismo la restaurazione delle libertà statutarie. Matteotti è giunto ormai alla condizione che il bolscevismo sia quasi l'immagine speculare del fascismo. All'inizio dell'anno va all'estero clandestinamente, via Svizzera. In aprile si reca in Belgio, Inghilterra e Francia. a Londra ottiene le informazioni che cerca  riguardo alle compromissioni di uomini del regime nelle forniture petrolifere all'Italia. Alle elezioni del 6 aprile, con la legge Acerbo, viene rieletto deputato nella lista del PSU. Dei tre partiti socialisti il PSU è quello che ottiene il risultato migliore, con il 5,9% e 24 deputati. Il 30 maggio, in occasione della prima seduta del nuovo Parlamento pronuncia il  celebre discorso di denuncia dei brogli e delle violenze commesse dei fascisti durante la  consultazione elettorale. Ai primi di giugno rinuncia ad andare a Vienna per una riunione dell'esecutivo della Seconda Internazionale (per questa trasferta  gli era stato concesso il passaporto) al fine di prepararsi all'intervento che intendeva svolgere in aula l'11 giugno in occasione del dibattito sul bilancio dello Stato. Il discorso era stato preannunciato come di aperta denunca di profitti e ruberie. Il 10 giugno, verso le quattro del pomeriggio, viene aggredito sul lungotevere Arnaldo da Brescia mentre si reca dalla propria abitazione a Montecitorio e caricato a forza su un'auto che si lontana forte velocità. Il suo assassinio avvenne, con tutta probabilità, all'interno dell'auto poco dopo il rapimento. Il 16 agosto il corpo, ridotto ormai a poco più che lo scheletro viene ritrovato in un bosco del comune di Riano, circa 20 chilometri da Roma. Il 20 agosto il feretro giunge in treno Fratta Polesine, dove il giorno dopo si svolge il funerale. La salma è provvisoriamente tumulata nella tomba di una famiglia amica nel cimitero di Fratta, ma, in seguito minacce di devastazione formulato dei fascisti del luogo, deve essere poco dopo trasferita  in un loculo aminimo. Riesumata nel 1928, la salma viene definitivamente tumulata nella tomba di famiglia, di fronte all'ingresso del cimitero, dove si trova tuttora.

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La cronologia è tratta da questo bel libro:



Dalla quarta di copertina:
"L'episodio più noto della vita di Matteotti è la sua morte. Oggetto di questo libro è la sua vita, che conoscevamo molto meno. Sapendo come visse, capiamo perchè morì"

 Per saperne di più:
- 3 gennaio 1925 - Il discorso da cui iniziò la dittatutra di Mussolini
- Fascismo - documenti
- Discorso del 3 gennaio 1925

 

10 GIUGNO 1940 -ENTRATA IN GUERRA DELL'ITALIA

10 giugno 1940

L'Italia entra in guerra al fianco della Germania, contro Francia e Gran Bretagna.
La politica del ventennio fascista giunge così al suo punto culminante, trascinando l'Italia in un conflitto per il quale non è pronta né da un punto di vista militare né da un punto di vista economico.
Discorso di Mussolini dal balcone di PalazzoVenezia:

"Combattenti di terra, di mare e dell'aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del regno d'Albania! Ascoltate!
L'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano.
Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste parole: frasi, promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell'edificio, l'ignobile assedio societario di cinquantadue stati. La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. Con voi il mondo intero è testimone che l'Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l'Europa; ma tutto fu vano.
Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l'eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che le hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il Führer fece il 6 ottobre dell'anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia. Oramai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l'onore, gli interessi, l'avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia.
Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l'accesso all'Oceano. Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l'oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee. Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l'Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate.
Italiani!
In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze armate. In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla maestà del re imperatore, che, come sempre, ha interpretato l'anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania alleata.
L'Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo!, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo.
Popolo italiano, corri alle armi! e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!"

martedì 19 maggio 2020

NONNO - ANNIVERSARIO

NONNO -  30° ANNIVERSARIO

20/5/1990 - 17/10/1898




lunedì 27 aprile 2020

25 APRILE 2020 - ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE - RIFLESSIONI DI PAOLO MALAGUTI

Tutto quello che segue è stato copiato dal blog di Paolo Malaguti e ho deciso di pubblicare le sue riflessioni sull'Anniversario della Liberazione perchè le condivido completamente.

Paolo Malaguti ha pubblicato diversi libri: tutti da leggere; prossimamente uscirà il suo ultimo romanzo - SE L'ACQUA RIDE





Per saperne di più......


Buon 26 aprile!
Buon 26 aprile! Il 25 Liberazione e Resistenza si celebrano, dal 26 in poi dovremmo esercitarle. Come? Sono due sostantivi differenti ma legati assieme da una base semantica di forza. La liberazione appare dinamica, si accampa nella mente come movimento, rottura di vincoli. La resistenza rimanda a una forza statica e passiva: riuscire a non muoversi in seguito a una spinta, non cedere a una pressione, tener botta.
Alla luce di ciò mi pare che la resistenza sia propedeutica alla liberazione. Cioè: in una condizione di costrizione, prima resisto alla stessa, e poi mi libero.
Pescando dal latino, possiamo ipotizzare che la liberazione sia connessa al termine VIS, la forza dinamica, mentre la resistenza sia legata al termine ROBUR (o robus), la forza statica, della quercia saldamente ancorata al terreno.
Nella celebrazione del 25 aprile le formule utilizzate afferiscono in gran parte alla "liberazione dall'occupazione nazifascista".
Formula abbastanza generica, ma che viene naturale calare nell'ultimo momento del fascismo e della guerra, dall'otto settembre del '43 in poi.
Credo che le categorie Liberazione e Resistenza debbano essere rapportate, sempre e con chiarezza, all'intero ventennio fascista. Solo così possono assumere dei contorni più chiari le scelte e i gesti di chi seppe resistere e di chi seppe liberare.
Per venti anni il fascismo ha governato l'Italia. Per vent'anni agli occhi dei cittadini fascismo e Stato si sono mostrati come entità sovrapposte e intrecciate, e per vent'anni il fascismo ha penetrato i gangli più profondi della macchina statale e della società, costruendo un sistema che, tra gli altri, aveva l'obiettivo di autolegittimarsi.
Attenti alle azioni più eclatanti che il fascismo ha compiuto per costituire e poi mantenere la sua struttura, a volte dimentichiamo quanto il fascismo entrasse nelle vite "normali" dei cittadini.
Porto due esempi (anche in foto), che ho ripescato nella mia libreria.
Il primo è una versione di latino, tratta dal volumetto "Epitome di Cultura Fascista" (rispetto le maiuscole per rigore filologico), sottotitolo: "Ad uso degli alunni del II III e IV anno di Latino". Anno di edizione 1938-XVI.
La terza versione, che trovate in foto, si intitola "Vir", e inizia così "Benitus Mussolini ex humili opifice natus sollertique ludi magistra naturam ferocem sortitus est".
La seconda foto ci porta sul Grappa. Si tratta di un opuscolo dal titolo "Monte Grappa tu sei la mia patria...", costo lire 2, senza anno di pubblicazione; è una piccola guida, che potremmo definire storico-turistico-patriottica, al sacrario del Grappa.
Il testo che spiega la storia del sacrario e di Cima Grappa si presenta come il discorso che un padre, reduce di guerra, fa a suo figlio, che ha accompagnato in pellegrinaggio in quei luoghi.
Riporto le prime righe, credo siano sufficienti:
"Vieni, figliuolo, t'ho insegnato quand'eri bimbo, a scoprirti il capo entrando in chiesa. Ora togliti il fez nero, che fa sì bella la tua fronte. Ricordati: ti ho messo questa camicia non per sfilare nei cortei cittadini e fare il bello in piazza. Ti ho voluto fascista perch'io fui combattente".
Quindi: gli italiani nati (vado a spanne, ma il senso è chiaro) tra il 1910 e il 1930 sono cresciuti in un sistema che usava tutti i mezzi a sua disposizione per fascistizzare i propri cittadini.
Ogni volta che leggo testi del genere mi pongo due domande.
La prima: se fossi stato io uno di quei liceali del 1938, sarei stato in grado di non essere fascista? Non lo so. Sono stato uno studente molto timoroso dell'autorità, molto diligente e desideroso di avere successo seguendo le regole che mi venivano mostrate. Quindi forse avrei accettato quanto mi veniva insegnato da persone di cui mi fidavo.
La seconda domanda è spesso al centro delle discussioni quando vado nelle scuole a parlare di "Prima dell'alba". Appare chiaro che, alla luce di quanto ci siamo detti, resistenza e liberazione si configurarono, in ogni antifascista e in ogni partigiano, specie se giovani, in almeno un momento iniziale di rottura delle regole, di disubbidienza.
Quindi, seguendo questo ragionamento, è chiaro che riconoscere nella Resistenza e nella Liberazione due elementi fondativi dell'Italia democratica e repubblicana, significa riconoscere nella disubbidienza un sale importante del vivere civile. O almeno, ragionando "e contrario": riconoscere che l'ubbidienza non è (lo metto in maiuscolo via), NON E' un valore etico in sé.
Mi appoggio a due citazioni, il "nessun uomo ha il diritto di obbedire" di Hannah Arendt, e "l'obbedienza non è più una virtù" di Don Milani.
Arrivo alla domanda che mi pongo sempre con grande difficoltà in qualità di insegnante: sono dunque in grado di comunicare ai miei studenti che l'ubbidienza non è in sé un valore? Che può arrivare un momento in cui la disubbidienza è la via? Ancora, sono in grado di lavorare con loro perché maturino la più sfuggente e nobile delle competenze, il pensiero critico che li metta in condizione di capire in autonomia se e quando le regole che rispettano sono ingiuste?
Grazie a dio ci sono le domande ad animare le nostre vite!






lunedì 20 aprile 2020

DARDARI GINO - ANNIVERSARIO

DARDARI GINO

15° ANNIVERSARIO

7/7/1913  -  25/4/2005




martedì 14 aprile 2020

NONNA - ANNIVERSARIO

Nonna -  46° anniversario

15/4/1974 - 15/4/2020


                                                                                                                      La nonna e' al centro

NONNA - ANNIVERSARIO

Nonna - 52° Anniversario

6/4/1968 - 6/4/2020


sabato 4 aprile 2020

ZIA - ANNIVERSARIO


ZIA - ANNIVERSARIO

 15° ANNIVERSARIO
4 aprile 2005 - 4 aprile 2020


sabato 15 febbraio 2020

NONNO - ANNIVERSARIO

NONNIO -  55° ANNIVERSARIO

12/2/1965 - 12/2/2020

21/3/1876 - 12/2/65





1876 - 6/4/68
Ciao Nonni!

mercoledì 29 gennaio 2020

DIALETTO FERRARESE - PREGHIERE (2)

PREGHIERE (2)

-A let a let a m'andrò
par alvàram mi 'n'al' ssò
vù Sgnòr ch'al ssavì
trè gràzzi àm farì:
cunfssiòn, cumaniòn, e òli ssant.
Sgnòr, l'ànima miè è di miè a'v'arcmàand!


I miè mòrt iè tuti con ti e
mi a ssòn a cà da mi,
ma ssè un giòran t'am vrà,
fa ch'an mòra in mez a 'n prà
ma in tal miè lèt,
o Sgnòr, con al prèt.


Al Pàdar, al Fiòl, al Spiritussànt 
i stàga con nù e tutt'i Ssant.

 

martedì 28 gennaio 2020

DIALETTO FERRARESE - PREGHIERE

Preghiér

- Ssant'Antòni dal busghìn,
chi'n ghè pàn e 'n ghe vin,
chi 'n ghè légna da brusàr:
ssant'Antòni com'égna da fàr?
Ssénti tì da Marìa sslà pòl far
glié 'na grazzia pia,
e così ssia.
Amen e stè bén!

 - Pietà Sgnòr par stà vita ad dulòr,
ma tuti i guarirà quand che al diavùl
t'l'avrà stufà.
Fal stufàr o mié bòn Dio
che a sarò più bon anch'io.


- Màdar dal zziél fa che mié fiòla
l'ass marida col vél;
fa che al ssò ciòch l'àn ssalta via
e par quèst ad digh 'n'Ave Maria.