giovedì 13 agosto 2020

PARESCHI CARLO

 

PARESCHI, Carluccio, poi Carlo.

 Poggio Renatico (Ferrara) - 19 agosto 1898 

Verona - 11 gennaio 1944

Diplomatosi perito agrimensore presso l’istituto tecnico di Ferrara, nel 1916 Carlo si iscrisse alla Scuola superiore di agraria dell’Università di Bologna. Chiamato alle armi nel marzo 1917, prestò servizio come tenente di complemento nel 6° reggimento di artiglieria pesante e venne decorato con la medaglia di bronzo.

Si avvicinò alle idee del combattentismo e del nazionalismo e, dopo il ritorno a casa, nell’aprile 1920 contribuì a fondare dapprima la sezione dell’Associazione nazionale combattenti di Poggio Renatico, e poi il fascio locale allineandosi alle posizioni di Italo Balbo, del quale divenne amico. Nel frattempo, il 2 dicembre del 1920, completava gli studi laureandosi in scienze agrarie. 

Il 23 marzo 1939 fu designato membro della Camera dei fasci e delle corporazioni (dove rimase in carica fino al 2 agosto 1943) e, negli stessi giorni, fu chiamato da Vittorio Cini a ricoprire la carica di segretario generale dell’E42, l’ente organizzatore dell’Esposizione universale che si sarebbe dovuta tenere a Roma nel 1942, di cui l’industriale ferrarese era diventato commissario. 

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, nell’ultima seduta del Gran Consiglio del fascismo anche Pareschi votò a favore dell’ordine del giorno presentato da Dino Grandi, probabilmente nell’intento di contrastare l’evidente sbando degli ordinamenti nazionali.

Rimasto a Roma fra la caduta del fascismo e il sopraggiungere dell’armistizio, il 4 ottobre 1943 venne arrestato a casa sua dai militi del neonato Partito fascista repubblicano (PFR), incarcerato a Regina Coeli e successivamente trasferito a Padova. Processato e condannato per tradimento, fu fucilato – insieme a Emilio De Bono, Galeazzo Ciano, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli – a Verona, presso il poligono di tiro di Forte S. Procolo, l’11 gennaio 1944. 

 Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/pareschi-carluccio-poi-carlo_(Dizionario-Biografico)/ 

MARINELLI GIOVANNI

Adria (Rovigo) - 18 ottobre 1879

Verona - 11 gennaio 1944

Nacque ad Adria (Rovigo), da Rinaldo e da Angelina Raule, il 18 ottobre1879. La famiglia, di media borghesia agraria, aveva conosciuto dissesti economici, tanto che  dovette abbandonare gli studi alla seconda ginnasiale. Iniziò presto a occuparsi di politica su posizioni socialiste.

Già nel 1898  era controllato dalle autorità per la sua attività sindacale nelle zone più povere del Polesine; collaboratore di giornali della sinistra socialista e sindacalista, era attivo in polemica con le frange riformiste del sindacato oscillando tra posizioni sindacaliste e anarchiche.

Ormai schierato sulle posizioni della sinistra socialista, proseguì nell’attività sindacale e dal 1914 fu membro della presidenza della Camera del lavoro di Milano; attivo durante la settimana rossa del giugno 1913, allo scoppio della prima guerra mondiale seguì la scelta interventista di Mussolini, si dimise polemicamente dal PSI e, nel dicembre, fu tra i fondatori del Fascio rivoluzionario interventista.

Dal gennaio del 1915 nel comitato centrale dei fasci d’azione rivoluzionaria, all’entrata dell’Italia nel conflitto si presentò volontario, ma fu riformato per un grave difetto alla vista, probabilmente dovuto al diabete; fu poi attivo a Milano con le forze interventiste e protagonista di incidenti con i neutralisti. Tra i fondatori dei Fasci italiani di combattimento, già nella riunione di piazza S. Sepolcro, il 23 marzo 1919, fu inserito nella giunta esecutiva e il 1° aprile entrò a far parte della commissione esecutiva.

Fino alla firma dell’ordine del giorno Grandi, il 25 luglio 1943,  si mantenne fedele a Mussolini, come attestano numerose testimonianze di protagonisti.

Grandi stesso, prima della riunione, non solo non considerava Marinelli a favore del suo ordine del giorno, ma lo includeva tra i decisamente contrari; oltre a sottolineare che questi era giunto alla seduta del Gran Consiglio «assolutamente ignaro», egli aggiunge di aver accolto «non senza stupore» la sua firma nella tarda nottata del 25 luglio (25 luglio quarant’anni dopo, p. 212). Anche  Bottai nel suo diario definisce «inaspettata» l’adesione di Marinelli all’ordine del giorno e il 14 gennaio 1944, dopo l’esecuzione seguita alla condanna a morte dei firmatari, ha queste parole pesanti nei suoi confronti: «fosco d’occhio e d’anima. Che egli abbia voluto “tradire” Mussolini non è immaginabile. Se non altro la sua cattiva coscienza di gerarca prepotente gliel’avrebbe impedito, ché solo un Mussolini poteva essere il suo degno protettore. Marinelli, piovuto per caso nella compagnia dei 19, dimostra da un punto di vista negativo l’inesistenza del tradimento, poiché egli era di quelli che non tradiscono se non le persone dabbene» (p. 486).

Arrestato a Roma,  entrò nel carcere veronese degli Scalzi il 4 novembre 1943. Durante il processo, nel quale fu difeso dall’avvocato C. Bonari di Verona, interrogato dal giudice istruttore V. Cersosimo  spiegò che aveva aderito all’ordine del giorno Grandi in quanto certo che tutto fosse stato concordato con Mussolini, come era sempre avvenuto in altre votazioni al Gran Consiglio.

Cianetti, suo compagno di prigionia per tre mesi, fornì particolari drammatici sulla situazione di Marinelli., che appariva abbattuto e quasi incapace di comprendere quanto stava avvenendo intorno a lui: alla lettura della sentenza, Marinelli non la capì e fu Ciano a dovergliela scandire. Estremamente prostrato, al momento dell’uscita dalla cella, prima dell’esecuzione, dovette essere sorretto da due agenti.

Il M. morì a Verona l’11 genn. 1944, fucilato alla schiena nel poligono di tiro della fortezza di S. Procolo.


 Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-marinelli_(Dizionario-Biografico)/ 

GRANDI DINO

 Mordano (presso Imola) - 14 giugno 1895

Bologna - 21 maggio 1988

Uomo politico italiano (Mordano 1895 - Bologna 1988). Combattente della prima guerra mondiale, dirigente del fascismo emiliano (deputato dal 1921), passò da posizioni rivoluzionarie a posizioni più moderate e filocostituzionali. Membro del Gran Consiglio del fascismo dal 1923, sottosegretario agli Interni (1924-25) e agli Esteri (1925-29), ministro degli Esteri (1929-32), ambasciatore a Londra (1932-39; notevole la sua politica di riconciliazione con l'Inghilterra), ministro guardasigilli (1939; riforma fascista dei codici) e presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni.

 La seduta del Gran Consiglio del 24 luglio 1943 e l'ordine del giorno che vi trionfò furono opera di Grandi (che era stato contrario all'entrata in guerra), il quale fu pertanto condannato a morte in contumacia dal tribunale di Verona (1944). Nel dopoguerra visse all'estero e trascorse in Italia gli ultimi anni. Pubblicò volumi di memorie: 25 luglio. Quarant'anni dopo (1983); Il mio paese. Ricordi autobiografici (1985).

 Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/dino-grandi/ 

http://www.treccani.it/enciclopedia/dino-grandi_%28Dizionario-Biografico%29/ 

mercoledì 12 agosto 2020

GOTTARDI LUCIANO

San Bartolomeo in Bosco (Ferrara) - 19 febbraio 1899

Verona -11 gennaio 1944

Nacque il 19 febbraio 1899 a San Bartolomeo in Bosco, presso Ferrara, da Antonio ed Elvira Volta.

Il padre, un piccolo agricoltore, aveva diretto per molti anni a Ferrara un'azienda agricola di proprietà dei conti Minutoli di Lucca.

Diplomato in ragioneria, dopo la guerra si iscrisse alla facoltà di scienze economiche e commerciali dell'Università di Trieste, dove si era trasferito nell'agosto 1920, ma la passione per la politica gli fece interrompere anzitempo gli studi universitari, che non terminò mai. Nel settembre del 1920 si iscrisse al fascio triestino, partecipando a tutte le azioni più rilevanti condotte dal fascismo giuliano, allora diretto da F. Giunta.

E, molto probabilmente, è proprio in questa sua genuina ispirazione "riformistica", che va colto il motivo della sua chiamata alla presidenza della Confederazione fascista dei lavoratori dell'industria (CFLI) il 29 aprile 1943, quando al regime occorreva recuperare, almeno parzialmente, il consenso delle masse operaie, dopo i grandi scioperi del marzo precedente. Egli giungeva alla presidenza della CFLI in sostituzione di G. Landi; con la nomina assumeva anche la direzione della Rivista del lavoro, organo della Confederazione.

L'incarico confederale comportava l'ingresso di diritto al Gran Consiglio del fascismo. Pertanto con la riunione del 24 luglio 1943, che determinò la caduta di Mussolini, Gottardi, come del resto diversi altri membri, partecipava per la prima volta al Gran Consiglio, in quanto tale organismo non si riuniva più dal 7 dicembre 1939.

È accertato che  non concertò la sua adesione all'ordine del giorno Grandi con i promotori dell'iniziativa. Nel più volte ricordato memoriale a Pavolini del settembre 1943, egli sostenne, anzi, di non aver mai avuto alcun contatto ("mai stretta la mano o parlato, durante 23 anni") con quelli che sarebbero stati i protagonisti della "notte del Gran Consiglio". Egli si recò alla riunione senza sapere di cosa si sarebbe discusso; cercò di raccogliere qualche informazione da T. Cianetti, ma questi non seppe o non volle dirgli nulla. Tuttavia, finì per aderire all'ordine del giorno Grandi, poiché, come spiegò nella deposizione al processo di Verona, si convinse che il documento presentato da Grandi, auspicando un ritorno nelle mani del re della conduzione della guerra, "sgravava il Duce di molte responsabilità" (Cianetti, p. 467).

Il 16 agosto, P. Badoglio lo sollevò dall'incarico confederale; egli non si allontanò da Roma ma, appena seppe della liberazione di Mussolini e della costituzione della RSI, inviò a Pavolini, segretario del neonato Partito fascista repubblicano, la sua entusiastica adesione, accompagnando la richiesta con quel promemoria con cui intendeva in sostanza fornire spiegazioni circa il suo comportamento alla seduta del Gran Consiglio. Ma, evidentemente, le spiegazioni non sortirono l'effetto desiderato. Il nuovo regime lo considerava ormai, insieme con gli altri firmatari dell'ordine del giorno Grandi, un traditore.

Agli inizi di ottobre, venne arrestato dalla banda Pollastrini e rinchiuso a Regina Coeli, e successivamente trasferito nel carcere di Padova. Durante tutta la detenzione, il processo a Verona, e davanti al plotone d'esecuzione Gottardi mantenne un contegno sereno e coraggioso.

Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/luciano-gottardi_(Dizionario-Biografico)/

https://nonnokucco.blogspot.com/2016/06/gottardi-luciano.html

https://nonnokucco.blogspot.com/2016/07/gottardi-luciano.html 

FEDERZONI LUIGI

Bologna - 27 settembre 1878

Roma - 24 gennaio 1967

Dopo lo sbarco angloaniericano in Sicilia il 10 luglio 1943, centrale fu di conseguenza la sua collaborazione con Dino Grandi per l'elaborazione di quell'ordine del giorno che nella seduta del Gran Consiglio della notte tra il 24 e il 25 luglio avrebbe portato alla caduta di Mussolini.

Nella seduta del Gran Consiglio dichiarò che con l'odg Grandi si metteva fine all'"intollerabile equivoco delle masse travestite in camicia nera" e a quel "falso mito della" "guerra fascista" che aveva accelerato "il distacco fra il Paese e il Fascismo": perché questa era stata la grave colpa del regime, l'aver spinto il paese alla guerra e il non aver provveduto "alla preparazione spirituale e materiale della Nazione", avendo con la politica del partito, "principalmente negli ultimi otto o dieci anni", mirato soprattutto a "dividere gli Italiani" .

Subito dopo il 25 luglio,  (rifugiatosi nell'ambasciata del Portogallo presso la S. Sede a Roma) fu accusato di alto tradimento al processo di Verona e condannato a morte in contumacia. Alla fine della guerra fu processato assieme a Bottai, Rossoni e Acerbo, unico presente, dall'Alta Corte di giustizia per il suo passato fascista e condannato all'ergastolo nel maggio 1945 (fu amnistiato nel dicembre 1947). Latitante, dopo esser stato nascosto nel Pontificio Collegio ucraino S. Giosafat a Roma, fuggì dall'Italia e tra il maggio 1946 e l'aprile 1948 visse sotto falso nome in America Latina. Nell'aprile 1948 poté rientrare in Portogallo, dove insegnò storia dell'umanesimo all'università di Coimbra e nel 1949 letteratura italiana all'università di Lisbona.

Tornò in Italia definitivamente, dopo un viaggio nell'estate 1948, nel 1951 e si ristabilì a Roma con la famiglia. Impegnato nello studio della recente storia d'Italia (fece tra l'altro parte del Comitato di divulgazione storica dell'Unione monarchica italiana) e nella scrittura delle proprie memorie, mantenne in questi anni uno stretto rapporto di amicizia e di collaborazione con Umberto di Savoia, sia durante la sua permanenza in Portogallo, sia dopo il rientro in Italia: in particolare - come dimostrano le minute dell'ampia corrispondenza conservata nell'archivio personale - gli inviava informazioni e notizie relative alla situazione politica italiana, ai vari partiti e soprattutto al partito monarchico.

DE VECCHI CESARE MARIA

 Casale Monferrato (Al) - 14 novembre 1884

Roma - 23 giugno 1959

 

Nel Gran Consiglio del 25 luglio 1943 intervenne fra i primi, di rincalzo a De Bono, criticando la condotta della guerra, la carenza dell'educazione nazionale della gioventù, la scelta dei capi delle forze armate. Votato l'ordine del giorno Grandi, dopo poche ore era già a colloquio col gen. P. Puntoni, al Quirinale.

Nel gennaio del 1944 il tribunale straordinario speciale di Verona lo condannò a morte in contumacia, come firmatario dell'ordine del giorno Grandi. La sua clandestinità , frutto di una sagace e tenace protezione della Chiesa, si protrasse oltre il 25 aprile 1945. Sempre protetto dai salesiani, nel dicembre 1946 venne trasferito di nascosto a Roma, dove rimase, loro ospite, fino al 15 giugno 1947, quando poté imbarcarsi per l'Argentina con un passaporto del Paraguay. A Buenos Aires fu ancora ospite dell'istituto salesiano "Pio IX", viaggiò per il paese, incontrò Federzoni e Grandi. Fra l'ottobre e il novembre si tenne a Roma il processo contro di lui. L'ammiraglio P. Thaon de Revel, ex ministro del primo governo Mussolini, chiuse le testimonianze a suo favore sostenendo che durante la marcia su Roma si era mostrato "più italiano che fascista". La corte d'assise lo condannò a cinque anni di reclusione, interamente condonati. Il reato di attività squadristica era caduto per amnistia; il reato di insurrezione contro lo Stato fu l'unico riconosciuto, ma all'imputato vennero accordate le attenuanti per aver "combattuto contro i tedeschi". Nell'agosto del 1948 ebbe un primo attacco di emorragia cerebrale, da cui si riprese. Nel 1949 rientrò in Italia, ma il 31 dicembre fu colpito da un secondo attacco. Rimase inchiodato al letto, privo di parola, fino alla morte che lo colse a Roma il 23 giugno 1959.

Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/de-vecchi-cesare-maria_(Dizionario-Biografico)/ 

SAN LORENZO di Giovanni Pascoli

 San Lorenzo , io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.


Ritornava una rondine al tetto :
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.


Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.


Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono ;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.


Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.


E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male! 


Giovanni Pascoli 

 

Link:

https://www.studenti.it/x-agosto-pascoli-testo-parafrasi.html 

 

ADOLFO - ANNIVERSARIO

ADOLFO -  13° ANNIVERSARIO

12 agosto 2007 - 12 agosto 2020


 
- grazie per tutto quello che hai fatto per noi;
- grazie per avermi fatto partecipe del tuo orgoglio per i miei risultati scolastici;
- scusami per l'unica volta che ti ho mancato di rispetto;
Quasi sempre le persone si apprezzano quando non sono più tra noi.
 
Ciao Babbo

martedì 11 agosto 2020

DE STEFANI ALBERTO


Verona - 6 ottobre 1879

Roma 15 gennaio 1969

Nel 1921 entrò nella politica militante, aderendo al movimento fascista e partecipando alle azioni squadriste di Fiume, Genova, Trento. Presentatosi alle elezioni politiche nel collegio elettorale Verona-Vicenza, risultò l'unico eletto in tutto il territorio nazionale di una lista esclusivamente fascista, finendo per assurgere in tempi rapidissimi a figura di primissimo piano del nuovo partito, e assumendone il ruolo di economista ufficiale dopo aver scalzato personalità certo meno forti della sua quali quelle di E. Rocca e A. Lanzillo. Gli articoli economici di sapore neomanchesteriano che proprio in quella veste venne poi scrivendo sul Popolod'Italia rivestirono un ruolo tutt'altro che secondario per l'apertura di una breccia nel muro di diffidenza che il demagogismo "follaiolo" del fascismo della prima ora aveva visto erigere contro di sé da parte del mondo industriale.

L'aspetto più cruciale della sua proposta finiva per essere la rifondazione dell'assetto sociale secondo valori religiosi; e l'istituzione Chiesa, chiamata ad una politica dichiaratamente ierocratica, finiva per essere la destinataria di questo appello. Le conseguenze erano duplici: da un lato, una volta verificata l'impossibilità di scaricare sulla sfera politica tutte le difficoltà di una economia non riformata, le si negava per intero qualunque effettualità, essendo essa rimasta intrappolata in una visione positivista, scientista ed edonista che la rendeva ormai palesemente inetta a rimuovere gli ostacoli che le si paravano dinanzi sul percorso. Dall'altra si riaffermava una visione organicista e neogiobertiana dello Stato e si evocava la rinascita dello Stato cattolico, compiendo al contempo un ulteriore passo verso la definitiva rottura con il regime. In questo senso il voto favorevole all'ordine del giorno Grandi nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 non fu altro che l'ultimo, conclusivo atto di una crisi cominciata molto addietro.

Dopo la caduta di Mussolini ed il collasso del regime fascista, il D. si rifugiò in un monastero di Roma (dall'inizio del 1944 al luglio del 1947) per sfuggire prima alla esecuzione capitale cui era stato condannato per tradimento dal tribunale di Verona della Repubblica sociale italiana, poi per proteggere ancora la sua contumacia nell'Italia repubblicana davanti alla Alta Corte, che lo assolse. Furono questi gli anni del misticismo e della vena pittorica e letteraria. Scrisse i Racconti del risveglio e in successive stesure, a partire dal 1942, il più importante Fuga dal tempo (Perugia 1948; Bologna 1959), romanzo pieno di reminiscenze orientaleggianti, traboccante immagini bucoliche e consolatorie, libro che ebbe un non indifferente successo di critica e di pubblico.

Il 15 giugno del 1948 venne riabilitato all'insegnamento universitario che lasciò nel novembre dell'anno successivo per raggiunti limiti d'età, pur conservando l'incarico di direttore dell'istituto fino all'anno accademico 1953-54, anno in cui la facoltà gli conferì il titolo di professore emerito. Seppur ritirato dalla politica attiva, fu ancora ascoltato consigliere del nuovo personale politico democristiano che additò ad esempio i risultati da lui raggiunti in campo finanziario nel primo dopoguerra (e su quelle posizioni liberiste egli stesso tornò lasciando completamente alle spalle i trascorsi furori corporativi).

Nel 1953 aderì assieme a Bottai alla costituenda Associazione nazionale combattenti d'Italia che si sciolse nel 1958. Dal 1948 al 1955 collaborò quale notista economico a Il Tempo, dal 1956 al 1959 al Giornale d'Italia, e poi di nuovo a Il Tempo dal 1960 fino alla morte.



DE MARSICO ALFREDO

 Sala Consilina (Salerno) - 29 maggio 1888

Napoli - 8 agosto 1985

All'entrata dell'Italia nella prima guerra mondiale DE MARSICO, che era stato riformato, rinunziò al congedo; destinato come sottotenente ai servizi sedentari, svolse propaganda patriottica con conferenze su Garibaldi e Cavour e manifestò grande ammirazione per D'Annunzio e calda simpatia per Salandra. Su posizioni liberali di destra (fin da giovanissimo aveva fondato ad Avellino un circolo liberale), si presentò senza successo alle elezioni del 1919 come candidato antinittiano. Nella crisi del dopoguerra, turbato dalla prospettiva di una rivoluzione socialista, salutò con favore il sorgere del fascismo quale restauratore dell'Ordine e dell'autorità dello Stato, convinto, come gran parte del mondo politico liberale, che esso rappresentasse un necessario momento di illiberalismo. La sua adesione al fascismo era destinata a crescere, fino alla seconda metà degli anni Trenta, parallelamente all'influenza che anche sulla sua forte personalità esercitava il mito del duce. 

Deputato per la circoscrizione di Napoli nelle elezioni del 6 aprile 1924 (era stato De Nicola ad inserirlo nel cosiddetto "listone", dopo averne parlato con Mussolini),  si fece luce al Consiglio nazionale del partito fascista del 5 agosto con un discorso sulla necessità di elaborare una legislazione fascista: l'indomani fu chiamato a far parte del Direttorio, e da questo nominato, insieme con G. Masi, proprio rappresentante presso la Commissione per lo studio delle riforme legislative. Alla Camera fece parte di varie commissioni: per la riforma del codice penale, di cui fu relatore, e del codice di procedura penale; per la riforma dell'ordinamento giudiziario e della legge elettorale; per l'esame del progetto di legge sul Gran Consiglio. Dal 1939 al 1943 fu membro del Consiglio della corporazione delle professioni e delle arti, in rappresentanza degli avvocati e procuratori, nonché preside della provincia di Avellino. La direzione del Partito nazionale fascista lo aveva anche incaricato di difendere, in famosi processi come quello per l'omicidio di don Giovanni Minzoni, svoltosi a Ferrara nel 1925, i camerati imputati dei delitto. 

ll 5 febbraio 1943  fu nominato ministro di Grazia e Giustizia, nel vano "cambio della guardia" governativo deciso da Mussolini per risollevare il fronte interno. La nomina lo sorprese: "liberale del fascismo", secondo l'espressione di Mussolini , fin dall'inizio era stato inviso ai settori estremisti del regime, precludendosi possibilità di ascesa ad incarichi ministeriali.

Di notevole rilievo fu il ruolo svolto da  nelle vicende che culminarono, il 25 luglio, nel voto di sfiducia a Mussolini da parte del Gran Consiglio del fascismo. Da mesi egli era in contatto col ministro delle Comunicazioni, V. Cini, col quale studiò le possibilità materiali per la prosecuzione della guerra. Dinanzi alle disastrose risultanze delle loro indagini, richiese con energia a Mussolini una compiuta relazione sulla situazione militare. Fu nella seduta del Consiglio dei ministri del 19 giugno 1943 che Cini pronunziò la sua famosa requisitoria a favore della ricerca della pace. Alla secca risposta del duce, sintetizzata nell'alternativa "vincere, o cadere a fianco della Germania", DE MARSICO replicò sostenendo che "se la situazione fosse stata insostenibile, poiché i popoli non hanno diritto di suicidarsi, sarebbe stato doveroso ... scegliere una via onorevole per non immolarsi al sacrificio" . Nelle settimane successive fu, con G. Bottai e L. Federzoni, il più vicino a D. Grandi e rivide, da un punto di vista giuridico, la stesura dell'ordine del giorno che questi andava elaborando, fondato sul "ritorno allo Statuto" e di conseguenza sull'appello al re Vittorio Emanuele III perché riassumesse il comando supremo delle forze armate. Nel suo discorso nella riunione del Gran Consiglio, la notte del 24-25 luglio 1943, ribadì, "interrotto continuamente da Farinacci che gli grida "tu sei un democratico, tu sei un liberale!"" (Grandi, p. 257), la "frattura tra Partito e Nazione; la necessità costituzionale dell'appello al Re; il transito inevitabile da questo appello a un superamento del Regime" (25 luglio 1943. Memorie..., pp. 92 s.). Condannato a morte in contumacia, il 10 gennaio1944, nel processo a Verona della Repubblica sociale italiana contro i diciannove firmatari dell'ordine del giorno Grandi,  subì poi le conseguenze dei procedimenti epurativi avviati dal "Regno del Sud", che lo allontanarono dall'attività forense, per quattro anni e dall'insegnamento universitario per sette.

Reintegrato nei propri diritti, svolse ancora, per molti anni, un'intensa attività didattica e professionale. Fino agli inizi degli anni '80, fu ammirato protagonista dei più noti processi, come quello Ippolito, il segretario generale del Comitato nazionale per l'energia nucleare accusato di peculato, falso ideologico, abuso di ufficio, interesse privato in atti di ufficio (in questo processo, svoltosi a Roma nel 1964, fu tra i difensori degli altri imputati di concorso nei suddetti reati); quello Nigrisoli, il medico imputato di uxoricidio, che egli accusò, come patrono di parte civile, in una memorabile arringa (Bologna 1965); quello Pignatelli, un meridionale imputato di omicidio in una rissa, che egli difese (Bologna 1979). A novantatré anni, nell'ottobre del 1980, fu difensore di Izzo nel processo per omicidio e stupro. Il D. non aveva mancato di reimpegnarsi anche sul piano più strettamente politico. Eletto senatore nel 1953 come indipendente nella lista monarchica di A. Lauro per la circoscrizione di Avellino-Sala Consilina, ma non rieletto nel 1958, continuò a testimoniare la propria fede in una tradizione nazionalistica ormai spenta con conferenze sull'italianità di Trieste, su Elena di Savoia, sul centenario dell'Unità d'Italia. All'inizio degli anni '70 su IlRoma, Il Giornale d'Italia e Il Tempo condusse battaglie contro la politicizzazione della magistratura (minaccia - a suo avviso - della sua indipendenza) e contro il terrorismo, per combattere il quale proclamò, agli inizi degli anni '80, l'esigenza del ritorno ad uno Stato forte. Nei suoi scritti e ricordi, conservò ammirazione per Mussolini e per il fascismo, lamentando il tramonto del senso dello Stato e della tradizione, causato dal "minaccioso affermarsi di miti che hanno a protagonisti la massa" (Eventied artefici, 1965, p. XX).

Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/alfredo-de-marsico_%28Dizionario-Biografico%29/

 

lunedì 10 agosto 2020

DE BONO EMILIO


Cassano d'Adda - 19 marzo 1866

Verona - 11 gennaio 1944

Nacque a Cassano d'Adda, in provincia di Milano, il 19 marzo 1866 da Giovanni ed Emilia Bazzi. La sua famiglia, di origine lombarda, aveva "penato sotto il giogo austriaco" e tutti avevano combattuto nelle guerre d'Indipendenza (E. De Bono, Laguerra..., p. 302).

Fece parte del gruppo che chiese a Mussolini la riunione del Gran Consiglio e nella seduta del 25 luglio 1943 fu il primo a parlare dopo il duce. Il suo discorso era centrato principalmente sulla condizione delle forze armate e sulla difesa dell'operato dell'Alto Comando, e non avanzò alcuna richiesta diretta alla destituzione di Mussolini.

Il suo discorso risentiva dei clima fortemente teso che caratterizzò quella seduta ed egli stesso apparve "confuso" e privo di concentrazione (C. Scorza, La notte..., p. 38). Prese la parola una seconda volta e dette poi il primo voto favorevole all'o.d.g. Grandi, segnando in tal modo il suo destino.

Fino all'arresto, che avvenne il 4 ott. 1943,  godé di larga autonomia e libertà e visitò persino il ministero della Guerra. Fino al gennaio del 1944 rimase a Cassano d'Adda; fu poi trasferito a Verona, ma rimase separato dagli altri prigionieri. La sua difesa si svolse in due tempi: nell'interrogatorio preliminare, avvenuto in dicembre, affermò che non sì era mai occupato di politica e rifiutò decisamente la qualifica di traditore, una seconda volta il vecchio generale, che vestiva l'uniforme e le decorazioni, si presentò davanti al tribunale straordinario speciale con gli altri "colpevoli" di aver firmato l'ordine del giorno Grandi. De Bono ricordò, in quest'occasione, i servizi che aveva prestato al fascismo e giurò fedeltà a Mussolini. Il processo si chiuse con la sentenza di morte per tutti i principali imputati.

Nei mesi che precedettero il suo arresto  aveva pensato di fuggire all'estero, di abbandonare la sua casa e la sua patria; come militare riteneva di dover rimanere a salvaguardare il suo onore, non riuscì mai a capire la situazione politica e in fondo pensava che Mussolini non avrebbe permesso che gli facessero alcun male.

Nella sua ultima lettera alla famiglia riaffermò l'onestà della sua vita e del suo nome; la mattina dell'esecuzione, l'11 gennaio 1944 a Verona, acconsentì, dopo una certa insistenza, a farsi bendare e morì gridando "Viva l'Italia".

 Link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/emilio-de-bono_%28Dizionario-Biografico%29/ 

 

venerdì 31 luglio 2020

CIANO GALEAZZO

CIANO GALEAZZO

Livorno 18 marzo 1903
Verona 11 gennaio1944

Nacque a Livorno il 18 marzo 1903. Figlio dell'Ammiraglio Costanzo Ciano, medaglia d'onore nella 1° guerra mondiale. Nell'ottobre del 1922 partecipò alla marcia su Roma. Dopo aver lavorato nel campo del giornalismo, nel 1925 entrò in politica. Tra i primi incarichi ci fu quello di ambasciatore a Peking,  Rio de Janiero e Buenos Aires. Nel 1930 sposò  Edda,  figlia di Benito Mussolini. Pilota volontario dello squadrone di bombardieri "La Disperata" durante la guerra in Etiopia (1935), fu decorato con due medaglie d'argento al valore di guerra. Nel giugno di 1936  fu nominato ministro degli esteri, incarico che  mantenne fino alla fine di febbraio del 1943. Il 22 maggio 1939 firmò assieme a Ribbentrop, ministro degli esteri tedesco, il " Patto d''Acciaio" tra Italia  e Germania. In principio Ciano fu tra i fautori dell'asse con i tedeschi, ma dopo la riunione a Saltzburg nel 1939 con Hitler e Ribbentrop, cominciò ad opporsi alla loro politica di guerra. Quando la Germania invase la Polonia, riuscì a convincere Mussolini a dichiarare lo stato di "non-belligeranza".  Ma quando il 10 giugno del '40 Mussolini dichiarò guerra a Francia e Inghilterra, Ciano continuò a servirlo con zelo. Nel '42, però, cominciò a dubitare sulla possibilità di vincere la guerra; l'anno dopo fu sollevato dalla carica di ministro degli esteri e designato ambasciatore. Il 24 luglio del '43, alla riunione del Gran Consiglio del fascismo,  fu tra i sostenitori della mozione Grandi, che portò alla caduta di Mussolini. Si trasferì con la famiglia in Germania, nella speranza di poter trovare ospitalità  in Spagna. Dopo l'armistizio e la costituzione della Repubblica Sociale, fu arrestato e tradotto nelle carceri di Verona. Processato davanti al tribunale speciale per alto tradimento, fu condannato a morte e fucilato il 11 gennaio 1944 a San Procolo vicino a Verona. La moglie tentò invano varie volte di salvargli la vita. Mussolini non intervenne.

Link:
http://www.treccani.it/enciclopedia/galeazzo-ciano_(Dizionario-Biografico)/ 

https://it.wikipedia.org/wiki/Galeazzo_Ciano

http://www.storiaxxisecolo.it/fascismo/fascismo12e.htm

ALBINI UMBERTO

 ALBINI UMBERTO

Portomaggiore (Fe), 26 agosto 1895
Roma, 28 novembre 1973 

Laureato in Scienze politiche e sociali, prese parte alla prima guerra mondiale come tenente di fanteria. Dopo l'iscrizione al PNF nel 1921 e la partecipazione alla marcia su Roma, fu nominato questore di La Spezia dal 1923 al 1925 e prefetto di diverse città, tra le quali Teramo (1925), Taranto (1926), Bari (1928), Palermo (1929), Genova (1933) e Napoli (1941).
Console generale della MVSN, nel 1943 divenne Consigliere nazionale della Camera dei fasci e delle corporazioni in quanto nominato sottosegretario agli interni del governo Mussolini, dal febbraio al luglio 1943.
Partecipò come invitato alla seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943 e votò a favore dell'ordine del giorno Grandi. Fu condannato a morte in contumacia dal tribunale di Verona. 

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Albini_(politico)

25 LUGLIO 1943


L'Ordine del giorno Grandi - 25 luglio 1943

domenica 26 luglio 2020

CIANETTI TULLIO

CIANETTI TULLIO

Assisi 1899
Maputo, 7 agosto 1976

Nacque ad Assisi nel 1899, partecipò alla Grande guerra e si iscrisse al Partito nazio­nale fascista nel 1921. Dopo avere fondato il fascio della sua città e partecipato alla marcia su Roma, divenne sindacalista e fece una carrie­ra abbastanza rapida. Verso la metà degli anni Venti era il principale sindacalista fa­scista dell’Umbria, e dieci an­ni dopo, nel 1934, era già presidente della Confedera­zione nazionale dei sindaca­ti. Nel sistema corporativo i sindacalisti potevano essere contemporaneamente al go­verno e Cianetti divenne co­sì, in quello stesso anno, sot­tosegretario al ministero del­le Corporazioni. Era insom­ma un fascista di sinistra, molto vicino alle posizioni anticapitaliste del filosofo Ugo Spirito sulla «corpora­zione proprietaria», la for­mula che avrebbe permesso di pubblicizzare le imprese e di realizzare una sorta di fu­sione tra capitale e lavoro. Dette una prova delle sue convinzioni dopo gli sciope­ri di Milano e Torino del­l’aprile e del marzo 1943 quando denunciò le infiltra­zioni comuniste, ma sosten­ne la causa degli aumenti sa­lariali. Nel giugno, dopo es­sere diventato ministro del­le Corporazioni, sottopose a Mussolini un decreto legge che prevedeva la gestione speciale delle imprese di par­ticolare importanza bellica. Il presidente del Consiglio di amministrazione sarebbe stato designato dalla Confe­derazione generale dei dato­ri di lavoro, ma la Confedera­zione dei lavoratori avrebbe designato un sindaco e un terzo degli amministratori. Il provvedimento piacque al capo del governo, ma susci­tò l’opposizione dei ministri più conservatori fra cui quel­lo di Grazia e giustizia. Per non aggiungere altre difficol­tà a quelle che già stava af­frontando, Mussolini preferì accantonarlo, ma promise a Cianetti che lo avrebbe fir­mato in ottobre. In un certo senso, con la fondazione del­la Repubblica sociale man­tenne, almeno sulla carta, la sua promessa.
Notizie tratte da:


Al fine di evitare eventuali processi e condanne, si rifugiò nell'allora Mozambico portoghese, dove riuscì per lungo tempo a far perdere le sue tracce. Morì a Maputo, già Lourenço Marques, nel Mozambico da poco diventato indipendente in seguito alla Rivoluzione dei Garofani. 

Per approfondire:
https://it.wikipedia.org/wiki/Tullio_Cianetti

BOTTAI GIUSEPPE

BOTTAI GIUSEPPE

Roma 1985
Roma 1959

Nato a Roma nel 1895 da una famiglia con una salda tradizione politica (il padre Luigi era un repubblicano, mentre lo zio Alfredo, trasferitosi a Parma, frequentava i socialisti e i sindacalisti rivoluzionari tra cui un giovane Benito Mussolini), Giuseppe Bottai conseguì la maturità classica presso il Liceo Tasso e si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Interruppe gli studi per poter partire volontario, come soldato semplice, allo scoppio della Prima guerra mondiale. In poco tempo divenne ufficiale negli arditi e venne ferito in battaglia, cosa che gli fece conferire una medaglia di bronzo al valore militare.
Il 24 luglio 1943 aderì all’Ordine del giorno Grandi, che mise in minoranza Mussolini. 
Dopo la destituzione del duce Bottai fu costretto a vivere qualche mese nascosto in un convento a Roma. Visto il suo “tradimento” venne condannato a morte in contumacia nel 1944 durante il Processo di Verona dal tribunale della neocostituita Repubblica sociale italiana. Si arruolò con il consenso delle autorità politiche francesi, con lo pseudonimo Andrea Battaglia, nella Legione straniera e combatté contro i tedeschi dallo sbarco in Provenza fino ad arrivare in Germania. Rimarrà nella legione fino al 1948, quando venne congedato come sergente. Dopo l’amnistia Togliatti, la condanna all’ergastolo per le imputazioni post belliche connesse alla partecipazione avuta nella costituzione del regime fascista cadde e nel 1951 tornò in Italia. Fondò nel 1953 la rivista “ABC” di cui fu il direttore fino alla morte, avvenuta a Roma nel gennaio 1959.

Notizie tratte da:
http://www.montesca.eu/dbm/bottai-giuseppe/

BIGNARDI ANNIO

BIGNARDI ANNIO

Bondeno - Stellata Po (Fe) 18 aprile 1907
Ferrara  giugno 1985

 E' stato un politico e dirigente sportivo italiano. Nel 1941 divenne presidente della Confederazione fascista dei lavoratori dell'agricoltura. Nella riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943 votò a favore dell'ordine del giorno Grandi. 
Fu condannato a morte in contumacia dal tribunale di Verona.
Nel dopoguerra ha ricoperto cariche in associazioni sportive dopo essere stato, dal 1939 al 1941, presidente della SPAL. 

Notizie tratte da:
https://it.wikipedia.org/wiki/Annio_Bignardi

BASTIANINI GIUSEPPE

BASTIANINI GIUSEPPE

Perugia 8 marzo 1899
Milano 17 dicembre 1961

...........Dall'agosto 1922 in poi Bastianini ebbe parte notevole nella preparazione della "marcia su Roma"; a Roma il 29 settembre fu tra i pochi capi fascisti informati da Mussolini della prossima insurrezione; il 24 ottobre a Napoli - dove si trovava per il congresso del S. Carlo - partecipò alla riunione ristrettissima all'Hótel Vesuvio, nel corso della quale Mussolini, i quadrumviri e i tre vicesegretari del partito approvarono il piano definitivo della insurrezione stessa. Da Napoli, la sera del 25,  raggiunse Perugia, scelta a sede del comando generale della "marcia", con l'ordine per i fascisti locali di occupare nella notte tra il 27 e il 28 la città. Da Perugia il 28 e il 29 lanciò, con altri esponenti fascisti locali, due proclami ai cittadini di Perugia e umbri in genere, per invitarli col primo a riconoscere l'autorità dell'esercito, che aveva assunto i poteri, e, col secondo, dopo l'invito del re a Mussolini a formare il govemo, per annunciare la vittoria fascista.
L'11 giugno 1936 Mussolini riorganizzò il ministero degli Affari esteri; al posto del "duce", che sino allora aveva retto personalmente il dicastero, fu chiamato Galeazzo Ciano, cui fu affiancato, come sottosegretario, il Bastianini.
Dichiarata dall'Italia, il 10 giugno 1940, la guerra all'Inghilterra e alla Francia,  rientrò in Italia a disposizione del ministero. Nell'inverno 1940-41 (nel frattempo, dal marzo 1939, era stato nominato consigliere nazionale alla Camera dei fasci e delle corporazioni) partecipò alle operazioni militari sul fronte, greco-albanese guadagnandosi una decorazione al v.m. Infine, conquistata con l'aiuto dei Tedeschi la Iugoslavia, il 7 giugno 1941 fu nominato governatore della Dalmazia e poco dopo ispettore del partito per le province dalmate. Come govematore,  si dimostrò nel complesso uomo capace e realista, alieno da inutili violenze, disposto, quando possibile, ad aiutare le popolazioni locali e gli ebrei. In particolare nell'anno e mezzo che fu in Dalmazia si rese direttamente conto della gravissima situazione militare in cui si trovavano le forze armate italiane nei Balcani, dei metodi dei Tedeschi e della difficoltà di trattare con essi. Un'esperienza questa che gli riuscì preziosa quando, il 6 febbraio 1943, fu improvvisamente noininato da Mussolini, che, licenziato Ciano, riassunse personalmente la direzione della politica estera, sottosegretario agli Affari Esteri.  
In questo frangente  fu tra coloro che il 16 luglio si recarono da Mussolini per indurlo a fare qualcosa, ottenendo la convocazione del Gran Consiglio, e nei giorni immediatamente successivi si schierò sulle stesse posizioni di Dino Grandi. Alla seduta del Gran Consiglio della notte del 24-25 luglio 1943 , che giuridicamente non faceva più  parte da oltre un quindicennio di quel supremo organo fascista e costituzionale, intervenne come invitato; ciononostante vi prese la parola. Constatata l'esistenza di una profonda frattura tra il paese e il partito fascista, sostenne - conformemente all'o.d.g. Grandi, che poi votò la necessità di "sostare un momento nella sfera ideologica e accantonarla per far fronte-al nemico con tutte le forze dello spirito nazionale", investendo personalmente il re dell'effettivo comando delle forze armate.
............sapendosi ricercato dalla questura di Perugia, si diede alla macchia, rifugiandosi in Toscana. Da qui verso la fine dell'anno - essendo ricercato dalla Repubblica sociale per essere processato con gli altri "traditori" del 25 luglio (dal Tribunale speciale straordinario di Verona - davanti al quale fu esibita una lettera-memoriale da lui scritta il 9, nov. 1943 a Mussolini per spiegare il suo voto in sede di Gran Consiglio - fu condannato a morte in contumacia il 10 gennaio 1944) espatriò clandestinamente in Svizzera, donde, nell'aprile successivo, rientrò in Italia, sempre clandestinamente, per rifugiarsi in Calabria.
Terminato il conflitto, nel novembre 1947 fu sottoposto a giudizio dalla Corte d'Assise speciale di Roma e assolto e così pure dalla Commissione per le sanzioni contro il fascismo; una richiesta iugoslava per processarlo come "criminale di guerra" non ebbe seguìto; nel gennaio 1961, in seguito all'accettazione da parte dei Consiglio di Stato di un suo ricorso fu collocato a riposo dal ministero degli Affari Esteri con le indennità di ambasciatore.
Negli, ultimi anni della sua vita  fu amministratore delegato della SIACE, (Società industriale agricola per la produzione di cellulosa da eucalipto), operante in Sicilia. Nel 1959 pubblicò a Milano un volume di memorie, Uomini, cose, fatti, parzialmente anticipate in Settimo giorno (13 marzo-1° maggio 1958).

Notizie tratte da:
http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-bastianini_(Dizionario-Biografico)/

BALELLA GIOVANNI

Giovanni Balella 

Ravenna, 12 luglio 1893
Ravenna, 20 gennaio 1988








 

..............Laureatosi in scienze economiche e commerciali, divenne Libero docente di diritto del lavoro all'Università di Roma e successivamente presso l'Università di Firenze diresse la Scuola di perfezionamento degli studi corporativi. Ricoprì incarichi nei consigli di amministrazione di alcune società industriali, finanziarie ed assicurative, svolgendo il ruolo di presidente della società Sviluppo, una delle principali della Borsa di Milano; partecipa al Consiglio di amministrazione di numerose società industriali, finanziarie e assicurative.
La carriera di Giovanni Balella si svolse principalmente in Confindustria, ininterrottamente dal 1919 al 1943, dove per 7 anni, dal 1936 al 1943 ricoprì l'incarico di direttore generale, durante la presidenza di Giuseppe Volpi. Il 30 aprile 1943 fu eletto Presidente della Confindustria e pertanto come tale chiamato a sostituire il conte Giuseppe Volpi nel Gran Consiglio del Fascismo. Nella notte del 25 luglio votò l'ordine del giorno Grandi, contribuendo a determinare la caduta di Benito Mussolini. Fu condannato a morte nel processo di Verona, ma in contumacia, poiché era riuscito a riparare in Svizzera grazie a un passaporto falsificato fornitogli dal ministro dell'Interno Guido Buffarini Guidi.
Contribuì poi alla ricostituzione della Confederazione degli industriali, per la quale ricoprì il ruolo di responsabile dei rapporti esterni, occupandosi anche del rilancio del quotidiano romano «Il Giornale d'Italia». Balella infatti creò la Stec (Società tipografico-editoriale capitolina) e diede il via alla costruzione della nuova sede del giornale, dopo aver acquistato un'area edificabile a piazza Indipendenza, in zona Castro Pretorio.
Successivamente prese il posto di Furio Cicogna al CNEL, in rappresentanza della Confindustria, e continuò ad occuparsi del settore delle Fibre chimiche, ricoprendo sia ruoli nell'associazione industriale del settore sia nelle società operative, in particolare nella Italviscosa e nella Chatillon. 

Notizie tratte da:
https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Balella 

ALFIERI EDOARDO detto DINO

ALFIERI EDOARDO detto DINO

Bologna, 8 dicembre 1886
Milano, 2 gennaio 1966

..............I dispacci che inviò dalla capitale del Terzo Reich nel corso del conflitto furono sempre improntati all'ottimismo - cosa di cui Ciano si lagnò nei suoi Diari - fino all'ottobre del 1942, quando iniziò un mutamento di rotta. Membro del Gran Consiglio del Fascismo, nella storica seduta del 25 luglio 1943 votò favorevolmente all'ordine del giorno Grandi, che mise Mussolini in minoranza e causò la fine del regime. Temendo rappresaglie naziste, non tornò più a Berlino ed il 31 luglio il nuovo Ministero degli Esteri Raffaele Guariglia accettò le sue dimissioni da ambasciatore.
Alfieri si nascose inizialmente a Milano ma, con la nascita della Repubblica Sociale Italiana, per evitare ritorsioni fuggì in Svizzera, entrando dal valico di Astano grazie ai contatti del parroco don Isidoro Marcionetti. Condannato a morte in contumacia nel processo di Verona il 10 gennaio 1944, venne collocato a riposo come ambasciatore il 1º agosto dello stesso anno (il regime di Salò aveva preso analoga decisione il 5 novembre 1943).
Nel dopoguerra venne deferito presso l'Alta corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo, ma il 12 novembre 1946 fu prosciolto in istruttoria "perché la sua azione non integrava i termini del reato rispetto all'accusa maggiore e per amnistia per quelle minori". Uguale sorte ebbe, il 6 febbraio 1947, il procedimento dinanzi alla Commissione per l'epurazione del personale del ministero degli Esteri; in entrambi i casi decisivo per l'assoluzione di Alfieri fu il comportamento di Alcide de Gasperi che, chiamato dal tribunale ad esprimere un parere, scrisse:
«Certo è, in linea generale, esatto che l'Alfieri, che di politica estera era peraltro digiuno e che non possedeva le qualità necessarie ad un mestiere che gli era completamente nuovo, fu germanofilo; che fu per questo designato dai tedeschi come persona gradita; che si adoperò, nella sua veste di ambasciatore, a rafforzare le relazioni tra Roma e Berlino. È peraltro anche esatto che, nel corso della guerra, tali suoi sentimenti e propositi subirono oscillazioni varie, come, tra l'altro, il diario Ciano documenta. L'Alfieri, fu comunque in questa, come nelle altre sue capacità, al di sotto della mediocrità. Sarebbe certamente sopravalutarlo, attribuirgli responsabilità di decisione o di iniziativa in materia di politica estera, che indubbiamente non ebbe.»
(Alcide de Gasperi)
Nel 1947 Alfieri tornò in Italia e un anno dopo pubblicò il libro Due dittatori a fronte (ovvero Benito Mussolini e Adolf Hitler). Pensionato come ambasciatore, negli anni cinquanta Alfieri aderì al Partito Nazionale Monarchico ed ebbe presidenze in organismi economici a carattere internazionale. Riposa in un’edicola Bonomi nella necropoli del Cimitero Monumentale di Milano. 

Notizie tratte da:
https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Alfieri 

ACERBO GIACOMO

ACERBO GIACOMO
25 luglio 1888 - Loreto Aprutino
9 gennaio 1969 - Roma

...............Nel 1935 venne eletto alla presidenza dell'Istituto internazionale dell'agricoltura, che resse fino al 1943. Continuò inoltre ad influire nella vita politica italiana come membro sia del Gran Consiglio del fascismo, sia della Camera dei deputati, della cui trasformazione in Camera dei Fasci e delle Corporazioni fu relatore nel 1938.
Partecipò alla seconda guerra mondiale, richiamato alle armi su domanda nel 1940 e destinato, come colonnello di Stato Maggiore, prima sul fronte alpino, poi su quello balcanico.
Il 6 febbraio 1943 venne nominato ministro delle Finanze. Il 25 luglio 1943 votò l'ordine del giorno Grandi nella storica seduta del Gran Consiglio del fascismo.
Dopo l'8 settembre 1943, riparato in Abruzzo e condannato a morte in contumacia il 10 gennaio 1944 dal Tribunale speciale straordinario di Verona della Repubblica sociale,  trascorse alcuni mesi alla macchia fino alla Liberazione. Catturato dalla polizia e dai partigiani abruzzesi a seguito di una delazione, venne sottoposto a giudizio dell'Alta Corte di giustizia, istituita con il d. l. luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159, imputato per la sua attività di organizzatore delle squadre e di promotore della marcia su Roma, per esser stato promotore e responsabile degli atti che avevano sovvertito il regime costituzionale e mantenuto in vita il fascismo, per aver tradito e compromesso le sorti del paese portandolo alla catastrofe: scampò la pena di morte, ma fu condannato a quarantotto anni di reclusione con sentenza del gennaio 1945, estromesso dall'insegnamento e recluso a Procida. Il 27 luglio 1947 la Corte suprema di cassazione, a sezioni unite, annullò la condanna e ciò preluse alla sua riabilitazione: ad opera della Commissione provinciale per le sanzioni contro il fascismo, fu riammesso al voto il 15 aprile 1948; su conforme decisione del Consiglio di Stato, fu riammesso all'insegnamento universitario nel 1951.
Nel 1953 fu candidato in Abruzzo al Senato per il Partito nazionale monarchico e nel 1958, sempre in Abruzzo, per il Partito monarchico popolare: in entrambe le occasioni senza successo. Morì a Roma il 9 gennaio 1969.

Notizie tratte da:

sabato 18 luglio 2020

PER CHI SUONA LA CAMPANA - FOR WHOM THE BELL TOLLS

PER CHI SUONA LA CAMPANA
FOR WHOM THE BELL TOLLS

Nessun uomo è un' Isola, intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente, una
parte della Terra. Se una zolla viene portata
dall' onda del Mare, l' Europa ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica, o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce, perchè io 
partecipo dell'umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi
suona la campana: Essa suona per te.

                               John Donne  (1573-1651)

No man is an island, whole in itself.
Each man is a piece of the Continent, one
part of the Earth. If a sod is brought
from the wave of the Sea, Europe has diminished,
as if a Promontory had been in its place,
or a friendly mansion, or your own house.
Every human death diminishes me, because I do
I participate in humanity.
And so never send to ask for whom
the bell rings: It rings for you.

mercoledì 24 giugno 2020

DUE BANCHIERI NELLA RESISTENZA ROMANA - RAFFAELE MATTIOLI E STEFANO SIGLIENTI

DUE BANCHIERI NELLA RESISTENZA ROMANA 

RAFFAELE MATTIOLI E STEFANO SIGLIENTI 
 


Abbiamo completato sul sito piazzascala.it il libro dell’Archivio Storico “Due banchieri nella Resistenza Romana: Raffaele Mattioli e Stefano Siglienti” ; ritenendo di fare cosa gradita, abbiamo pensato di inviarlo via mail agli ex Comit; cliccate sul link sottostante per visualizzare l’indice:

 http://www.piazzascala2018.altervista.org/mondocomit/fatti/libro/index.html

Piazzascala.it

Lavoro molto interessante. 32 pagine piene di storia. 

NonnoKucco, ex Comit

mercoledì 10 giugno 2020

10 GIUGNO 1924 - UCCISIONE DI GIACOMO MATTEOTTI

 

Giacomo Lauro Matteotti 

(Fratta Polesine, 22 maggio 1885 – Roma, 10 giugno 1924 - anni 39)

Genitori:  Girolamo Stefano Matteotti (1839-1902) e Elisabetta Garzarolo (1851-1931), detta Isabella


10 GIUGNO 1924 - UCCISIONE DI GIACOMO MATTEOTTI

Giacomo Matteotti fu aggredito da un gruppo di persone guidate da Amerigo Dumini poco dopo le quattro del pomeriggio del 10 giugno 1924 sul lungotevere Arnaldo da Brescia, mentre si recava dalla propria abitazione a Montecitorio. Si difese disperatamente, ma fu percosso e, quasi tramortito, caricato a forza su un'auto, una Lancia nera, che si allontanò a grande velocità. Diverse persone assistettero al ratto e ne fornirono testimonianza. Certamente la colluttazione fra Matteotti e suoi rapitori continuò all'interno dell'auto, tanto che il rapito riuscì a gettare dal finestrino la sua tessera di deputato, poi rinvenuta in strada da un passante, per cui, con tutta probabilità, il deputato fu pugnalato a morte poco dopo essere stato assalito, come confermano le macchie di sangue rinvenute all'interno della macchina. L'auto girovagò a lungo, finché il corpo fu scaricato e sepolto alla meglio nel comune di Riano, a una ventina di chilometri da Roma, mel bosco della Quartarella. Quando vi sia stato sepolto è uno dei tanti punti non chiari della vicenda. Al momento del rinvenimento, sessantasei giorni dopo il rapimento, il 16 agosto, era nudo, ormai scarnificato e ridotto a poco più dello scheletro.



















UN ITALIANO DIVERSO Giacomo Matteotti, Gianpaolo Romanato, Longanesi, pag. 262 e segg.







1885 - Giacomo Matteotti nasce il 22 maggio a Fratta Polesine (Rovigo). I genitori sono agiati commercianti e proprietari terrieri. Il padre, Girolamo, è originario del Trentino austriaco, essendo nato a Comasine, in Val di  Pejo, nel 1839. La madre, Elisabetta Garzarolo ( ma chiamata  comunemente Isabella) è di Fratta. I genitori, sposatisi nel 1875, ebbero sette figli: Matteo, Ginevra, Dante, Aquino, Giocasta, Giacomo e Silvio. Quattro morirono nei primi giorni o nelle prime settimane di vita, Matteo e Silvio rispettivamente a 32 e 23 anni. Dei sette figli sopravvisse solo Giacomo, il penultimo.

1901 - Comincia a collaborare con il  settimanale socialista di Rovigo La Lotta.

1903 - Consegue la licenza superiore al liceo di Rovigo.

1907 - Il 7 novembre si laurea in giurisprudenza a Bologna con il professor Alessandro Stoppato, docente di diritto penale.
Entra nel  consiglio comunale di Fratta.
Negli anni successivi alla laurea, e prima di dedicarsi stabilmente alla vita politica, compie numerosi viaggi di studio nei maggiori Paesi europei: Francia, Germania, Inghilterra, Belgio, Austria-Ungheria, Svizzera. Impara ad usare con scioltezza l'inglese, il francese e il tedesco.

1910 - Pubblica a Torino, presso la casa editrice Fratelli Bocca, il volume La recidiva. Saggio di revisione critica con dati statistici, frutto della rielaborazione della sua tesi di laurea.
In luglio viene eletto consigliere provinciale di Rovigo nel mandamento di Occhiobello. Partecipa con il massimo zelo ai lavori del Consiglio, intervenendo su quasi ogni problema posto all'ordine del giorno.
 
1912 - In luglio, durante una vacanza a Boscolungo, nell'Abetone, conosce Velia Titta, la futura moglie, sorella del baritono Ruffo Titta. Viene eletto sindaco del piccolo comune di Villamarzana (manterrà la carica fino al 1914) e contemporaneamente è consigliere comunale di vari comuni della provincia di Rovigo.

1914 - In aprile partecipa ad Ancona al congresso nazionale del Partito Socialista Italiano e presenta un ordine del giorno sul tema dell'appartenenza alla massoneria  alternativo a quello proposto da Mussolini. Nella tornata elettorale del 7 luglio è rieletto consigliere provinciale nel mandamento di Occhiobello. A causa dello scoppio della guerra europea la prima sessione del Consiglio si riunisce il sucessivo 2 ottobre. Al termine di una seduta infuocata per l'atteggiamento di intransigente difesa della neutralità italiana assunto dal gruppo socialista guidato da Matteotti, questi viene eletto presedente della deputazione provinciale.  Si dimette immediatamente dalla carica affermando che "con le forze con le quali è sorta questa amministrazione non potrò compiere il mio mandato". Segue lo scioglimento del Consiglio.

1915 - Viene eletto per la terza volta consigliere provinciale nel mandamento di Occhiobello alle elezioni che si svolgono il 28 febbraio. Nella prima seduta (19 marzo) pronuncia un duro intervento contro la guerra. Nella tornata del 9 agosto viene dichiarato decaduto dal mandato, su ricorso di un elettore, in quanto ineleggibile perché fideiussore della Banca Provinciale del Polesine, titolare dell'esattoria consorziale di Badia Polesine per il decennio 1913-1922. Matteotti ricorre in appello ma , in seguito alla sentenza del riesame della III sezione della Corte d'Appello di Venezia, verrà definitivamente dichiarato decaduto nella seduta del 21 agosto 1916, quando era già operativo il suo richiamo alle armi.
Su Crtica sociale di febbraio scrive un forte articolo contrario all'entrata in guerra dell'Italia.

1916 - L'8  gennaio si sposa con Velia, a Roma, con il solo rito civile. Il 5 giugno pronuncia al  Consiglio provinciale di Rovigo un violento discorso antimilitarista e contro la guerra. Per quel discorso è denunciato e  processato (sarà assolto soltanto nel 1917 della Corte di Cassazione). Benché riformato per ragioni di salute, era malato di tubercolosi come fratelli Matteo e Silvio che ne erano morti, viene richiamato alle armi e mandato in Sicilia, a Messina, per allontanarlo da Rovigo e dalle zone prossime al fronte di guerra. Rimarrà in Sicilia, salvo brevi licenze, fino all'inizio del 1919.

1918 - Il 19 maggio nasce a Roma il primo figlio, Gian Carlo. Seguiranno altri due figli: Matteo (nato nel 1921) e Isabella (nata nel 1924).

1919 - In marzo può tornare a Fratta con un foglio di licenza illimitata. Il congedo definitivo giungerà in agosto. In ottobre partecipa al Congresso nazionale socialista di Bologna e vi pronuncia un discorso. Il 16 novembre viene eletto deputato nel collegio Rovigo-Ferrara per le liste del Partito Socialista. Risulta secondo nella graduatoria delle preferenze.
Il 21 dicembre svolge il suo primo intervento in Parlamento.

1920 - Il 28 marzo pronuncia un lungo discorso di opposizione al governo Nitti.
Il 7 giugno interviene in opposizione al governo Giolitti.
Il 26 giugno il mandamento di Lendinara lo elegge nuovamente nel Consiglio provinciale di Rovigo. Il consiglio sarà sciolto l'anno successivo, 6 maggio, in seguito alle dimissioni di 21 dei 40  consiglieri.
In ottobre partecipa a Reggio Emilia al convegno indetto dalla corrente riformista dei socialisti e pronuncia un discorso. Durante il "biennio rosso" assume nella sua provincia una linea non di rado fiancheggiatrice delle posizioni più radicali e violente del socialismo, probabilmente per non perdere il contatto con il grosso dei socialisti polesani, schierati a maggioranza con i massimalisti.

1921 - A metà gennaio partecipa al congresso di Livorno del  Partito Socialista Italiano, che sanzionerà il distacco della frazione comunista, ma deve abbandonare precipitosamente la città per correre a Ferrara, dove il sindaco socialista e il capo delle leghe rosse sono stati arrestati in seguito a incidenti accaduti il mese precedente. Il 31 gennaio pronuncia alla Camera il primo di numerosi discorsi di denunce contro le violenze fasciste. Il 12 marzo è sequestrato da un gruppo di fascisti del paese di Castelguglielmo. Subisce intimidazioni e probabilmente anche violenze fisiche. Gli viene intimato di lasciare per sempre il Polesine. Alle elezioni del 15 maggio è eletto per la seconda volta deputato nel collegio di Padova - Rovigo.
Il 21 luglio parla contro il governo Bonomi. A metà ottobre partecipa al congresso di Milano del Partito Socialista Italiano e pronuncia un forte discorso contro l'ala massimalista.

1922 - In febbraio condivide con Sturzo il veto a Giolitti, il politico nel quale vedeva riassunto tutto il peggio della vecchia politica italiana. Poi, mentre si avvicina la vittoria di Mussolini, lavora sempre più attivamente, ma inutilmente, per creare un governo di unità antifascista. In ottobre è fra i protagonisti del congresso socialista di Roma che sanziona il distacco della corrente riformista da quella massimalista e la nascita del Partito Socialista Unitario, PSU. Matteotti ne è nominato segretario. Il 18 novembre interviene in Parlamento affermando che l'Italia è ormai in regime di dittatura.
Il dilagare dell'illegalità e della violenza lo convince che solo  l'intransigente difesa della legalità e del ruolo del Parlamento possono fermare la rivoluzione fascista.

1923 - In vari lettere a Turati manifesta tutta la sua disistima per la dirigenza socialista. Si convince sempre più dell'assoluta necessità di combattere il fascismo difendendo fino all'ultimo  le libertà statutarie e le garanzie formali dello stato di diritto. Su questo punto matura una sua irriducibile ripulsa del comunismo di matrice bolscevica, fatto proprio dei comunisti italiani. Si muove freneticamente per irrobustire i collegamenti internazionali del partito e per accrescere la solidarietà dei suoi confronti degli ambienti politici europei. In gennaio è in Francia, in marzo in Francia e Germania. Poi gli viene ritirato il passaporto.
In novembre il Parlamento approva la legge Acerbo grazie alla defezione dei popolari e dei socialisti.

1924 - In gennaio rifiuta quasi con sdegno la proposta dei comunisti di un fronte unico contro i fascisti. Respinge in particolare la tesi comunista che rifiuta come primum dell'opposizione al fascismo la restaurazione delle libertà statutarie. Matteotti è giunto ormai alla condizione che il bolscevismo sia quasi l'immagine speculare del fascismo. All'inizio dell'anno va all'estero clandestinamente, via Svizzera. In aprile si reca in Belgio, Inghilterra e Francia. a Londra ottiene le informazioni che cerca  riguardo alle compromissioni di uomini del regime nelle forniture petrolifere all'Italia. Alle elezioni del 6 aprile, con la legge Acerbo, viene rieletto deputato nella lista del PSU. Dei tre partiti socialisti il PSU è quello che ottiene il risultato migliore, con il 5,9% e 24 deputati. Il 30 maggio, in occasione della prima seduta del nuovo Parlamento pronuncia il  celebre discorso di denuncia dei brogli e delle violenze commesse dei fascisti durante la  consultazione elettorale. Ai primi di giugno rinuncia ad andare a Vienna per una riunione dell'esecutivo della Seconda Internazionale (per questa trasferta  gli era stato concesso il passaporto) al fine di prepararsi all'intervento che intendeva svolgere in aula l'11 giugno in occasione del dibattito sul bilancio dello Stato. Il discorso era stato preannunciato come di aperta denunca di profitti e ruberie. Il 10 giugno, verso le quattro del pomeriggio, viene aggredito sul lungotevere Arnaldo da Brescia mentre si reca dalla propria abitazione a Montecitorio e caricato a forza su un'auto che si lontana forte velocità. Il suo assassinio avvenne, con tutta probabilità, all'interno dell'auto poco dopo il rapimento. Il 16 agosto il corpo, ridotto ormai a poco più che lo scheletro viene ritrovato in un bosco del comune di Riano, circa 20 chilometri da Roma. Il 20 agosto il feretro giunge in treno Fratta Polesine, dove il giorno dopo si svolge il funerale. La salma è provvisoriamente tumulata nella tomba di una famiglia amica nel cimitero di Fratta, ma, in seguito minacce di devastazione formulato dei fascisti del luogo, deve essere poco dopo trasferita  in un loculo aminimo. Riesumata nel 1928, la salma viene definitivamente tumulata nella tomba di famiglia, di fronte all'ingresso del cimitero, dove si trova tuttora.

------
La cronologia è tratta da questo bel libro:



Dalla quarta di copertina:
"L'episodio più noto della vita di Matteotti è la sua morte. Oggetto di questo libro è la sua vita, che conoscevamo molto meno. Sapendo come visse, capiamo perchè morì"

 Per saperne di più:
- 3 gennaio 1925 - Il discorso da cui iniziò la dittatutra di Mussolini
- Fascismo - documenti
- Discorso del 3 gennaio 1925